Continuare a pensare solo ai quotidiani decimali in più o in meno di Tizio o di Caio, è un po’ deprimente. Così come consolarci del fatto che tanto a Palazzo Chigi c’è super Mario. La bussola di Corrado Ocone

Che i sondaggi abbiano dato scarsa prova di sé nel corso delle ultime elezioni, poco importa ad alcuno. Che i margini poi tra i tre partiti più grandi, Lega, Pd e Fratelli d’Italia, siano talmente risicati da non rendere significativo il fatto che l’uno piuttosto che l’altro occupi la prima, la seconda o la terza posizione, dovrebbe anche essere evidente.

Errore statistico e mobilità estrema di un elettorato deluso e anche un po’ smarrito sono, infatti, a lume di logica, da tener presenti. Eppure, i partiti e tutti coloro che vivono a ridosso di essi, il circolo mediatico di commentatori e opinionisti (lo siamo un po’ tutti), stanno al gioco come se nulla fosse. Lo si è visto l’altro ieri quando l’Ipsos ha certificato il primo posto addirittura del Pd, tallonato dal partito di Meloni, e ha collocato solo terza la Lega di Salvini. Nonostante i pochi decimali di differenza, proprio sulle posizioni in classifica sono piovuti commenti a iosa, attribuendo ad essi un’importanza eccessiva e direi irrazionale.

Ad esempio, insistendo sulla bontà della cura Letta per il Pd o, al contrario, sul governo che farebbe male a Salvini. Il quale ultimo ha dimostrato di prendere tanto sul serio il dato da aver fatto presente che esso avrebbe potuto essere “pettinato”, visto che l’Istituto di Pagnoncelli è in “conflitto d’interessi” lavorando per il Nazareno. Ma, allora, se la cura Letta ha fatto così bene ai democratici, perché oggi un altro sondaggio, questa volta targato YouTrend, dice che gli elettori di quel partito si fidano più di Draghi che del loro segretario? Ah, saperlo! Fatto sta che stamattina un sondaggio di un altro istituto accreditato, l’Swg, riporta la Lega al primo posto e Fratelli d’Italia al terzo, come era fino alla settimana scorsa. Il Pd scivolerebbe poi al terzo con un margine significativo.

L’unico dato che sembra emergere in questa confusione di numeri fluttuanti è la costante ascesa dei Fratelli d’Italia e del gradimento della loro leader, Giorgia Meoni. Che sia “naturale”, essendo l’unico partito all’opposizione e l’unica leader donna, sembra che non interessi a nessuno. Né che interessi più di tanto il fatto che una crescita legata a motivi contingenti non può durare all’infinito, e soprattutto è passibile di una altrettanto rapida inversione nei prossimi mesi. Miseria del dibattito politico italiano e, ma questo lo sapevamo, della stessa politica attuale, verrebbe da dire. E verrebbe anche da dire: povera Italia! Se non fosse che, in tutt’altro scenario, fra Cornovaglia e Bruxelles, proprio in queste ore un premier autorevole e di buon senso sembra del tutto alieno da questo tipo di numeri e concentra l’attenzione sui veri problemi, nella fattispecie su quello della collocazione e del peso del nostro Paese nel nuovo, multilaterale e conflittuale mondo che ci si presenta.

Che il problema della giustizia sociale, che è soprattutto un problema di ricchezza prodotta (cosa redistribuisci se sei sempre più povero e indebitato?), dipenda dai nostri rapporti di alleanza e commerciali a livello planetario, a nessuno dei partiti che vi insistono passa minimamente per la testa. Così come non interessa il fatto che il problema dell’immigrazione è strettamente legato a quello della situazione in Africa e soprattutto in Libia, dove l’Italia, perse le sicurezze di un tempo, deve inserirsi in un difficile e complicato gioco di interessi. Può la politica non interessarsi di queste cose? Può farlo saltuariamente, in modo confuso e improvvisato? E, se così stanno le cose, quando mai sarà possibile recuperare, per dirla con Giovanni Orsina, il demos al kràtos, la sovranità popolare espressa nel voto ai partiti con un loro potere effettivo su queste scelte di fondo?

Chi scrive aveva pensato che, indirettamente, il governo Draghi, avrebbe potuto servire anche ai partiti per ridisegnarsi, maturare e cominciare a selezionare, dietro i leader, un po’ di classe dirigente. Finora non è accaduto. Non ci siamo ancora disillusi, confidando nel fatto che, da qui alla fine della legislatura, ciò possa avvenire, casomai con l’aiuto di un’opinione pubblica più attiva e di una stampa meno emotiva. Oltre che della “divina provvidenza”, per chi è credente. Certo, continuare a pensare solo ai quotidiani decimali in più o in meno di Tizio o di Caio, è un po’ deprimente. Così come consolarci del fatto che tanto a Palazzo Chigi c’è super Mario.

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