Con Mario Draghi l’Italia prova a rilanciare la collaborazione con la Francia nel Sahel, terra martoriata dalla Jihad. L’esperienza di lotta alla mafia può diventare un asso. Come con Cosa Nostra, i gruppi terroristi prosperano dove lo Stato non c’è. Una bussola nell’analisi di Leonardo Bellodi

Il passo di Salvador è un punto di passaggio situato a circa 1000 metri di altezza nella regione di Agadez in Niger che da accesso all’altopiano di Manguéni. Un luogo al centro di un triangolo geografico tra l’ Algeria, Niger e la Libia che è il  crocevia di traffici di armi, droga e purtroppo anche essere umani alimentato dalla criminalità organizzata e da estremisti islamici provenienti dal Mali e dal Ciad.

In Mali, nel 2012,una ribellione dei Tuareg a cui è eseguito un colpo di Stato ha portato il paese al collasso e ha aperto la strada per gruppi legati ad Al-Qaida per penetrare il paese e conquistarne il nord.

La Francia, sempre molto attenta a questa regione del Mondo è intervenuta con una grande operazione militare coinvolgendo in un secondo momento altri paesi (come ad esempio la Germania) e ottenendo dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la creazione di una missione di stabilizzazione (Minusma). Sempre la Francia è stata la promotrice del G5 un gruppo di cinque paesi del Sahara. Nel 2020, è stata creata una forza dell’Unione Europea e avviata l’operazione Takuba per supportare l’esercito del Mali nella lotta contro gli estremisti islamici.

Sembra una regione con la quale l’Italia ha poco a che fare. Ma così non è. La situazione crea tensioni nel Fezzan, la parte sud della Libia e le rotte di migranti che arrivano dall’ Africa Subsahariana passano da qua e sono sempre di più controllate da terrorismi e criminali.

Purtroppo, gli sforzi militari ed economici francesi non hanno dato gli esiti sperati. Organizzazioni estremiste legate ad Al Qaida (il Jnim per esempio) e l’ Isis (e si, esiste ancora) hanno fatto leva sul malcontento popolare in Burkina Faso, Niger e Mali reclutando giovani insoddisfatti dei propri governi.

A livello nazionale poi, spesso c’è poco differenza tra le milizie governative e le bande locali. Sono molti gli episodi di violenza nei confronti della popolazione civile perpetrata da entrambe le parti. In Mali, Minusma ha documentato centinaia di esecuzioni commesse dalle forze governative.

Anche gli Stati Uniti, sempre attenti in Libia e nei paesi limitrofi ai fenomeni terroristici, sono piuttosto preoccupati e hanno dato ai francesi assistenza logistica, intelligence e supporto aereo.

Ma la situazione non è certo migliorata. Nel 2005 la Regione del Sahel che comprende Mali, Niger e Burkina Faso contava 10 episodi di violenza perpetrati da terroristi o criminali Nel 2013 gli episodi sono saliti a poco meno di 300. Nel 2020, più di 2000.

È chiaro che la strategia militare non ha funzionato.

Ieri, il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha dichiarato, anche in seguito al secondo colpo di Stato in Mali negli ultimi nove mesi, di aver l’ intenzione di ritirare i circa 5000 soldati presenti nella regione. Una notizia ch avrà certo fatto piacere a criminali e terroristi.

La dichiarazione di Macron segue di pochi giorni il suo incontro con il Presidente del Consiglio Draghi che ha dichiarato : “si è iniziato un nuovo passo importante delle nostre relazioni internazionali, una collaborazione in una parte del mondo che ci aveva sempre visto su sponde diverse, se non contrastanti. L’intenzione è lavorare insieme in quella parte d’Africa”.

Già ma come?

Forse la nostra esperienza nella lotta contro la mafia e altre organizzazioni criminali può indicarci la strada.  Queste prosperano laddove lo Stato non è in grado di garantire ai propri cittadini i bisogni primari:  una casa (o la possibilità di riappropriarsene), la giustizia, un lavoro.

L’Isis è riuscito a conquistare Sirte perché il governo libico non era riuscito a garantire tutto ciò. E sono molti gli esempi che mostrano che i jiadisti faticano a sabotare iniziative sociali ed economiche che hanno il supporto della popolazione locale.

Attualmente gli Stati del Sahel spendono più del 40% del loro bilancio in sicurezza. La strada militare ha mostrato tutta la sua debolezza. Forse quella della ricostruzione della società civile che significa investimenti in educazione, creazione di realtà economiche e dunque posti di lavoro avrebbe una maggiore possibilità di successo. Non è facile, non è scontato, è una strada lunga ma che vale la pena iniziare a percorrere.

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