La Libia è diventata una sorta di ponte che collega l’instabilità del Sahel all’Europa. E bisogna farci i conti. L’analisi di Andrea Beccaro, direttore dell’Osservatorio ICSA per la Sicurezza nel Mediterraneo (OISMed) e docente a contratto presso l’Università di Torino e presso l’Università di Milano

La visita in Italia del primo ministro libico Abdelhamid Dabaiba riporta l’attenzione su uno dei dossier più importanti per quanto riguarda la politica estera italiana. Storicamente i due Paesi sono profondamente legati sia da esperienze comuni sia per un discorso economico, ma dalla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 l’Italia ha avuto un atteggiamento ondivago riguardo alla situazione libica. Negli ultimi mesi, alla luce anche di una maggiore stabilità interna (ma tutta ancora da confermare e assolutamente precaria e imperfetta) Roma si è nuovamente posta in primo piano. In questo contesto, l’incontro con Dabaiba è un secondo passo dopo la visita del presidente del Consiglio Mario Draghi a Tripoli ad aprile che ha lanciato un messaggio di apertura da parte italiana per riattivare la collaborazione economica e al contempo affrontare vari problemi che attanagliano la Libia e il Mediterraneo in genere: instabilità e immigrazione illegale.

Il problema libico però ben difficilmente potrà essere risolto guardando esclusivamente alla Libia, questo perché il Paese, dopo la caduta del regime di Gheddafi, è diventato una sorta di ponte che collega l’instabilità del Sahel (cresciuta esponenzialmente in questi ultimi anni visto che nel 2015 si sono registrati 381 attacchi contro civili che hanno provocato 1.394 vittime, ma nel 2020 ci sono stati 7.108 attacchi contro civili che hanno quasi decuplicato le vittime, 12.519) al Mediterraneo e quindi all’Italia e all’Europa. Per capire il problema vanno prese in esame diverse prospettive.

Prima di tutto la presenza di attori stranieri in Libia che ben difficilmente rinunceranno alle posizioni di vantaggio ottenute negli anni. Da un lato abbiamo la Turchia che con l’impiego di droni, consiglieri militari e l’invio di mercenari siriani ha puntellato il governo di Tripoli quando ormai sembrava condannato a cadere sotto i colpi di Khalifa Haftar. Ankara oltre a tale coinvolgimento militare (ha una forte presenza in diverse basi militari e in particolare quella di Watiya, dove è basata la sua forza aerea, e nel porto di Homs) può contare su diversi contatti a livello economico e ideologico attraverso la Fratellanza Musulmana, che al contempo però la pongono in contrasto con una porzione importante della popolazione libica. Dall’altro lato la Russia ha supportato anche militarmente Haftar, ma al tempo stesso ha sempre avuto un approccio più pragmatico che gli ha permesso di tenere aperto il dialogo con tutte le parti in causa. Tanto è vero che a metà aprile scorso lo stesso Dabaiba aveva visitato proprio Mosca dove ha incontrato il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e qualche giorno dopo si è recato ad Ankara per discutere sia dei problemi inerenti la sicurezza sia dei rapporti economici.

Un ulteriore problema in Libia, che in parte si sovrappone al predente, delineando due fronti contrapposti, ma che è una questione ben più complessa e articolata, riguarda le diverse e numerose milizie libiche. I loro rapporti sono caratterizzati da radicate rivalità che devono essere interpretate tenendo conto del fatto che spesso tali milizie non sono disposte ad abbandonare le porzioni di territorio e di potere che nei dieci anni di guerra hanno conquistato. Inoltre, queste milizie sono in generale ben armate e dunque rappresentano un elemento centrale della sicurezza, o insicurezza, della Libia. Il ristabilimento di una qualche autorità centrale non passa tanto dalle elezioni, quanto dalla capacità di smobilitare efficacemente queste milizie e inserirle in un ripristinato monopolio della forza fisica legittima nella mani di un governo riconosciuto.

A completare il quadro dell’instabilità libica serve inoltre citare il ruolo che il Paese svolge come punto di passaggio dei traffici criminali che dal Sahel si muovono verso nord. Proprio in questi giorni insieme alla Fondazione ICSA e al suo Osservatorio per la Sicurezza nel Mediterraneo (OISMed) ho curato una ricerca che si focalizza su queste problematiche. La crescente presenza di attori non-statuali crea enormi problemi alle locali forze di sicurezza che sono più legate a tradizionali concetti di sicurezza e confinate all’interno dei singoli Paesi, mentre, invece, quegli attori sono liberi di muoversi e anzi sfruttano proprio la porosità dei confini statuali per sviluppare le loro attività. Inoltre, tali gruppi, come per esempio ISIS, hanno dimostrato in altri teatri di saper sfruttare al meglio la moderna tecnologia (dalla comunicazione al digitale, dall’intelligenza artificiale alla stampa 3D, dai droni).

Questi gruppi inoltre sono difficilmente definibili, si tratta di milizie, terroristi o criminali?Probabilmente un po’ di tutti e tre. Infatti, la ricerca menzionata mette in luce come i gruppi che conducono le svariate azioni armate nella regione siano gli stessi che poi traggono profitto dalle più disparate attività criminali. Le rotte seguite, gli attori coinvolti e i guadagni, tutto ciò viene impiegato dagli stessi gruppi. Il terrorismo si autofinanzia con questi traffici molto lucrativi e sfrutta quei soldi per implementare le sue capacità e ampliare il proprio raggio d’azione.

Una Libia più stabile che possa diventare un argine a questi traffici e a questa instabilità legata al terrorismo internazionale è assolutamente necessaria, ma tale processo passa attraverso anche un lotta serrata a quei traffici.

Condividi tramite