Il documentario “Siete mil” del giornalista de La Stampa offre una visione della crisi e la violenza nel Paese sudamericano, ma anche della resilienza che fa sperare e sorridere ancora i venezuelani

La storia del documentario “Siete mil” di Francesco Semprini è una prova delle grandi opportunità che offre il caso. L’obiettivo iniziale del giornalista de La Stampa, basato a New York, era raccontare le attività di un’ong in Brasile. A portarlo in Sudamerica era stata la promozione di un programma sull’inserimento dei migranti venezuelani in posti di lavoro simili a quelli che svolgevano nel loro paese.

Le circostanze però l’hanno portato per un’altra strada; il difficile cammino che percorrono migliaia di persone che cercano di attraversare il confine tra il Brasile e il Venezuela. E così è nato “Siete mil”, un racconto cruento e umano, un necessario colpo sullo stomaco sulla tragedia venezuelana.

Scontri armati, pianto, sangue e dolore, ma anche sorrisi, dignitosi sorrisi e speranza. Il documentario di Semprini è un cocktail di emozioni e contraddizioni, come lo è lo stesso Venezuela.

LA LOTTA DEI “PEMONES”

In una conversazione con Formiche.net, l’esperto in politica ed economia internazionale spiega cosa l’ha motivato a raccontare la situazione di uno dei Paesi con più risorse naturali al mondo, sommerso oggi in una profonda crisi umanitaria: “Sono stato in Venezuela due anni fa. Fino a quel momento non avevo mai visitato il Paese, ma mi sono sempre interessato per curiosità personale, e perché ho amici che vivono lì. Mi aveva contatto un’ong che opera in Brasile per vedere cosa facevano. Siamo stati a Boa Vista e Pacaraima. Lì ho conosciuto persone che hanno cominciato a raccontarmi la storia dei ‘pemones’”.

I “pemones” sono la comunità indigena che abita tra la Gran Sabana e il Parco Nazionale Canaima, nella frontiera tra il Brasile e il Venezuela. Dal 2019 sono in ribellione contro il tentativo del governo di Nicolás Maduro di impossessarsi delle loro terre, ricche di minerali, specialmente l’apprezzato cobalto.

“Mi hanno raccontato cosa era successo a febbraio del 2019 – spiega Semprini – in occasione degli scontri per la chiusura del confine da parte di Maduro, per impedire l’arrivo degli aiuti umanitari, sia dal Brasile sia dalla Colombia. Le milizie armate che sostengono Maduro hanno attaccato le popolazioni indigene, le comunità al confine, specialmente a Santa Helena di Guairen, perché volevano cacciarle e impossessarsi delle loro terre ricche di minerali”.

Un paradosso perché i proprietari erano tutelati da una legge a favore delle popolazioni indigene, firmata da Hugo Chávez anni prima: “Lo stesso regime bolivariano quindi violava quanto stabilito in precedenza”, sottolinea il giornalista.

UNA STORIA DA RACCONTARE

“Entriamo in Venezuela e andiamo a vedere cosa succede. Il dramma della repressione, la bellezza naturale, i volti, il carattere delle persone […] – continua Semprini -. Ho capito che c’era una storia incredibile da raccontare e abbiamo cominciato a girare. Poi i locali hanno cominciato a mandarci i video di quei giorni di scontri. Alcune immagini non si vedono bene perché sono girate con il telefonino. Ringraziamo le persone per il coraggio e per avercele mandate”.

“Siete mil” è un documentario totalmente indipendentemente e auto-finanziato. Hanno contribuito alla realizzazione Antonello Veneri, Anna Vyaches (Foto, Video e immagini), Leonardo Pallenberg (Camera e montaggio), Jacopo Messina (Sound Design) e Andrea Rotondi, che ha creato in esclusiva tutte le musiche sulla base della tradizione popolare venezuelana.

Ciò che ha colpito Semprini è che “nonostante la necessità di andare via per fuggire dalla miseria e l’oppressione, in queste persone resta ancora molto forte la speranza di tornare in Venezuela. Non accade sempre così. Hanno un attaccamento alla loro patria, alla loro terra. Ed è bellissimo”.

UNA GUERRA ASIMMETRICA

Quella del Venezuela non è una guerra civile convenzionale. Non si combatte in scontri armati con continuità. Tuttavia, Semprini – che di guerre ne ha viste -, considera che si tratta di una guerra civile asimmetrica: “Da una parte c’è una milizia armata, e dall’altra una popolazione che rivendica i propri diritti e si difende con i sassi e, quando necessario, con molotov […] La comunità internazionale continua a non essere sensibile, a non dare la giusta importanza a quanto accade in Venezuela, e il rischio è che si inneschino meccanismi che renderanno lo scontro una guerra vera e propria […] Non si tratta solo di spari e scontri armati, è anche una questione di sopravvivenza economica e sociale, di sicurezza. In Venezuela la criminalità è devastante. Se non è guerra questa?”.

E quale può essere la soluzione per porre fine alla violenza in Venezuela? Semprini intuisce che a sostenere il regime di Maduro ci sono interessi forti che riguardano altri Paesi e reti internazionali di criminalità e narcotraffico, come il Cartel de Los Soles: “Non vedo nemmeno un’opposizione sufficientemente forte e matura per abbattere questo muro, che tiene in piedi Maduro […] È difficile che la situazione si possa risolvere da sola […] La comunità internazionale dovrebbe fare un intenso lavoro per esercitare più pressione. Ma una cosa è certa: più passa il tempo, più a pagare il prezzo più alto sono i venezuelani”.

IL RUOLO DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Per Semprini è importante parlare della crisi in Venezuela per la responsabilità dell’Italia come membro della comunità internazionale e perché lì vive un gran numero di italiani: “Molti venezuelani sono scappati in Italia e hanno formato associazioni culturali. Credo che bisognerebbe entrare in contatto con loro e aprire un canale di dialogo per capire come si può trovare una soluzione”.

“C’è una necessità di agire subito, un senso di urgenza – aggiunge Semprini. E questa pandemia ci ha distratto. Non solo sul Venezuela, anche sulla crisi in Birmania, in Etiopia. Sono crisi che devono essere affrontate con urgenza, altrimenti a essere colpito sarà sempre il popolo”.

Condividi tramite