Riuscirà la forza centripeta dei valori condivisi, sullo sfondo di comuni minacce (Russia e Cina), ad avere ragione di quella centrifuga degli interessi commerciali e mercantilistici di un buon numero dei Paesi coinvolti nel progetto statunitense? Il commento dell’ambasciatore Gabriele Checchia, presidente del comitato strategico del Comitato atlantico italiano

Il recente denso “periplo” europeo del presidente statunitense Joe Biden – con cinque giorni di vertici in successione: il G7 di Carbis Bay, significativamente allargato a comprendere come Paesi invitati Australia, India, Corea del Sud e Sud Africa, il sumit Nato a Bruxelles a quello, infine, del 15 giugno, con l’Unione europea – si presta a una serie di considerazioni.

La prima è che con tale missione nel Vecchio continente (non casualmente la prima all’estero dalla sua entrata in carica lo scorso gennaio) il successore di Donald Trump alla Casa Bianca, oltre a fornire un segnale di manifesta discontinuità con l’approccio improntato al “disimpegno” e al bilateralismo business-oriented tipico del suo predecessore, ha inteso confermare la volontà della sua amministrazione di rivitalizzare il legame con i tradizionale alleati degli Stati Uniti su questo lato dell’Atlantico. A cominciare, dato non trascurabile, dal Regno Unito post Brexit come testimoniato dall’incontro di esordio: il bilaterale con Boris Johnson in un’ottica volta a sottolineare che la special relationship angloamericana ha ancora dei bei giorni davanti a sé e che a tale rapporto privilegiato anche l’amministrazione Biden assegna particolare importanza.

Tutto questo, dopo avere fornito un analogo, non meno rilevante segnale di attenzione, e volontà di fare fronte comune alla sfida cinese, agli alleati di area asiatica ricevendo a Washington, in precedenza, il primo ministro giapponese Yoshihide Suga e il presidente sudcoreano Moon Jae-in.

La seconda è che – come da lui esplicitato in conferenza stampa a margine dei lavori del G7 ( “tutti hanno compreso la serietà delle sfide che fronteggiamo e la responsabilità delle nostre orgogliose democrazie di farsi avanti e produrre risultati per il resto del mondo”) – l’America è tornata al tavolo ed è pronta a guidare la lotta per vincere la sfida epocale lanciata dalle autocrazie (Russia, Cina, Iran ancor più, ritengo, dopo il recente trionfo dei conservatori in quelle elezioni presidenziali). Volontà di contrastare la sfida e l’aggressività delle autocrazie che trova, tra l’altro, conferma nella decisione del vertice Nato di consentire, seppur con decisione da adottare caso per caso, l’invocazione dell’articolo 5 (la cui natura di “chiave di volta” dell’alleanza Biden ha voluto opportunamente enfatizzare dopo i distinguo trumpiani) per fare fronte agli attacchi cibernetici come si fa con gli atti di guerra. Impegno importante, ma destinato con ogni probabilità a rivelarsi di non facile applicazione alla luce della nota difficoltà di assegnare con sicurezza, all’uno o all’altro “attore” ostile, la responsabilità di attacchi cyber (è il noto problema dell’attribution).

La terza è che gli Stati Uniti a guida Biden intendono farsi interpreti e capofila di una visione dell’ordine internazionale basato non solo sulle regole (rule-based) ma anche sulla intransigente difesa del multilateralismo e di valori condivisi: quelli propri delle democrazie ripresi, con formulazioni leggermente diverse ma identiche nella sostanza, sia nel comunicato finale del G7 che nelle conclusioni del vertice atlantico.

Come è stato autorevolmente osservato da Vittorio Emanuele Parsi sul Messaggero, “con la sua intensa settimana europea il presidente Biden ci ha ricordato la necessità di fissare ben salde le gerarchie: non quelle della potenza ma quelle dei valori”.

In sostanza, quello che Biden chiede a noi europei – sapendo di toccare corde per noi sensibili alla luce della nostra storia e cultura della quale con la sua origine irlandese e fede cattolica è anch’egli per molti versi espressione – è di unirsi agli Stati Uniti in una sorta di “lega delle democrazie” essenzialmente in funzione anti Repubblica popolare cinese e di compattarsi per contenere insieme le minacce russe. Il tutto, va da sé, con un occhio rivolto anche alla geopolitica, ben sapendo a Washington (sia in campo democratico che repubblicano) che è questo il momento in cui produrre il massimo sforzo per evitare che la collaborazione pragmatica in chiave antioccidentale in atto tra Pechino e Mosca si trasformi progressivamente in un pericoloso e durevole asse geopolitico.

È azione di contenimento il cui significato non è del resto sfuggito alla dirigenza cinese (stigmatizzata nel comunicato finale di Carnis Bay per i suoi comportamenti inaccettabili a Hong Kong e nello Xinjiang), tanto da indurla a reagire con l’ampiamente mediatizzato commento: “Un piccolo gruppo di Paesi non detta legge al mondo” (presa di posizione, osservo per inciso, che presenta inquietanti assonanze con l’asserzione a suo tempo formulata da Recep Tayyip Erdogan in relazione allo strapotere dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, secondo la quale “il mondo è più grande di cinque”). Che sia questo, viene da chiedersi, il nuovo mantra delle potenze a vario titolo revisioniste?

Questo, dunque, il progetto ambizioso, a più di un titolo condivisibile, che l’amministrazione in carica a Washington (che ha sinora dato prova di saper coniugare in maniera apprezzabile l’idealismo proprio di larghi settori del Partito democratico e il pragmatismo indispensabile per gestire in maniera responsabile gli affari del mondo) intende portare avanti nel corso del suo quadriennio. Come esplicitato del resto dallo stesso Biden in conferenza stampa alla vigilia della sua partenza per il tour europeo.

Tutto facile allora, con la strada spianata? Non necessariamente.

Almeno due, a mio avviso, i fattori di rischio suscettibili di inficiare, se non compromettere (ma non voglio considerare tale ipotesi estrema), la praticabilità del disegno di Biden.

Il primo risiede nel fatto che il progetto di “Lega delle democrazie” in chiave di contenimento delle potenze autocratiche potrebbe nel tempo finire con l’assumere – anche indipendentemente dalla volontà dei suoi promotori – i tratti di uno dei due poli di uno “scontro di civiltà” lungo le linee a suo tempo ipotizzate da Samuel Huntington. Esso finirebbe dunque col trasformarsi da utile strumento di natura essenzialmente geopolitica, e dunque di riequilibrio dei rapporti di forza, in uno di natura “ideologica” (suscettibile, tra l’altro, di offrire al campo antioccidentale pretesti per alimentare sentimenti di discriminazione e rivalsa in seno alle opinioni pubbliche – facilmente manipolabili in assenza di contropoteri – dei Paesi di matrice appunto autocratico-revisionista).

Né vanno trascurate due ulteriori criticità rappresentate, da un lato, dall’assenza a oggi di una visione compiuta in seno all’amministrazione democratica circa le modalità e gli strumenti (al di là di quelli di deterrenza e difesa messi a punto in ambito Nato) grazie ai quali l’Europa, gli Stati Uniti e le democrazie partner dovrebbero affrontare insieme le sfide strategiche cui la prospettata “alleanza delle democrazie” sarebbe chiamata a far fronte; dall’altro, dalla difficoltà di definire a quale altezza collocare l’asticella perché si possa parlare di “democrazia”, e dunque di Paese in grado di integrare credibilmente il “fronte anti-autoritario”. È questione, ritengo, che prima o poi si porrà con un corollario di non poco conto: è infatti evidente che tanto più da parte americana si porrà in alto l’asticella tanto più sarà politicamente difficile avvalersi senza imbarazzo, nell’opera di contrasto delle autocrazie anti-occidentali, della collaborazione di partner di dubbie credenziali democratiche ma collocati in aree del globo cruciali, sotto il profilo geopolitico, per la tutela dei nostri interessi.

Il secondo fattore che potrebbe rivelarsi di ostacolo al compattamento di un’alleanza in chiave anticinese e antirussa, come quella auspicata da Biden, risiede nel fatto che le ragioni della sicurezza non necessariamente coincidono, in primis ma non solo, per gli alleati europei, con quelle dell’economia. Valga per tutte la recente esternazione del presidente Emmanuel Macron secondo la quale la Francia è, certo, con gli Stati Uniti se si parla di sicurezza ma non è disponibile ad azzerare per questo i propri rapporti economici con Mosca e Pechino. È linea mediana che riflette certamente i sentimenti anche di buona parte dell’establishment economico-industriale tedesco e del nostro Paese, così come di altri importanti Paesi europei.

Tale affiorante difficoltà per l’Europa di conciliare la fedeltà all’alleato statunitense sul terreno della sicurezza e dei condivisi valori con la promozione dei propri interessi sul terreno dell’export è accentuata dal fatto che sicurezza ed economia si sovrappongono sempre di più. Basti pensare alle telecomunicazioni, alla controversa rete 5G, alle batterie, ai microprocessori indispensabili per la fabbricazione dei prodotti a più alto valore aggiunto: dai telefonini alle auto. In tutti questi casi (ma altri se ne potrebbero citare) potrebbero spingere almeno taluni europei più verso la Cina che verso gli Stati Uniti. È competizione aperta che potrà diventarlo ancor più, in prospettiva, vista la impressionante crescita del Dragone nei settori più innovativi.

Vi è motivo di credere che ci vorranno gesti concreti da parte dell’amministrazione Biden per convincere gli europei della solidità credibilità e, last but not least, sostenibilità dell’approccio proposto. Potrebbe trattarsi, per esempio, della scelta di intervenire con più decisione in Libia – cosa che per il momento non sembra in agenda – oppure di dare corpo a investimenti massicci nei Paesi europei (mentre il G7 si è concluso con un piano iperbolico di aiuti – il “Build Back Better World” – a favore degli Stati più poveri, in chiave di contraltare occidentale alla Via della Seta a trazione cinese, senza peraltro specificare da dove proverrà tale ingente quantità di denaro). In positivo va, in ogni caso, registrata la tregua raggiunta tra stati Uniti e Unione Europea sul terreno del quasi ventennale contenzioso tra Boeing e Airbus.

In sostanza, l’“alleanza delle democrazie” caldeggiata dal presidente democratico è certamente obiettivo meritevole di perseguimento e probabile catalizzatore di sforzi sui due versanti dell’Atlantico per giungere a un durevole salto di qualità ad ampio spettro nelle relazioni tra le due sponde. È però ancora presto per avere una risposta definitiva al quesito di fondo che mi sentirei di riassumere così: riuscirà la forza centripeta dei valori condivisi, sullo sfondo di comuni minacce, ad avere ragione di quella centrifuga degli interessi commerciali e mercantilistici di un buon numero dei Paesi coinvolti?

I fatti diranno ma è interrogativo dalla cui risposta, in un senso o nell’altro, dipenderà in larga misura la qualità delle relazioni transatlantiche negli anni a venire.

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