Dopo gli interventi del costituzionalista Cesare Mirabelli, dell’ex procuratore Giancarlo Capaldo e dell’avvocato civilista Roberto Argeri, la proposta di riforma della giustizia nel Pnrr viene letta dal penalista Nicola Madìa, avvocato abilitato alle funzioni di professore associato di Diritto Penale 

Il progetto di riforma della Giustizia che la Ministra Cartabia sta elaborando contiene certamente degli spunti interessanti ed è apprezzabile soprattutto perché non si connota come un disegno ideologico, ispirato a logiche da tifoseria. Inoltre, è uno schema di riforma che mette al centro il problema che mina la credibilità e l’efficienza della giustizia: la lunghezza di tutti i processi. Tuttavia, a mio modesto avviso, di nuovo non si interviene sulla vera causa della lentezza della macchina giudiziaria che non è rappresentata dalla mancanza di risorse ma dalla scarsa produttività di chi gestisce il servizio.

Come dimostra l’esempio di uffici giudiziari che funzionano bene disponendo di meno risorse della media (pensiamo al tribunale di Viterbo citato dalla Ministra Cartabia), sono solo la capacità di organizzazione e l’attitudine a svolgere la propria professione in maniera efficiente gli elementi che consentono di trasformare la Giustizia in un servizio funzionante. Dipende sempre dagli uomini e chi protesta per l’asserita penuria di risorse adduce un fragile alibi per tentare di coprire la propria improduttività.

Basta frequentare un solo giorno le aule di tribunale per toccare con mano come sia spesso la carenza di dedizione al lavoro di chi amministra la Giustizia il fattore principale di mal funzionamento del servizio. Perlomeno in ambito penale (il settore che conosco meglio) è stato scientificamente dimostrato che i processi si rinviano nella stragrande maggioranza dei casi perché il giudice semplicemente quel giorno non è venuto, perché la Procura non ha citato i testimoni, perché l’imputato non ha ricevuto la citazione a giudizio ecc. ecc. Inoltre, sempre in ambito penale, è dimostrato che la macchina è ingolfata perché il P.M. chiede il rinvio a giudizio per tutto e il GUP lo concede, abdicando alla loro funzione di filtri che implicherebbe studio del fascicolo ed elaborazione di atti scritti anziché firme in calce a moduli prestampati.

Per questo, incentrare la riforma sull’aumento di risorse economiche e umane garantisce l’aumento di spesa pubblica ma non affronta il problema. Il nervo scoperto della magistratura è la produttività e nessuno schieramento intende prenderlo di petto, terrorizzato dall’enorme potere dell’ordine giudiziario. Per provare a risolvere questo che è il problema occorre introdurre strumenti idonei a incentivare a operare con impegno ed efficacia:

1) statistiche pubbliche, facilmente reperibili sulla rete, dei singoli magistrati affinché chi non lavora non possa nascondersi dietro le impersonali statistiche dell’ufficio;
2) statistiche analitiche per evitare che siano dopate tramite l’inserimento di migliaia di procedimenti definiti con provvedimenti a stampone (tutte le denunce contro ignoti finiscono in scatoloni e sono archiviate in blocco con un timbro sopra il plico);
3) correlazione ferrea tra progressioni di carriera e risultati. Se, ad esempio, P.M. e GUP chiedono e dispongono rinvii a giudizi a raffica che poi si concludono in serie con nulla di fatto, non possono ambire ad alcun avanzamento, ma, anzi, dovrebbero essere penalizzati;
4) valutazioni effettive della professionalità dei magistrati da testare periodicamente da commissioni formate da esaminatori in prevalenza esterni all ordine giudiziario;
5) assegnare incarichi direttivi solo a persone con comprovate capacità manageriali;
6) la separazione delle carriere, affinché i giudici siano formati alla cultura della terzietà e valutino con pari rigore le richieste di P.M. e difensori senza coltivare, come avviene ora in una partita “alterata”, un pregiudizio ideologico  in favore di chi accusa in quanto suo collega (ormai lo dice anche il dottor Woodcock sul Fatto Quotidiano).

Queste sono le uniche misure capaci realmente di fare ripartire in maniera efficiente una macchina inceppata, che procede a scartamento ridotto, producendo più danni (in termini di vite rovinate da processi infiniti e ingiusti) che vantaggi. Ma poiché cosi si andrebbe a intaccare il privilegio corporativo del Potere più forte dello Stato, temiamo che anche questo Governo e questa Ministra, pur animati dalle migliori intenzioni, opteranno per il quieto vivere, soprattutto vista la sorte toccata ai politici che in passato ci hanno provato, subito stritolati sotto il peso di inchieste finite poi nel nulla.

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