Tre centri studi lanciano la proposta di nuovi “Brady bonds” per i Paesi in via di sviluppo. Questa volta, però, legati alle politiche ambientali. Palla al G20 Finanze che si riunirà a Venezia tra qualche giorno

Nel 1989, nell’ambito del cosiddetto piano Brady, così chiamato in onore del segretario al Tesoro americano Nicholas Brady, furono creati i “Brady bonds”, pensati per alleggerire il debito estero di alcuni Paesi in via di sviluppo. Furono emessi in due forme: alla pari, cioè emessi al valore nominale ma con cedola sui titoli inferiore a tasso di mercato; scontati rispetto al valore originario ma con cedola a tasso di mercato.

A distanza di oltre tre decenni alcuni esperti hanno riportato alla luce quella proposta, ma declinata in ambiento climatico. Il progetto si chiama “Debt Relief for a Green and Inclusive Recovery”. A proporlo sono tre centri studi: il Global Development Policy Center dell’università di Boston, la Fondazione Boell Foundation di Berlino (affiliata al Partito verde tedesco) e il Center for Sustainable Finance della Soas all’Università di Londra. Destinatario è il G20, quest’anno a presidenza italiana, in particolare i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali che si incontreranno a Venezia il 9 e 10 luglio.

La richiesta è la seguente: creare una nuova struttura globale per garantire nuove obbligazioni che potrebbero essere scambiate dai creditori privati con il vecchio debito con uno sconto significativo. I livelli di debito in molti Paesi a basso e medio reddito sono cresciuti ampiamente a causa della pandemia e ciò sta ostacolando la loro capacità di rispondere alla crisi sanitaria ed economica e di rendere le loro economie in linea con gli obiettivi climatici. Per questo, la struttura di garanzia dovrebbe essere supervisionata dalla Banca Mondiale e il piano dovrebbe impegnare i paesi che ricevono la riduzione del debito ad allineare le loro politiche con l’accordo di Parigi sul clima e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, dice il rapporto.

“L’attuazione di questo tipo di riduzione del debito non solo affronterebbe i bisogni a breve termine, ma getterebbe anche le basi per una crescita e uno sviluppo più sostenibili”, hanno spiegato su Reuters due economisti che hanno avanzato la proposta, Shamshad Akhtar, presidente della Borsa pachistano e già governatore e ministro delle Finanze, e Ulrich Volz, direttore del Centre for Sustainable Finance e ricercatore al German Development Institute. “Potrebbe anche fornire un trampolino di lancio verso una nuova architettura globale del debito che sia equa, trasparente ed efficiente e che tenga conto dei bisogni dei Paesi emergenti e in via di sviluppo”, proseguono. Per questo, “i Paesi del G20 devono essere coraggiosi e devono agire ora”. Perché, concludono, “l’esperienza passata ci dice che ritardare la risposta alle crisi del debito porta a risultati peggiori e a costi più alti sia per i debitori sia per i creditori”.

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