Giuseppe Pennisi, che ha viaggiato nell’arco di circa cinquanta anni sia con la Banca mondiale sia come parte di una ricerca dell’Istituto Affari Internazionali e del Deutsches Orient Institut sia per l’analisi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro per studiare le condizioni nei “territori occupati”, legge come a suo avviso si possa tentare di intervenire sul conflitto Israele-Palestina

Sul New York Times del 12 maggio, Thomas L. Friedman ha scritto che la lezione di quanto sta avvenendo in Medio Oriente è che “la questione palestinese non appartiene al passato”, come per diversi anni ha creduto Israele o il Governo israeliano ha pensato che così credessero le nuove generazioni dei suoi cittadini. In effetti, da quando nel 1948 è stato creato e riconosciuto Israele si è aperta la questione palestinese.

Sono stato in quella parte del mondo diverse volte, nell’arco di circa cinquanta anni, sia con la Banca mondiale sia come parte di una ricerca dell’Istituto Affari Internazionali e del Deutsches Orient Institut sia per l’analisi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sulle condizioni nei “territori occupati” sia per accompagnare una giovane orchestra italiana a Gerusalemme ed a Betlemme sia infine per turismo. Ho anche lavorato con l’agronomo che ha elaborato la metodica dei servizi di assistenza tecnica agli agricoltori in Israele, Daniel Benor, alla base della “rivoluzione verde” nel deserto. Soprattutto ho visitato, più volte e ad anni di distanza, i campi profughi palestinesi in Giordania e Libano.

Ho visto in questo lungo arco di tempo crescere e svilupparsi Israele e restare molto poveri i territori della Cisgiordania, che i palestinesi considerano, a torto o a ragione, “occupati”. Chi è cresciuto nei campi profughi, ne ha una memoria indelebile che non può non trasmettere ai propri figli ed attribuire, a ragione o a torto, la responsabilità alla perdita delle terre migliori e delle opportunità di sviluppo alla creazione di Israele nel 1948 e “all’occupazione” dopo la guerra del 1967.

La questione palestinese non appartiene al passato ma al futuro e, anche se resta sopita temporaneamente, cresce e si aggrava anno dopo anno. Da 12 anni, i governi israeliani guidati da Benjamin Netanyahu o non lo hanno creduto o hanno fatto finta di non crederlo o hanno illuso i loro cittadini che era ormai sopita.

Temo che i disordini di questi giorni subiranno una escalation o che se il più forte esercito israeliano riuscirà a sedarli, si tratterà di una tregua o di una vittoria di Pirro. I palestinesi hanno dalla loro parte la demografia e la solidarietà di gran parte del mondo musulmano.

La questione palestinese si può risolvere, a mio avviso, unicamente accettando la coesistenza, nell’area, di due Stati (con due capitali, Ramallah e Tel Aviv), la restituzione alla Palestina di terre ora occupate da insediamenti israeliani, un regime internazionale per Gerusalemme in quanto città sacra a tre grandi religioni monoteistiche (cristiana, ebraica e mussulmana) – tutte e tre di grande valore ed espressione di profonde civiltà e un enorme programma di aiuti alla Palestina per la propria modernizzazione.

Israele se ne deve fare una ragione. Così come se la fece, nella Repubblica Sud Africana il Premio Nobel Frederik Willem de Klerk (e con lui quattro milioni di bianchi) che pose fine all’Apartheid e, dopo libere elezioni, cedette la guida del Paese a un altro Premio Nobel, Nelson Mandela. Israele dovrebbe anche dare aiuti generosi alla Palestina e creare, come nella Repubblica Sud Africana, una Commissione per la Riconciliazione.

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