Come può la lotta contro la crisi climatica generare delle questioni geopolitiche nell’area mediterranea, e qual è il ruolo della Cina nella transizione energetica? Il dibattito “A Strategic Nexus” di Formiche e ChinaMed con Silvia Francescon, Colin Price, Corrado Clini, Giulio Bonazzi e Stefano Marguccio

La transizione energetica è un processo fondamentale nel combattere la crisi climatica e sta coinvolgendo tutto il mondo, ma avrà anche delle conseguenze geopolitiche che andranno inevitabilmente affrontate nel prossimo futuro. Di questo si è parlato durante il panel intitolato “Global warming (up): the emerging joint quest for climate sustainability and its impact on global connectivity & security”, nell’ambito del ciclo “A Strategic Nexus” organizzato da Formiche e da ChinaMed, un progetto di ricerca del TOChina Hub dell’Università di Torino, insieme all’Università di Tel Aviv, all’Università di Pechino e all’ufficio di Roma della Georgetown University. A coordinare il panel Silvia Francescon, Senior Policy Advisor di Hyphen e membro del comitato esperti G20 gruppo energia e clima presso il Mite.

Ha aperto la discussione il professor Colin Price, della School of Geosciences dell’Università di Tel Aviv, che dopo aver riassunto dal punto di vista scientifico la crisi climatica in atto a livello globale, ha sottolineato come la principale responsabile dell’emissione di CO2 dal 2005 ad oggi sia la Cina, scalzando gli Usa che però sono stati in testa molto più a lungo e con effetti quindi più importanti sulla salute del pianeta. La Cina è però al tempo stesso uno dei Paesi che più di tutti vede il cambiamento climatico come una delle minacce più importanti per la società e si sta adoperando per raggiungere l’obiettivo zero emissioni entro il 2060, investendo negli ultimi anni più del doppio in energie rinnovabili rispetto a quanto non facciano Europa e Usa. Il riscaldamento globale avrà effetti geopolitici che si ripercuoteranno in tutto il mondo, afferma Price, alimentando conflitti e creando migranti climatici come successo ad esempio in Siria, in questo caso in seguito alla siccità del primo decennio di questo secolo.

L’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha evidenziato come l’impegno degli Usa di abbassare le emissioni del 55% entro il 2030 sia arrivato a poca distanza temporale rispetto alla dichiarazione congiunta con la Cina sul cambiamento climatico, a riflettere un’impostazione comune nell’affrontare il problema che può davvero rivelarsi cruciale. Per quanto riguarda l’area mediterranea, per Clini c’è un grande potenziale in termini di energia solare, che può diventare il fulcro di una rete interconnessa di energia tra i Paesi della regione per rimpiazzare poi i combustibili fossili in Europa. La vera sfida è quella di trovare un equilibrio per gestire la transizione energetica, con un occhio al futuro ma tenendo conto anche delle pretese di crescita economica dei Paesi meridionali dell’area mediterranea.

“Tutto ciò che l’umanità sta facendo è sbagliato ed è nostra responsabilità cambiare”: netta la presa di posizione di Giulio Bonazzi, CEO di Aquafil Group, che invoca una legislazione attiva che a livello globale imponga, ad esempio, l’impiego ancora più esteso di materiali riciclabili per risolvere i problemi relativi alle materie prime. Per quanto riguarda il settore energetico, Bonazzi sottolinea come si debba rinunciare gradualmente ai combustibili fossili in favore delle rinnovabili o ancora meglio della tecnologia di fusione nucleare, di cui è “un grande sostenitore”. Ursula von der Leyen a livello europeo sta affrontando con più forza le tematiche green, ma non sarà facile contrastare gli interessi delle grandi compagnie petrolchimiche, restie al cambiamento perché probabilmente incapaci di adattarvisi.

L’ultimo a prendere la parola è Stefano Marguccio, Senior Advisor to the Director General presso la International Renewable Energy Ageny e con una lunga carriera diplomatica alle spalle, che evidenzia ancora una volta come la Cina stia effettivamente guidando la transizione energetica, un fatto che può facilmente portare alla naturale creazione di un collegamento strategico tra l’area euro-mediterranea e Pechino. Attenzione però anche alle questioni di sicurezza globale che possono crearsi, in particolare nel Golfo, dove se da una parte si sta investendo fortemente in energia solare e nell’idrogeno, dall’altra la popolazione locale è abituata a godere dei privilegi portati dal patto sociale basato sugli introiti derivanti dal petrolio. Arabia Saudita, Iran, Kuwait, Iraq: tutti questi paesi nei prossimi anni vedranno ridotti se non annullati questi guadagni e rischieranno di veder nascere nuovi conflitti interni.

D’altra parte, conclude Marguccio, le rinnovabili sono una grande opportunità, in particolare l’idrogeno che, ad esempio, potrebbe essere una grande scommessa per il Marocco, privo di petrolio o gas. Dobbiamo dunque essere entusiasti della transizione energetica, ma anche consapevoli di dover adottare politiche intelligenti ed efficaci per mitigarne gli effetti sul piano geopolitico e sociale.

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