Emanuela Del Re è stata nominata rappresentante speciale per l’Ue in Sahel, e l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci ne aveva tracciato un profilo: la crescente pressione demografica, le ricorrenti crisi alimentari e le condizioni di insicurezza hanno trasformato la regione in un’area di origine e di transito di flussi migratori destinati all’Europa e in un santuario di formazioni terroristiche jihadiste

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di maggio 2021 di Formiche

In concomitanza con l’avvio di una missione militare italiana, il Sahel è tornato alla ribalta della cronaca. E i media sono tornati a occuparsi di questa vasta regione dell’Africa subsahariana, caratterizzata da una diffusa instabilità politica, ma anche da endemiche condizioni di povertà e da rischi climatici e di desertificazione. Con il termine Sahel si intende una vasta fascia di territorio che si sviluppa in Africa tra il quattordicesimo e il ventesimo parallelo, dalle coste dell’Atlantico fino al mar Rosso. Ma da un punto di vista geopolitico il termine identifica il territorio di cinque Paesi: Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad, che nel 2014 hanno creato il G5 Sahel, un quadro istituzionale per il coordinamento della cooperazione regionale nel campo dello sviluppo economico e della sicurezza.

Questa regione, per quanto ricca di alcuni minerali particolarmente pregiati, ha natura prevalentemente desertica ed è caratterizzata da gravi problemi di sviluppo, frequenti siccità, carestie; ma anche da frequenti conflitti interni e inter-comunitari con periodiche crisi umanitarie. La crescente pressione demografica, le ricorrenti crisi alimentari e più generali condizioni di insicurezza, hanno poi trasformato il Sahel in una area di origine e di transito di flussi migratori destinati all’Europa e in un santuario di varie formazioni terroristiche jihadiste, che si alimentano con lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina e con altri traffici illeciti.

Inevitabile quindi che il Sahel diventasse un punto di attenzione per la comunità internazionale e per l’Europa, preoccupati di contrastare terrorismo e migrazioni illegali e di garantire stabilità e sviluppo economico a una regione così vicina ai confini meridionali dell’Europa. Nel 2019 l’Ue aveva riconosciuto il Sahel come una priorità strategica; si era impegna- ta ad assistere le autorità e le popolazioni della regione a far fronte alle sfide politiche, di sicurezza e di sviluppo che caratterizzano il territorio. In quella occasione, l’Unione europea aveva promesso di intensificare gli aiuti allo sviluppo.

E si era impegnata a continuare a fornire assistenza ad alcuni Paesi della regione con varie missioni civili europee, con l’obiettivo di rafforzare le capacità dei governi locali in materia di sicurezza. La Francia aveva deciso, già dal 2014, di inviare nel Sahel la missione militare Barkhane, composta di un contingente di circa cinquemila uomini, a sua volta integrato da militari di altri Paesi europei, con compiti di addestramento e supporto delle forze armate locali nel contrasto del terrorismo di matrice islamica e di altri fenomeni insurrezionali.

Successivamente nel 2020, sempre su iniziativa francese, è stato deciso il lancio di una ulteriore missione militare europea, denominata Takuba e destinata ad affiancare e integrare, sempre sotto comando francese, la missione Barkhane, con compiti di addestramento delle forze speciali locali nel contrasto del terrorismo e di altre minacce alla sicurezza di natura transnazionale e criminale. Alla missione Takuba partecipa anche l’Italia, sulla base di un impegno preso dall’allora premier Conte con il presidente francese Macron, con un contingente di circa 200 uomini più 20 mezzi terrestri e otto mezzi aerei.

Questo ampio spiegamento di uomini e mezzi, militari e civili, ancorché forse ancora non sufficiente, testimonia la con- sapevolezza da parte europea di quanto complesse siano le sfide che la situazione nel Sahel pone all’Europa. Sotto il profilo della sicurezza, della prevenzione del terrorismo internazionale e della gestione dei flussi migratori; ma anche più in generale della stabilità dei Paesi della regione. Va quindi valutata positivamente la capacità di mobilitazione di quei Paesi europei che hanno deciso di essere presenti nella regione con contingenti militari.

Lascia perplessi invece la circostanza che le due missioni militari, Barkhane prima e poi Takuba, non si configurino come autenticamente europee, risultato cioè di una decisione comune, pianificate e condotte sotto la guida di un comando europeo. Ma siano piuttosto il risultato di una iniziativa francese, cui hanno aderito per spirito di solidarietà alcuni Paesi europei. Una lezione per il futuro perché il Sahel avrebbe potuto costituire il terreno ideale per testare l’effettiva determinazione dell’Ue a proporsi come security provider in una regione così importante per l’Europa.

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