Il ritorno sui media? Al quartier generale Cinquestelle ci si sarà resi conto che un leader senza visibilità deve fare politica, e forse al prof. Conte conviene ricordare agli italiani il consenso di cui gode piuttosto che stare dietro le quinte a risolvere le beghe interne al Movimento. L’analisi di Martina Carone, consulente in strategie di comunicazione per Quorum/YouTrend e docente di Analisi dei media all’Università di Padova

Una delle capacità più importanti nella politica odierna, in cui la possibilità di emergere non sempre coincide con l’abilità politica, è quella di incidere nel dibattito pubblico. Tradotto, bisogna saper far parlare di sé, dettare l’agenda politica concentrando le comunicazioni – proprie e altrui, positive e negative – sulle proprie proposte, soluzioni, visioni. Il grande cortocircuito a cui assistiamo da tempo è tristemente noto: leadership poco consistenti, poco solide, poco “politiche” rischiano, con questo meccanismo, di arrivare in ruoli apicali grazie a condizioni esterne, a capacità comunicative affinate con il sostegno di professionisti del settore, a linguaggi emozionali che coinvolgono i cittadini e le varie audience. I risultati comunicativi, insomma, diventano quasi più importanti delle capacità politiche e dell’abilità di mediare tra interessi contrastanti, gestire pressioni ed equilibri delicati.

Il nome che traduce questo cortocircuito è quello di Giuseppe Conte. L’ex presidente del Consiglio a capo di due governi sorretti da due maggioranze diverse – e praticamente opposte – rappresenta il cambiare idea e il voltare pagina a seconda di dove si muove il vento: “Inappropriato definirmi 5 Stelle”, dichiara a settembre 2019 dopo la crisi di governo e prima che fuoriuscisse un video con cui viene ripreso ad esultare per il risultato elettorale del M5S la sera del 4 marzo 2018.

Ospite ieri a DiMartedì, dichiara: “Non mi voglio affidare agli -ismi”, salvo aver affermato candidamente “io sono populista” (ed essersi goduto gli applausi) alla festa della Lega nel 2018. Sempre ieri afferma di non aver mai cambiato la propria linea (politica? fisica? editoriale?) nei suoi due governi, salvo aver cancellato (nel 2020, e solo in parte) i decreti sicurezza approvati dal suo stesso governo nel 2018.

Dichiara di non voler polemizzare con Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ma li ha attaccati durante la pandemia per aver espresso dubbi (leciti in una democrazia parlamentare in cui un governo si sostiene su di una maggioranza politica, e non è un governo di emergenza e/o di unità nazionale). Saluta con soddisfazione la svolta garantista di Luigi Di Maio, ma, nel febbraio 2020 dichiara: “Non chiedetemi se sono garantista o se sono giustizialista, sono contrapposizioni manichee”, mentre, poco prima, aveva portato avanti la riforma voluta dal ministro Bonafede (guardasigilli sia del governo Conte 1 che del Conte 2). Una linea che non è mai cambiata, forse semplicemente nel senso che è sempre stata incoerente.

Nonostante questo, visto il sole basso che fa sembrare giganti anche i nani, è il secondo leader più apprezzato dagli italiani secondo gli ultimi sondaggi, dopo Draghi. Un dato interessante, ma che deve essere contestualizzato; secondo l’Atlante Politico di Demos&Pi, infatti, il consenso dei governi Conte ha avuto una sorta di moto ondulatorio: 57% alla vigilia della nascita del suo primo governo, (giugno 2018), sceso al 50% con l’inizio dell’estate e risalito al 55% a ridosso della sua prima sfiducia, quella del Salvini reduce dal Papeete.

Il governo Conte 2 inizia invece con dati simili a quelli dei governi precedenti, con un livello di fiducia di poco sopra al 40%, che cresce con l’inizio della pandemia toccando punte eclatanti di oltre il 70%, salvo poi scendere di circa 15 punti prima del passaggio di testimone (e della campanella) a Mario Draghi. Beninteso: sono dati impressionanti, ma è evidente che siano molto legati alle condizioni esterne che l’ex avvocato del popolo si è trovato a dover gestire.

Il suo ritorno sui media probabilmente è figlio di questa logica: al quartier generale cinquestelle ci si sarà resi conto che un leader senza visibilità è un leader che deve quindi occuparsi di fare politica, e forse al prof. Conte conviene essere su di un palcoscenico a ricordare agli italiani il consenso di cui gode piuttosto che dietro le quinte a risolvere le beghe interne al Movimento; probabilmente, ci si sarà resi conto che ciò che più carica gli elettori pentastellati è la sensazione che stia per accadere qualcosa, qualsiasi cosa, che possa esserci un cambiamento, una svolta, una rivoluzione, uno spazza-qualcuno o qualcosa.

Probabilmente, gli staff che circondano Giuseppe Conte si sono resi conto che ciò che gli riesce meglio è promettere, creare attesa, rispondere “vedrete, vi sorprenderete” quando poi, forse, la verità è che no: ormai non ci sorprenderà più nulla.

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