Ron DeSantis, governatore della Florida e possibile candidato repubblicano alle prossime Presidenziali Usa, ha firmato una nuova legge che impone sanzioni fino a $250.000 al giorno per ogni piattaforma social che bloccherà un profilo politico

È entrata in vigore lunedì 24 maggio la nuova legge del governatore della Florida Ron DeSantis (Repubblicano), che punta a condizionare la libertà “editoriale” di Facebook, Twitter, Instagram, Youtube e tutte le altre piattaforme social. DeSantis tra i papabili candidati repubblicani alle presidenziali del 2024, vicino a Trump e fortemente contrario al ban dell’ex presidente dalle principali piattaforme.

La norma vieterà il “deplatforming”, cioè il togliere l’uso di un profilo a un utente che non rispetta le policy aziendali nella condivisione di contenuti. Il “deplatforming” è spesso utilizzato dalle aziende della  Silicon Valley per fermare la diffusione di fake news e linguaggio violento, ma è stato fortemente criticato da alcuni come una forma di censura.

DeSantis è stato tra i primi politici USA a denunciare il potere, considerato “supremo”, delle Big Tech rispetto alla libertà di espressione, dichiarando le loro azioni incostituzionali e una violazione del primo emendamento.

“In questa sessione abbiamo agito per assicurare che a ‘Noi il popolo’ – i veri Floridiani in tutto il Sunshine State – sia garantita la protezione contro le élite della Silicon Valley”, ha dichiarato il governatore. “Molti nel nostro stato hanno sperimentato la censura e altri comportamenti tirannici in prima persona a Cuba e in Venezuela. Se i sorveglianti delle Big Tech applicano le regole in modo incoerente, per discriminare a favore dell’ideologia dominante della Silicon Valley, ora saranno ritenuti responsabili.”

In realtà, la legge di DeSantis non vieta completamente alle Big Tech di far accettare i termini e le condizioni necessarie per accedere alle piattaforme social. Un sito come Facebook potrà comunque bloccare un profilo per 14 giorni e potrà anche eliminare contenuti sensibili e/o violenti. Non potrà, però, agire contro i politici. Nel caso in cui una piattaforma violi la norma, questa dovrà pagare una multa di $250.000 al giorno per ogni profilo bloccato di un candidato per un’elezione statale e di $25.000 per qualsiasi altro candidato. I cittadini, inoltre, potranno denunciare le Big Tech nel caso in cui ritenessero che siano stati violati i loro diritti.

Secondo la norma, le Big Tech non potranno neanche più bloccare la libera circolazione di articoli giornalistici ritenuti sensibili e falsi – come fecero Facebook e Twitter nell’ottobre del 2020 limitando le condivisioni di un op-ed del New York Post che diffamava Hunter Biden, il figlio del presidente. E, infine, dovranno rendere pubbliche le pratiche utilizzate per la moderazione dei contenuti e fornire agli utenti un preavviso sui cambiamenti alle politiche.

La legge verrà applicata solo alle aziende con almeno 100 milioni di utenti mensili in tutto il mondo.

C’è solo un problema. Un report prodotto da NBC sottolinea come in realtà “i politici e i siti web conservatori possono essere così efficaci sui social media che spesso dominano in alcune categorie, come la classifica dei link più visti su Facebook. Facebook ha anche allentato le sue regole in modo che le pagine conservatrici non siano penalizzate per le violazioni.” I Repubblicani come DeSantis sono quindi più avvantaggiati rispetto ad altri, dato che godono già di alcuni “privilegi” – se così possiamo definirli.

Le grandi Big Tech non hanno ancora commentato l’accaduto, ma in molti hanno criticato la legge dicendo che creerebbe un internet gestito dallo Stato, sul modello russo. E ribaltano la questione del Primo Emendamento: impedire alle piattaforme di moderare i contenuti viola la loro libertà di espressione, e permetterebbe la pubblicazione di contenuti estremisti, violenti, di odio, pornografia, e anche messaggi eversivi di potenze straniere.

 

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