Stiamo vivendo una pandemia non solo occupazionale ma anche sociale, economica e culturale che ha innescato processi di regressione generale del Paese. Sarà fondamentale, nell’ambito del Pnrr ma non solo, individuare, finanziare e concretizzare alcune azioni indispensabili per riequilibrare squilibri, non solo per le donne

Un impegno concreto: nel Pnrr nostrano dobbiamo cercare di capire gli impatti potenziali dei fondi Next Generation Eu su uomini e donne; elaborare proposte e soluzioni e collaborare all’utilizzo delle risorse pragmaticamente.

Abbiamo vissuto (e ci siamo ancora dentro) una pandemia non solo occupazionale ma anche sociale, economica e culturale che ha innescato processi di regressione generale del Paese a tutti i livelli: sul piano della competitività come su quello dei diritti e della parità.

Ecco perché è stato e sarà fondamentale, nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ma non solo, individuare, finanziare e concretizzare quelle azioni strategiche e di sistema indispensabili per riequilibrare squilibri, divari, disuguaglianze che non danneggiano solo le donne ma inibiscono le potenzialità di sviluppo di tutta la società.

Significa in questi tempi fare analisi e progetti degli impegni formali Ue in termini di uguaglianza di genere; approfondimenti disaggregati per genere sugli impatti economici e sociali della crisi derivante dalla pandemia (che ha colpito moltissimo le donne); valutazione degli effetti potenziali degli strumenti del Next Generation EU non disgiunti da tutti gli altri fondi che abbiamo a disposizione dal Fse su uomini e donne; e dunque sviluppo di proposte, progetti, azioni concrete.

È certamente importante una analisi trasversale del Piano dunque delle 6 aree principali delle missioni dove il mainstreaming di genere ha una dimensione effettiva: occupazione; investimenti in infrastrutture; lavoro di cura non retribuito; work-life balance; governance dei fondi; welfare di prossimità e approccio duale all’uguaglianza di genere (Gender Mainstreaming e Gender Budgeting). Lo abbiamo detto e scritto che non è automatico infatti che si ha un effetto sull’occupazione investendo il 2% del Pil sulle attività di cura (a maggioranza femminile) rispetto al settore delle costruzioni, ovunque in Europa.

I settori maggiormente colpiti dalla pandemia sono stati quello “educativo”, di “cura e tutela della salute”, “alloggio e ristorazione”, “arte, cultura e intrattenimento”, “servizi domestici” (con maggiore impatto sull’occupazione femminile), e la destinazione dei fondi previsti si concentra molto sui settori “tradizionali” delle costruzioni, dell’agricoltura, dell’energia, dei trasporti, dell’informazione e comunicazione che sono settori a maggioranza maschile. L’investimento sulla green economy (e sullo sviluppo di fonti energetiche alternative) così come sulla digitalizzazione e le richieste di figure professionali Stem hanno evidentemente un processo evolutivo ma che se non concentrate sull’aumento di percorsi di formazione e reclutamento nonché facilitazioni per le giovani e le lavoratrici aumentano il gender gap già molto evidente.

Ecco perché una serie di pilotaggi e coordinamento delle risorse comporta l’impegno ad utilizzare efficacemente i fondi a disposizione coadiuvati da riforme strutturali rispetto l’istruzione, la formazione, l’imprenditoria, la riforma fiscale e le agevolazioni alle aziende, l’applicazione di innovativi sistemi di flessibilità contrattuale organizzativa e di espansione del sistema bilaterale per i congedi parentali; investimenti nelle attività di cura anche domiciliari per non autosufficienti (anni 0/90) certo anche per il loro potenziale moltiplicativo; investimenti in infrastrutture sociosanitarie che aiutano la vita delle donne, che però funzionano se nel frattempo si riorganizza anche la spesa corrente; gestire la transizione verde e digitale in una prospettiva di genere significa anche benessere lavorativo e sicurezza nell’entrare e rimanere per le donne nel mercato del lavoro.

Abbiamo la consapevolezza che scontiamo una difficoltà di valutazione delle politiche pubbliche in generale, e dunque non sarà diverso per la valutazione dell’impatto di genere. Secondo le linee guida della Commissione gli Stati membri devono riportare un report sistematico con i portatori di interessi nazionali, indicare il contributo previsto per l’uguaglianza di genere e spiegare come le misure contribuiranno alla parità di genere (gender assessment), insomma i risultati attesi e previsti.

Nella programmazione del Pnrr è utile uno strumento agile per la valutazione ex ante, il monitoraggio in itinere e la valutazione ex post non solo del Pnrr in generale ma (come da indicazione della Ue) dell’impatto di genere degli atti legislativi e delle risorse impiegate: incardinato presso la Presidenza del consiglio e dotato di tutte le necessarie competenze professionali e di adeguata dotazione finanziaria per garantire lo svolgimento efficace delle proprie funzioni, per supportare l’attività di disegno delle politiche, affinché ciascun progetto, anche al di fuori del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, indichi chiaramente l’impatto previsto su determinati indicatori quantitativi e qualitativi relativi anche alle differenze di genere.

Un impegno, una sfida che deve vedere coinvolti tutti i soggetti, pubblici e privati, a livello nazionale e locale e per cui si rende necessario e strategico un coinvolgimento largo, diffuso, consapevole di tutte le cittadine e i cittadini sugli obiettivi già fissati dall’Agenda 2030 dell’Onu e ripresi nel Next Generation Eu come orizzonte comune e partecipato di crescita e benessere sostenibile, equo, innovativo, pienamente inclusivo.

Condividi tramite