Il Parlamento romeno dà il via libera a una legge sul 5G che è un divieto de facto a Huawei. Una mossa per rafforzare l’intesa con gli Usa di Biden e per segnare un punto di svolta nella strada alla rete cyber europea che avrà il suo centro a Bucarest

La Romania si prepara a realizzare la sua rete 5G aprendo le aste nella seconda metà dall’anno in corso ed è pronta a fare a meno della società cinese Huawei. Dopo il via libera della Camera, anche il Senato di Bucarest ha dato il via libera alla legge che richiede alle aziende ddi telecomunicazioni un’autorizzazione da parte del Consiglio supremo di difesa per fornire tecnologie, strumentazioni e software alle infrastrutture nazionali. Si attende soltanto la promulgazione del presidente Klaus Iohannis, che presiede il Consiglio supremo di difesa.

Si concretizza così il memorandum siglato nell’agosto 2019 dalla Romania, alleato di ferro degli Stati Uniti già da prima dell’ingresso nella Nato datato 2004, con l’amministrazione di Donald Trump. Nel documento i due governi si erano impegnati a “un’attenta e completa valutazione dei fornitori 5G”. Non c’è alcun diretto riferimento alle società cinesi accusate da Washington di spionaggio per conto del governo di Pechino. Ma i tre paletti concordati sono stati definiti dagli addetti al settore come un divieto de facto a Huawei e Zte.

Quel documento è stato il frutto di quanto accaduto pochi mesi prima, a maggio, alla conferenza di Praga. Parteciparono oltre 30 Paesi dell’Unione europea, della Nato, dei Five Eyes ma non solo. Presente anche l’Italia, dove nel dicembre successivo fu pubblicata la relazione del Copasir che invitatavi il governo a escludere Huawei e Zte dal 5G. Da quell’evento partirono gli sforzi europei verso la Toolbox 5G e quelli statunitensi per l’iniziativa Clean Network che molto successo ha riscosso nell’Europa scandinava e orientale.

Huawei, che ha sempre respinto le accuse statunitensi, ha cercato fino all’ultimo di ammorbidire la legge chiedendo importanti emendamenti alla bozza sostenendo sia il pesante impatto economico delle norma (oltre 7 miliardi di euro tra perdite dirette e indirette, secondo le stime offerte dalla società) sia respingendo le accuse di rappresentare un rischio per la sicurezza (ossia un costo nascosto, come emerge da un recente report Cefriel).

La società cinese proponeva due emendamenti: uno per aggiungere un riferimento alla Toolbox europea e per limitare i requisiti alla rete core, l’altro per gestire i rischi per la sicurezza informatica attraverso standard tecnici come fatto da Germania e Finlandia, due Paesi dell’Unione europea. Entrambe le soluzioni avanzate a Huawei avrebbero richiesto l’approvazione della legge da parte della Commissione europea prima della promulgazione.

Dopo la Romania, ora gli occhi sono puntati sulla Polonia, un altro dei Paesi dell’Unione europea che sul 5G cinese hanno scelto la linea dura a differenza di Stati indecisi per ragioni economiche come Austria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna e di quelli a metà strada, gli “interventisti” Finlandia, Francia, Germania e Italia.

La scelta di Bucarest porta a due considerazioni. La prima: il cambio alla Casa Bianca con l’ingresso di Joe Biden non cambia i rapporti con gli Stati Uniti. Anzi. Un mese fa, durante un vertice dei Paesi Nato dell’Europa orientale (il cosiddetto Formato Bucarest) a cui ha preso parte anche il presidente statunitense, Iohannis ha chiesto un maggior impegno, in termini di truppe, sul fianco Est dell’alleanza. Se ne parlerà al vertice Nato di Londra nei prossimi giorni.

La seconda considerazione parte da un fatto: Bucarest ospiterà il Centro europeo di competenza per la cibersicurezza che guiderà la rete dei centri nazionali di coordinamento (quello italiano dovrebbe essere annunciato nelle prossime settimane all’interno della nuova Agenzia nazionale per la cybersecurity). La scelta della linea dura da parte del Paese capofila del progetto potrebbe rappresentare una spinta per gli altri 26 a intraprendere una direzione simile al fine di garantire standard comuni.

E in questo senso va letta la decisone delle autorità europee, rivelata da Politico, di accendere un faro sull’Open Ran per verificare se una supply chain aperta significa maggiori rischi per la sicurezza. Anche perché sono della partita anche tre operatori cinesi e una lunga lista di aziende cinesi. La mossa europea sembra indicare le difficoltà dell’Occidente che mentre cerca di limitare Huawei e Zte rischia di ritrovasi con due sole alternative: le europee Nokia ed Ericsson.

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