La Rai dopo il Concertone si è comportata in modo perfetto, perché la legge tutela la libertà di informazione, ma anche la libertà editoriale. Conversazione con Mario Morcellini, direttore Alta scuola di Comunicazione e media digitali Unitelma Sapienza. Dal caso Fedez alla governance, fino a un nuovo pubblico a cui rivolgersi, puntando sulla conoscenza e la cultura

Il caso Fedez-Rai, con la telefonata fra dirigenti e rapper, è stata lo spunto per Formiche.net per ragionare sul servizio televisivo pubblico con Mario Morcellini, studioso e docente di comunicazione, già commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, oggi direttore dell’Alta Scuola di Comunicazione e Media digitali Unitelma Sapienza. Dalla “censura” invocata da più parti, alla necessità di intervenire sulla legge del 2015, fino all’apertura a nuovi pubblici a cui rivolgersi, con un suggerimento: “Meditare sui dati dell’anno del Covid. Fanno capire anche i bisogni insoddisfatti dalla comunicazione. A quelli bisogna parlare”.

Professore, parliamo subito della ormai famosa telefonata tra Fedez e i dirigenti Rai e delle polemiche legate all’esibizione del cantante. A ben sentire, la Rai non ha parlato di censura, ha ribadito l’opportunità del contesto e la mancanza di contraddittorio. Cosa pensa di questo episodio?

Che un’emittente televisiva, quindi un editore, chieda di rispettare il concetto di opportunità è un prerequisito logico in un sistema ordinato di un Paese civile. Una valutazione di contesto niente ha a che fare con la censura. Dal punto di vista tecnico, contrariamente a quanto alcuni politici hanno detto, dimostrando assoluta incapacità di capire i problemi della comunicazione, la Rai si è comportata in modo perfetto, da editore, soprattutto in tempi di pandemia. Aggiungo anche un secondo elemento.

L’intervento a gamba tesa di Fedez, qualunque sia il giudizio politico che qui non è in discussione, è avvenuto in un contesto pubblico di una Festa storica dei sindacati; dal punto di vista del metodo sembra un chiaro agguato ad alcune figure pubbliche, perché in un contesto del genere intervenire sul dibattito politico dovrebbe implicare un diritto di replica. Altrimenti è un gesto asimmetrico e distorsivo.

Sia ben chiaro; non stiamo valutando le intenzioni ma gli effetti. In quest’ottica si è trattato di un intervento di stampo populista, che ha finito per far apparire come vittime i suoi bersagli. In altre parole, ha dato una mano a quelli che voleva combattere. Per di più ha attaccato la Rai, anche per nascondere che si trattasse del reale obiettivo polemico. E quasi tutta la politica è caduta nel tranello: il focus è subito diventato mettere in scena un’altra campagna anti-Rai. Ha dunque colto nel segno il direttore di Rai Tre Franco Di Mare: ha dimostrato con la comparazione dei testi che la Rai deve attendersi le scuse di Fedez. Aggiungo però che si dovrebbero valutare i danni di reputazione che il servizio televisivo pubblico ha subito.

Quali?

Anzitutto, ha condizionato indebitamente il dibattito parlamentare e pubblico sulla Legge Zan, finendo così per drammatizzarlo e comunque compromettendone i tempi di discussione. Il secondo è che il suo intervento proviene da un personaggio da cui  è legittimo attendersi anche  messaggi sociali o culturali, ma tenendo presente che l’asprezza della controversia distorce il terreno comunicativo, politicizzando un evento che avrebbe bisogno di altri interlocutori. Lì non c’erano.

Fedez in occasione del palco del Primo Maggio ha dunque “abusato” del suo ruolo, non avendo quel contesto alcuna agibilità politica. A ben vedere, tutta l’operazione è nel segno dell’esasperazione del dibattito pubblico nelle piazze: crea tifosi, ma allontana dalla politica. Ancora una volta quando parlo di “agguato comunicativo” dico tecnicamente che le sue parole sarebbero state coerenti sui social. Non dal palco del mondo del lavoro e dei  sindacati.

Secondo lei, la Rai – in quanto editore – può fare delle scelte su ciò che vuole mandare in onda, anche da servizio pubblico. Ci può chiarire questo aspetto?

Nell’ordinamento, a partire dalla Costituzione, non solo è tutelata la libertà di informazione, ma anche la libertà editoriale. La Rai si muove entro questo perimetro, diversamente da un soggetto privato che partecipa a un evento musicale. Pensate a come sarebbe stato tutto diverso se i toni utilizzati fossero risultati più critici e pensosi; non sentenze da T.A.R. della politica italiana.

Il concertone del Primo maggio va in onda su Rai Tre, che ospita da sempre programmi che fanno inchieste anche molto scottanti – per citarne alcuni Report, Chi l’ha visto, PresaDiretta. Non è un controsenso che si siano alzate voci di censura proprio su quel canale?

Mi dispiace dirlo, ma chi ha assunto reazioni istintive e immediate, in qualche modo blandendo coraggiosamente Fedez e inseguendolo sulla censura, ignora le regole della comunicazione e la stessa dottrina del servizio pubblico. Indifesa sostanzialmente da tutti, la Rai ha trovato un direttore che non ha giocato in difesa, ma ha offerto gli strumenti per verificare i fatti.

Forse però sul tipo di comunicazione molto diretta e veloce e sempre online del rapper, la Rai si è trovata spiazzata e non ha saputo reagire prontamente?

La Rai ha reagito da Servizio Pubblico. È la politica che ha alterato i tempi con interventi che assomigliano al rancore delle repliche social.

Se pensiamo ai numeri del pubblico, sembra che gli equilibri e le forze siano ribaltate: il post di Fedez con la sua esibizione ha circa 16 milioni di visualizzazioni su Instagram, il Concertone ha avuto 1.564.000 spettatori pari ad uno share del 6.9%. È così?

È vero. Ma tutto questo è legato anche all’insostenibile leggerezza regolatoria dei mercati della comunicazione.

Questo dibattito ha riacceso le polemiche sulla riforma del servizio pubblico televisivo, di cui lei parla da molto tempo. È arrivato il momento di intervenire sulla governance?

Molti si occupano di Rai mettendo in campo dati di ricerca e possibili scelte strategiche di cambiamento. La legge Renzi ha apportato modesti cambiamenti (anche interessanti, come il rappresentante del personale), ma non si può dire che la politicizzazione delle scelte sia stata intaccata. È vero, però, che la governance si è trovata ad affrontare la pandemia, e l’informazione italiana impara poco dalle emergenze del passato. Questa per di più non è stata “brevilinea”, ma lunga e faticosa da elaborare. Non a caso si discute sull’aumento dei disagi, anche di giovanissimi.

È venuto dunque il momento di cambiare, sperando che le scelte siano finalmente ispirate a una diversa capacità di rappresentare i mondi della comunicazione e una società che si trasforma. Non solo la politica. Ci vogliono competenze manageriali, comunicative e soprattutto sociali, anche perché la coesione oggi è al minimo storico. Occorre dunque concludere che è fondamentale non sbagliare le scelte.

Ad oggi, con l’agguerrita concorrenza dello streaming, lei sostiene che la televisione generalista non sta affatto morendo, anzi. Con la multimedialità e l’innovazione, puntando sui giovani, anche nelle conduzioni, la tv pubblica potrebbe essere al passo coi tempi. È anche questa una “riforma”?

Forse questa è la prima riforma. La Rai deve certo occuparsi dell’attuale giacimento di ascoltatori, ma tre passaggi su cui intervenire possono portare un cambiamento profondo. Anzitutto, la Rai non può nascondere che la sua platea si rafforza grazie all’invecchiamento della popolazione. Se è Servizio Pubblico, deve interrogarsi sull’abbandono dei giovani. È necessario inseguire i dati: se i giovani non ci sono è perché stanno altrove. Dalle altre tecnologie deve imparare nuovi stili di comunicazione, incluso il fatto che i giovani siano riconoscibili come tali nei palinsesti.

Secondo passaggio: la Rai deve assolutamente coltivare una radicazione sociale più forte che le faccia valorizzare il ruolo giocato durante il Covid; i dati sono molto interessanti perché attestano un aumento di responsabilità dei pubblici, giovani compresi. Quindi occorre rivolgersi a quella società che sotto la spinta del Covid ha rimesso in discussione il modello culturale di sviluppo. Richiamo una celebre lettera di Pupi Avati ai dirigenti Rai in cui chiedeva “più cultura”. Ha ragione: dai tempi di crisi si esce offrendo risposte all’insicurezza; più precisamente la risposta significa più conoscenza e più cultura.

Infine, il terzo passaggio-chiave è che la Rai in qualche misura deve “imparare il futuro” seguendo la linea indicata dalla crisi: siamo stati disponibili a cambiare ma per farlo ognuno di noi ha bisogno di interfacce autorevoli e fonti comunicative credibili. Le Tv italiane sono migliorate dal punto di vista dei pubblici e dell’affidabilità. Consiglierei a tutti di meditare sui dati dell’anno del Covid. Fanno capire anche “i bisogni insoddisfatti dalla comunicazione”. A quelli bisogna parlare.

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