Il consiglio indipendente di Facebook ha confermato la sospensione di Trump ma ha precisato che essa non può essere indefinita. Come bilanciare la libertà di parola dei leader politici e la lotta alle parole d’odio? Ne abbiamo parlato insieme al professor Gambino

Non è più una caccia alle streghe, come l’hanno definita in molti, quella di Facebook contro Trump, ma un “problema” più grande. Il 5 Maggio, il Consiglio Indipendente di Facebook avrebbe dovuto emanare la propria decisione sulla sospensione indefinita dell’account dell’ex Presidente Trump. Non ha bocciato la mossa del social network, ma ha anche precisato che non può essere per sempre. Perché nella valutazione è emerso un ragionamento su larga scala: che effetti potrebbe avere una decisione come questa sulle altre figure politiche nel mondo.

Abbiamo fatto al professor Alberto Gambino, ordinario di Diritto privato ed esperto di Information Technology, media e telecomunicazioni, alcune domande su libertà di espressione e contenuti online.

Se Facebook decidesse di bandire qualsiasi linguaggio che inciti alla violenza e all’odio, quali potrebbero essere gli effetti a livello internazionale?

Il cosiddetto hate speech implica che il linguaggio incitante alla violenza sia utilizzato in pubblico, non in privato. Dunque è corretto che chi funga come “cassa di risonanza” di tali discorsi si ponga il problema della corresponsabilità sugli effetti che tali strumenti di propaganda “violenti” possono comportare sull’ordine pubblico e, in definitiva, sull’incolumità delle persone. Il principio di auto-responsabilità fondante tutte le democrazie più evolute implica che si debba necessariamente regolamentare ogni fonte foriera di pericoli per la collettività. Non è tecnicamente censura – che si avrebbe quando si dovesse conculcare la libertà di pensiero – ma è doveroso rispetto dei diritti inviolabili dei possibili destinatari di atti violenti “istigati” da qualcuno. Certamente, poi, se questo qualcuno è addirittura una personalità pubblica di caratura mondiale con oltre 35 milioni di follower, allora il “bando” è certamente inevitabile.

Chi decide se un linguaggio è in grado di incitare alla violenza e all’odio?

Questo è il tema più delicato: deve farlo l’operatore privato oppure, democrazia vorrebbe, un soggetto legittimato a compiere queste scelte attraverso regole costituzionali che si dà uno Stato sovrano? Cioè: qual è la “magna charta” che stabilisce cosa è incitazione all’odio e cosa è libera manifestazione del pensiero? Tanto più se il bando avesse – come Lei ricorda nella domanda – effetti a livello internazionale. Non si può lasciare tale scelta, che ha un impatto sulla formazione delle idee a livello mondiale, a un gruppo di esperti “contigui” – e tornerò su questo concetto di “contiguità” – con chi ha il potere tecnico di disconnettere “sine die” il presunto colpevole di discorsi incitanti all’odio.

È corretto, dal punto di vista giuridico, che Facebook e il suo Consiglio Indipendente possano decidere cosa sia giusto e sbagliato scrivere sui social?

Ecco il punto cruciale: cosa si intende per “indipendenza” di un decisore. Ora l’Independent Oversight Board di Facebook funziona, quanto a sua genesi, più o meno così: il primo gruppo di esperti che lo compongono è nominato da Facebook, poi gli stessi “nominati” – negli anni a venire – coopteranno altri esperti, così auto-generandosi nelle loro nuove composizioni. A corredo di questo, Facebook detta una serie di regole sulla “terzietà” di tali componenti rispetto agli interessi di Facebook. È chiaro che se questi componenti fossero scesi per la prima volta sulla terra da un altro pianeta, allora – forse – si potrebbe escludere una qualche “prossimità” con chi li nomina.

Ma, invece, si tratta di pochissimi specialisti scelti tra i milioni di esperti che popolano la rete Internet e, dunque, è difficile pensare – appartenendo tutti noi al genere umano, di cui conosciamo pregi e difetti – che possa trattarsi di persone davvero “aliene” dal mondo di Facebook. Si badi bene, questo è il difetto di tutte quelle autorità, pubbliche o private, nominate da soggetti “interessati” alle loro decisioni.

Non è un caso che nella tripartizione dei poteri di Montesquieu, oggi adottata dalle repubbliche liberali, il decisore – cioè la magistratura – rappresenta un potere a sé stante, che non può essere contaminato da “incursioni” di altri poteri dello Stato a cominciare proprio dalle nomine dei suoi componenti togati. Dunque, la risposta alla sua domanda è radicale: no, non è corretto da un punto di vista giuridico-istituzionale che Facebook e il suo Consiglio “Indipendente” possano decidere cosa sia giusto e sbagliato scrivere sui social. Occorre un’autorità terza, autonoma, davvero indipendente e democratica.

Il problema della violenza verbale sui social non si trova solo sotto i profili dei personaggi pubblici, ma anche all’interno di profili “normali.” Di certo, questo linguaggio non è corretto in nessuna forma, ma Facebook può davvero agire come “poliziotto del web”?

Potrebbe agire come “poliziotto del web” se avesse una delega da parte dello Stato sovrano che – attraverso appunto le magistrature – ha giurisdizione anche sul cittadino che possiede un profilo Facebook. Non si pensi che la rete Internet sia una zona franca immune dall’enforcement delle autorità giudiziarie. Non bisogna confondere le cose difficili (perseguire un reato su Internet) con quelle infondate (i magistrati non hanno potere sulla rete).

Certamente, però, Facebook non può “compartecipare” alla commissione di un reato e, dunque, in forza di quel principio di auto responsabilità richiamato all’inizio del nostro dialogo, dovrà evitare di fare da “cassa di risonanza” di comportamenti e dichiarazioni palesemente illeciti. Ma in modo puntuale e selettivo, non disconnettendo senza termine l’iscritto alla sua piattaforma, come sta accadendo ora per Donald Trump, e qui il ragionamento si farebbe circolare, tornando all’inizio di questa intervista.

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