Intervista a Xavier Pasco, direttore della Fondation pour la Recherche Stratégique di Parigi, uno dei maggiori esperti in Europa di competizione spaziale, militarizzazione delle orbite e impatto nelle nuove tecnologie sulle relazioni internazionali

Lo Spazio è ormai un ambiente “militare”. Eppure, sono proprio i crescenti rischi per le infrastrutture in orbita e la dipendenza da esse per la nostra vita quotidiana a rendere (almeno al momento) le guerre spaziali un’ipotesi remota. Ne è convinto Xavier Pasco, direttore della Fondation pour la Recherche Stratégique di Parigi, tra i massimi esperti in Europa quando si parla di competizione spaziale e di impatto delle nuove tecnologie sulle relazioni internazionali. Dalla Nato ai programmi della Cina, dalla Russia alle divergenze in Europa, ecco come sta cambiando il confronto oltre l’atmosfera.

Direttore, la scorsa settimana i leader della Nato hanno stabilito che un attacco “verso, dallo o nello Spazio” può attivare l’articolo 5 del Patto atlantico, la cosiddetta clausola di difesa collettiva. Che messaggio è?

Credo che rifletta l’evoluzione generale nelle politiche spaziali dei principali Paesi dell’Alleanza, a cominciare dagli Stati Uniti, per i quali lo Spazio è ormai un’infrastruttura critica e di vitale interesse. Data la crescente tensione a cui si assiste ormai dal 2010, la Nato ha voluto chiarire che gli assetti spaziali sono critici per la sicurezza nazionale, che saranno debitamente protetti e che ogni attacco sarà considerato molto seriamente. Da questo punto di vista, l’inserimento dello Spazio nell’articolo 5 è una naturale conseguenza delle politiche nazionali dei Paesi alleati, e manda un chiaro messaggio sulla serietà della risposta in caso di attacco.

Sono gli Stati Uniti ad aver segnato questo percorso?

Sì, ma non solo. Da tempo gli Stati Uniti hanno abbracciato il concetto di “space deterrence”, affermando di essere in grado di attribuire un eventuale evento ostile a un Paese e di potervi rispondere. In sintesi, il messaggio è: ‘se ci attacchi, ci sarà una ripercussione’.

E gli altri Paesi nella Nato?

Le politiche spaziali degli altri Paesi della Nato sono simili a quella statunitense. Sebbene non parlino di vera e propria “deterrenza”, focalizzano l’attenzione sulle capacità per individuare eventuali attacchi e per infliggere adeguate risposte di tipo militare. In Francia non si fa riferimento alla deterrenza ma al concetto di “découragement”, cioè sull’idea di scoraggiare aggressioni su infrastrutture spaziali. D’altra parte, ormai tutti i sistemi militari si affidano allo Spazio, che tuttavia è divenuto un ambiente più complesso. È una situazione particolare: dipendiamo in modo crescente da un ambiente che diventa via via più rischioso.

Perché più rischioso?

Perché ci sono più attori (non solo statuali, ma anche privati), più oggetti in orbita e più tecnologie in grado di esercitare varie forme di aggressione. Di fronte a molteplici progetti di mega-costellazioni, aumenta sia la superficie attaccabile sia il rischio di “space debris”.

A proposito di più attori, pochi giorni fa la Cina ha spedito in orbita tre astronauti per assemblare la sua terza stazione spaziale. È Pechino il nuovo rivale di Washington nella corsa allo spazio?

La Cina si sta presentando da tempo come grande potenza spaziale. Ha maturato enormi progressi in pochi decenni, e non c’è solo il progetto della stazione spaziale. Ha recentemente fatto arrivare un lander su Marte, diventando la seconda nazione a farlo e segnando un successo ad elevata complessità tecnica. La Cina usa lo Spazio per dimostrare che è una grande potenza, facendo cose simili agli Stati Uniti per presentarsi come competitor alla pari. Lavora anche sugli aspetti militari e di sicurezza, per i quali le due potenze appaiono in evidente competizione.

E l’Europa?

L’Europa cerca di preservare il ruolo di grande attore spaziale mostrando prima di tutto le sue capacità tecniche. La storia spaziale del Vecchio continente poggia su grandi programmi che sono riusciti a mettere insieme capacità scientifiche, industriali e tecnologiche. Ma l’Europa (e intendo l’Ue) non appare altrettanto equipaggiata se si fa riferimento ad assetti per la difesa spaziale, essendo il tema di competenza dei singoli Stati membri, i quali però da soli non hanno risorse (né voglia) di competere sul punto con potenze del calibro di Stati Uniti e Cina.

La Francia però ha ambizioni militari nello Spazio piuttosto rilevanti…

Sì. La Francia è tradizionalmente lo Stato membro dell’Ue più attivo sul fronte dello Spazio militare. Credo per due ragioni. Prima di tutto perché interpreta alcune capacità spaziali come naturale prosecuzione delle forze nucleari strategiche. In secondo luogo perché è da sempre attiva in numerose operazioni militari all’estero, e ha dunque dovuto sviluppare strumenti e sistemi per sostenere impegni oltre confine, dall’osservazione alle telecomunicazioni, fino alla raccolta di dati. Direi che la Francia ha un’inclinazione naturale per lo Spazio militare. Così non è per altri Stati, che hanno un approccio più legato alla sicurezza. È il caso di Italia e Germania, che hanno sviluppato sistemi satellitari per lo più duali (come il programma Sicral) per impieghi di sicurezza. In Francia, invece, ci sono sistemi che possono essere identificati come capacità militare a tutti gli effetti.

L’Ue ha comunque rinnovato la sua ambizione extra-atmosferica, con una nuova agenzia (Euspa) e un più corposo programma spaziale. Cosa dobbiamo aspettarci?

Anche l’Unione europea sta facendo alcuni progressi sul fronte della sicurezza. C’è il programma Sst (Space surveillance and tracking) che coinvolge più Paesi per sviluppare insieme assetti che permettano di monitorare ciò che avviene oltre l’atmosfera e maturare la cosiddetta “space situational awareness”. È considerato il primo elemento per costituire una forza di deterrenza: prima di tutto devi sapere cosa c’è nello Spazio, cosa può rappresentare una minaccia, e devi poterlo tracciare. Non è qualcosa di puramente militare, considerando che può servire un ampio range di utilizzatori, civili, commerciali e militari. Lo stesso vale per il sistema di navigazione satellitare Galileo, che ha una parte dedicata alle applicazioni militari. Tuttavia, l’Ue non ha ancora l’equivalente di quanto possono avere i singoli Stati, e ciò pone l’Europa in una posizione differente a livello strategico rispetto a Stati Uniti, Cina e Russia.

È il tema della cosiddetta autonomia strategica…

Sì. La vera domanda è sullo status che l’Europa vuole avere, dove vuole essere da qui al 2040, se cooperare con altre potenze (a partire dagli Usa) oppure se vuole essere pienamente autonoma in tutti gli aspetti dello Spazio, compresa la capacità di mandare astronauti in orbita attraverso razzi europei (che al momento ci manca). Questa seconda opzione, cioè la piena autonomia, richiederebbe però un accordo a livello europeo su una progettualità complessiva, pure industriale. Credo che la questione sia da porre in fredda. Le grandi potenze (Usa, Cina, Russia e India) hanno tutte una roadmap per lo Spazio, con programmi molti ambiziosi e ampi, dai voli umani alle mega-costellazioni per nuovi servizi abilitati dalle orbite. L’Europa, in sintesi, dovrà decidere in fretta cosa fare.

La Russia ha siglato un rilevante accordo con la Cina per creare una stazione sulla superficie lunare. Dobbiamo attenderci l’Orso russo sempre più vicino al Dragone d’Oriente?

Penso di sì, anche se la questione ha due facce. La Russia riconosce che la Cina è una potenza spaziale in ascesa, con grandi disponibilità di investimenti che è disposta a mettere in campo per competere con gli Stati Uniti su tutti i fronti. Per Mosca un’alleanza con Pechino è positiva sul fronte delle tecnologie e delle partnership internazionali, come sul progetto della stazione lunare (che dicono essere aperta ad altri Paesi), utile per mostrare che esiste un’alternativa alle progettualità americane. Tuttavia, allo stesso tempo, la Russia conserva alcune perplessità, poiché teme che la Cina possa diventare un partner troppo pesante e difficile da controllare. Credo dunque che Mosca voglia preservarsi anche altre possibilità, rassicurando altri Paesi (in particolare quelli europei) su opportunità di collaborazione a prescindere dai rapporti con Pechino.

Ha senso parlare oggi di Space war?

Durante la Guerra fredda, man mano che sviluppavano tecnologie spaziali, Stati Uniti e Unione Sovietica realizzarono entrambi, progressivamente, che avrebbe avuto poco senso distruggere i satelliti degli avversarsi. Si trattava di infrastrutture legate alle relazioni nucleari tra le due super potenze, utilizzate per individuare minacce missilistiche e osservare gli arsenali dell’avversario. Era chiaro che, a parte alcuni test, non aveva senso sviluppare armi spaziali in grado di destabilizzare i rapporti. Poi, dopo la fine della Guerra fredda, soprattutto per gli Stati Uniti apparve chiara l’importanza dello Spazio per applicazioni militari (sin dalla guerra in Iraq), dunque non più solo sotto il profilo strategico, ma anche per impieghi operativi. Solo dopo, mentre le operazioni militari diventavano sempre più dipendenti dai satelliti (si pensi solo al Gps), i pianificatori iniziarono a realizzare che i sistemi spaziali potevano diventare target di aggressioni militari. Lo scenario cambiò l’11 gennaio 2007.

Che successe?

La Cina effettuò il testò per la prima volta un’arma anti-satellite (Asat) creando pericolosi debris. Bastò per aumentare la tensione nello Spazio e rilanciare la corsa sul fronte militare, con tutte le capacità oggi note, dai missili Asat alle manovre di avvicinamento e prossimità. A marzo del 2019 anche l’India ha testato un’arma cinetica anti-satellite. Dunque, è chiaro che le potenze spaziali considerino lo Spazio quale possibile nuovo teatro di confronto militare, anche in relazione alle guerre sulla Terra. Allo stesso tempo, però, tutti sanno bene che sarebbe un gioco pericoloso. Un eventuale attacco a infrastrutture in orbita sarebbe negativo per tutti, poiché creerebbe debris e potrebbe impattare su tanti altri assetti. La caratteristica dello Spazio come ambiente operativo è la sua interdipendenza. L’attacco di uno ha un prezzo per tutti. È questa situazione che evita che la situazione possa peggiorare. Non è un caso che lo sforzo diplomatico per trovare una governance internazionale di sicurezza spaziale resti elevato.

Ci spieghi meglio.

Nel 2008, Russia e Cina hanno proposto alle Nazioni Unite il Prevention of the placement of weapons in outer space (Ppwt). In sintesi, proponeva di proibire ogni arma spaziale in orbita. L’Unione europea, in risposta, ha proposto un codice di condotta per passare dalla logica del trattato a quella dei comportamenti appropriati, non avendo tuttavia successo. D’altra parte, il progetto di trattato di Russia e Cina è stato rifiutato da Usa ed Europa perché non comprendeva le armi basate a terra e perché rendeva difficile verificare il rispetto delle norme. Resta, d’altronde, tutt’ora difficile capire cosa succede a un satellite che smette di funzionare. Per questo, si registra un interesse comune nel sapere cosa accade nello Spazio. Il paradosso è che mentre cresce il desiderio di avere consapevolezza di ciò che accade in orbita, cresce anche la difficoltà a riuscirci visto il numero crescente di satelliti nello Spazio.

Non dobbiamo quindi aspettarci una guerra nello Spazio?

Io sono abbastanza ottimista: non credo che ci sarà. Penso che ogni Stato sappia bene che un attacco nello Spazio sarebbe destabilizzante per tutti; che avrebbe un effetto a cascata difficilmente prevedibile e creerebbe pericoli (e debris) per l’intera comunità internazionale. Più oggetti ci sono nello Spazio, più lo Spazio diventa complesso, più aumenta il rischio di destabilizzazione, più cresce l’interesse ad evitarlo. È un paradosso che aiuta a ridurre il rischio. In questo senso, la sicurezza collettiva garantisce la sicurezza nazionale dei singoli Paesi.

Condividi tramite