Intervista esclusiva con Yakov Kedmi, già direttore dell’agenzia d’intelligence israeliana Nativ, tra le voci più ascoltate a Gerusalemme e Mosca. Chi è meglio per Putin, Biden o Trump? “Non importa. Meglio chi è pronto a concludere accordi”

Uno degli analisti militari oggi più ascoltati dai vertici di Gerusalemme e Mosca è Yakov Kedmi, dal 1992 al 1999 direttore dell’agenzia d’intelligence israeliana Nativ, sezione del Mossad divenuta autonoma e quasi del tutto sconosciuta persino in Israele, specializzata nell’assicurare l’aliyah (il ritorno allo Stato ebraico) degli ebrei dall’Unione sovietica. È l’autore di “Oltre il Mossad”, volume che verrà pubblicato nel 2022 da Sandro Teti Editori con l’introduzione di Eric Salerno e la prefazione di Efraim Halevy, ex capo del Mossad e del Consiglio di sicurezza nazionale di Israele.

Non possiamo che chiedergli immediatamente un giudizio su David Barnea, che da alcune settimane ha preso il posto di Yossi Cohen alla guida del Mossad. Il giudizio è netto: c’è da aspettarsi “lo stesso livello di professionalità ma con una visibilità minima e maggior segretezza”. Parole che da una parte sottolineano la continuità nelle attività del Mossad nonostante il passaggio di testimone (Barnea è stato vice di Cohen); dall’altra sembrano evidenziare il personalismo della gestione Cohen, un fedelissimo dell’ex primo ministro Benjamin Netanyahu, che pochi giorni dopo aver lasciato l’incarico ha iniziato a rilasciare interviste. Compresa una a Channel 12, in cui ha offerto dettagli precisi su alcune operazioni, tra cui quella che nel 2018 permise a Israele di mettere le mani sui documenti riservati sul programma nucleare iraniano confermandone l’esistenza almeno dal 2003.

Il Mossad abbasserà i toni ma non cambierà i suoi obiettivi (l’Iran rimane in cima alla lista), e la politica estera con il governo di Naftali Bennett, che di Netanyahu è stato alleato a tal punto di essere considerato un suo delfino? Sarà “più prudente e meno conflittuale nei confronti dell’Europa, degli Stati Uniti e dell’Autorità palestinese”, risponde Kedmi. Che guardando il contesto geopolitico attuale, caratterizzato dalle tensioni tra Washington e Pechino, aggiunge: “Nonostante il forte legame tra Stati Uniti e Israele, e l’eccessiva dipendenza di Israele dagli Stati Uniti, Israele deve astenersi dal compromettere il rapporto con la Cina”.

In questo contesto, dice Kedmi, “non è interesse della Russia intervenire nelle questioni tra Stati Uniti e Cina. Allo stesso tempo”, prosegue, Mosca “si oppone a qualsiasi misura che possa danneggiare le sue relazioni con Pechino” e “sostiene” la Cina “sulla questione di Taiwan”. Nell’eventualità di un attacco statunitense, “è probabile che la Russia è probabile fornisca assistenza militare alla Cina”, aggiunge. “In ogni caso, non permetterà che la Cina subisca gravi danni o sia sconfitta”.

Impossibile, dunque, non chiedere a Kedmi un giudizio sul recente incontro di Ginevra tra i presidenti Joe Biden e Vladimir Putin. Mosca preferisce Biden o Donald Trump? “Non ha importanza. È sempre preferibile chi è disposto a concludere accordi bilaterali”, risponde.

Del faccia a faccia, Kedmi evidenzia quattro punti.

Il primo: la “stabilità strategica”, con la rinuncia da parte statunitense della strategica del Prompt Global Strike, “che è stato il cuore della loro strategia [di Washington] dai primi anni 2000”, spiega. “La leadership statunitense è stata costretta a rinunciare all’idea del Prompt Global Strike e a riconoscere la sua incapacità non soltanto di vincere una guerra nucleare, ma di sopravvivere, indipendentemente da chi l’ha iniziata”, prosegue. “La dichiarazione congiunta è l’espressione di un drastico cambiamento nella strategia nucleare e militare degli Stati Uniti. Un cambiamento nella strategia degli Stati Uniti e il rifiuto dell’opzione della guerra nucleare è alla base dell’accordo sull’inizio del dialogo tra la Russia e gli Stati Uniti riguardo alla stabilità strategica. Questo era lo scopo principale della riunione”.

Il secondo: “Fino all’incontro, la posizione ufficiale degli Stati Uniti era l’opposizione ai tentativi di Mosca di far funzionare la rotta del Mare del Nord lungo le coste della Russia. Durante il faccia a faccia, hanno concordato di avviare un dialogo tra gli esperti dei due Paesi per formulare regole per un funzionamento efficiente e sicuro della rotta del Mare del Nord a beneficio di tutti i Paesi interessati a usarla”.

Il terzo: “Per anni, la Russia ha cercato di dissuadere gli Stati Uniti dal cercare di stabilire regole internazionali per la lotta comune contro la criminalità informatica. All’incontro, gli Stati Uniti hanno cambiato la loro posizione su questo tema, e hanno accettato di iniziare il lavoro congiunto delle squadre di esperti per formulare raccomandazioni in merito”.

Il quarto: “Hanno deciso di risolvere le controversie diplomatiche”, dice con rifermento al prossimo ritorno degli ambasciatori nei due Paesi.

“Tutti i quattro punti sopra menzionati sono stati i motivi principali per cui si è tenuto l’incontro, in particolare il primo, la stabilità strategica, che è il più importante”, nota Kedmi. E sottolinea anche che “il clima della riunione e il comportamento del presidente Biden hanno messo fine alle dichiarazioni maleducate e offensive degli americani verso la Russia e il presidente Putin”.

Per il resto, non molto altro è emerso da Ginevra, dice Kedmi parlando di “presentazione delle posizioni delle parti senza discussioni o tentativi di raggiungere intese. Entrambe le parti sono rimaste sulle loro posizioni e nelle loro differenze”. Biden e Putin hanno promesso di cooperare per impedire che l’Iran acquisisca le armi nucleari e hanno dichiarato la loro non interferenza negli affari interni di altri Paesi. Aspetto su cui però, conclude Kedmi, “ogni parte ha dato un’interpretazione diversa”.

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