Quale rapporto tra tecnologia e sicurezza nell’Euromediterraneo al centro del braccio di ferro Usa-Cina? Il dibattito “A Strategic Nexus” di Formiche e ChinaMed con Gadi Ariav, Lucio Demichele (Farnesina), Hu Kun (ZTE), De Vecchis (Huawei), Ilan Maor, Francesco Lapenta e Luigi Martino

La sfida per la supremazia tecnologica è un affare tra Stati Uniti e Cina, ma esiste una questione euromediterranea?

Ha provato a rispondere a questa domanda il professor Gadi Ariav della Coller School of Management all’Università di Tel Aviv. L’esperto ha aperto il convegno “Between connectivity & security: the new role of technology in China-EuroMed relations” all’interno del ciclo “A Strategic Nexus” organizzato da Formiche e da ChinaMed, un progetto di ricerca del TOChina Hub dell’Università di Torino, insieme all’Università di Tel Aviv, all’Università di Pechino e all’ufficio di Roma della Georgetown University. A coordinare i lavori Ori Sela, professore associato dell’Università di Tel Aviv.

Basti pensare agli spyware e a come i diversi governi li definiscono, ha spiegato Ariav: “Il mio è un asset, il tuo è una minaccia o uno strumento criminale”. “La tecnologia è al centro delle tensioni tra [la ricerca di] una migliore connettività, la difesa della sicurezza nazionale e il perseguimento della sicurezza economica”, ha continuato il professore sottolineando la “relativa debolezza” del settore tech europeo (tre i fattori: venture capital non all’altezza, barriere linguistiche e prevenzione dei rischi) e del cluster EuMed, a eccezione di Israele.

Il diplomatico Lucio Demichele, capo dell’Unità di analisi, programmazione, statistica e documentazione storica del ministero degli Affari esteri italiano, ha posto l’accento sul ruolo che spetterebbe all’Unione europea – “potenza regolatrice e commerciale” – evidenziando come alle scelte difensive sia necessario aggiungere investimenti e innovazione per competere a livello globale e come il “grosso punto interrogativo” è il ruolo nella regione degli Stati Uniti nei prossimi anni.

Due speaker – Hu Kun, presidente di ZTE Western Europe e amministratore delegato di ZTE Italy, e Luigi De Vecchis, presidente di Huawei Italia – hanno seguito una linea simile: “unire le questioni tecnologiche e quelle geopolitiche peggiora le cose”, ha spiegato il primo sottolineando, dalla sua prospettiva aziendale, che i rischi tecnologici “sono gestibili” e criticando gli approcci che vedono l’Europa al centro della contesa geopolitica tra Stati Uniti e Cina: “non è così debole o arretrata”, ha detto invitando l’Europa a non chiudere le sue barriere e a collaborare.

De Vecchis, che ha aperto il suo intervento definendosi un “italiano che lavora per una grande multinazionale”, ha spiegato che quel mix tra tecnologia e geopolitica sopracitato “crea problemi”. “Proteggere il Paese” ed “evitare questo tipo di guerra geopolitica”, ha detto il manager mettendo sul tavolo una questione cruciale, come evidenziato dal professor Sela: esiste un tema di identità nazionale per le aziende tecnologiche? Secondo l’intelligence statunitense e il Copasir sì, visto che entrambi – e non solo loro – hanno suggerito ai rispettivi governi di escludere le società cinesi dalla rete 5G alla luce di due leggi cinesi (la National Security Law e la Cyber Security Law) che permetterebbero agli organi dello Stato e alle strutture di intelligence di “fare pieno affidamento sulla collaborazione di cittadini e imprese”, come recita il rapporto di fine 2019 del Comitato italiano di raccordo tra parlamento e 007. Impostazione sempre e ovunque criticata da ZTE quanto da Huawei.

Ilan Maor, managing partner di Sheng Enterprises a Shanghai e presidente della Camera di commercio Israele-Cina, ha spiegato le ragioni per cui non esiste una questione “EuMed” per la Cina, bensì una questione “EuMed-US”: “Se lasciamo da parte il fattore americano, non c’è un tema”, ha spiegato Maor suscitando la reazione divertita di De Vecchis. “La Cina è molto più che tecnologia e business per gli Stati Uniti: è strategia, è difesa, è politica interna, è politica estera” e questo la rende “un tema centrale” per Washington. Quanto a Israele, Maor ha raccontato il forte pressing statunitense affinché Gerusalemme non si affidi tecnologicamente alla Cina, “un po’ come sta accadendo in Europa”. Che l’interna arena tecnologica diventi terreno di scontro tra Stati Uniti e Cina in Europa e in Israele è “qualcosa che non dovremmo accettare”, ha aggiunto l’ex diplomatico.

Dopo i manager, hanno chiuso i lavori due esperti dal mondo universitario. Il professor Francesco Lapenta, direttore dell’Institute of Future and Innovation Studies della John Cabot University di Roma, ha evidenziato come, al pari della corsa alla tecnologia che ha caratterizzato la Guerra fredda, sia difficile ipotizzare l’assenza di competitività tra Stati Uniti, Europa e Cina nel fissare gli standard tecnologici visto che chi li controlla avrà sempre una maggiore “forza economica e politica”. Ma c’è spazio per un engagement nelle sedi del multilateralismo davanti a sfide comuni come quelle che rispondono agli Obiettivi di sviluppo sostenibile 2030. Ci sono sfide comuni perché viviamo in “un ambiente comune” che trascende dei diversi approcci e dal diverso contesto culturale, “come la pandemia ha dimostrato”.

Il professor Luigi Martino, esperto di cyber security e relazioni internazionali all’Università di Firenze, ha spiegato che la questione politica della tecnologia, “che è neutra”, è l’utilizzo che se ne fa. Infine, due domande. “Siamo sicuri che la sicurezza sia una preoccupazione degli Stati” e non, in particolare quando parliamo di tecnologia cyber, “una questione che riguarda tanto le nazioni quanto i cittadini e l’economia?”. E allo stesso modo, la data privacy non riguarda anche gli Stati e i diritti umani? “Questo è un problema, l’altro è l’accountablity”, ha concluso il professore.

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