Da una parte le pressioni interne, con la lotta agli oligarchi e alla corruzione e le difficoltà di una leadership non ancora salda. Dall’altra la ricerca di una sponda con gli Stati Uniti di Joe Biden in chiave anti-russa. Dario Quintavalle racconta i dubbi del presidente ucraino Vladimir Zelensky

Volodymir Zelensky, presidente dell’Ucraina, è il classico elefante nel negozio di cristalli.

Si muove molto, muta tante cose – il turnover del suo staff è leggendario – ma raramente le sue azioni sono costruttive. Il cambiamento per il quale tanti ucraini lo avevano votato è ancora di là da venire, soprattutto nella lotta agli oligarchi e nelle riforme, in primis quella della giustizia.

“Cos’è un oligarca?”, ci si potrebbe chiedere. Zelensky vuole darne una definizione legale: un oligarca è “qualcuno che controlla una grande impresa, finanzia un partito politico e controlla importanti canali mediatici”. Questa vasta definizione, che in pratica copre qualunque imprenditore di rilievo, mira a colpire il complesso economico-mediatico, in cui poche persone sono al tempo stesso affaristi, leaders politici, e magnati dei media.

Un assaggio lo si è avuto con l’arresto di Viktor Medvedchuk: proprietario di oleodotti, guida del partito di opposizione più popolare, e proprietario di canali televisivi definiti pro-Cremlino. Ora è agli arresti domiciliari, accusato di tradimento. I suoi canali televisivi sono stati chiusi e i suoi beni congelati. Vladimir Putin, che si dice sia il padrino della figlia di Medvedchuk, ha promesso di rispondere “prontamente e adeguatamente” all’arresto.

Incolpare di tutti i guai dell’Ucraina queste figure mitologiche, trasversali a diversi mondi del potere, è antica abitudine del mainstream nazionale.

Per carità, il loro conflitto d’interessi è tossico, e il viluppo con lo Stato e la politica è un abbraccio mortale. Ci si dimentica però che molti oligarchi sono stati cruciali nell’impedire che il Paese sprofondasse dopo la secessione del Donbass. Occorre pure che qualcuno garantisca il potere, e gli oligarchi sono forti perché lo Stato ucraino è debole.

Però lo stesso Zelensky è figlio di questa debolezza, perché se un comico è potuto entrare in politica dalla porta del palazzo presidenziale, è proprio perché manca un apparato dello Stato, una classe politico-amministrativa, veri partiti, un terreno di coltura che esprima leader competenti a livello locale e nazionale.

Letta in questa chiave la presidenza Zelensky è assai meno di rottura di quanto appaia. Il sistema malato o si affida al populismo, o agli imprenditori politicanti. In mezzo non cresce niente, e non si può certo dire che il presidente abbia saputo creare una squadra e una cultura di governo.

Anche in economia, tolti i grandi apparati politico industriali, rimane poco spazio per una classe media borghese. Pure qui la debolezza dello Stato si fa sentire.

In Russia, c’è una vasta classe media in gran parte foraggiata a vario titolo dallo Stato, ma che è anche una forza impressionante di stabilità (e certo anche di immobilismo) sociale. Nulla di tutto questo in Ucraina, i cui cittadini o sono impiegati dagli oligarchi, o si arrangiano in piccole imprese che raramente superano il livello della mera sopravvivenza. Siccome promuovere uno Stato funzionale e un’economia dinamica sembrano obiettivi difficilmente raggiungibili, ci si affida alla demonizzazione dei “cattivi”. Cioè gli oligarchi, e poi ovviamente Putin.

La Rivoluzione della Dignità nota come Majdan, che fonda l’Ucraina moderna, appare essere stato un modesto scontro di piazza, al confronto con le gioiose, creative, ordinate e pacifiche dimostrazioni di massa che in Bielorussia hanno scosso il potere di Lukashenka.

L’Ucraina è per destino “anti” qualcosa, prigioniera dell’essere frontiera e faglia, mai progetto nazionale capace di autodefinirsi senza antagonizzarsi.

Questo atteggiamento procura all’Ucraina amici interessati, e al tempo stesso provoca una macroscopica distorsione delle prospettive, come se l’Ucraina dovesse essere per forza al centro della politica mondiale.

Così Zelensky in una irrituale dichiarazione di pochi giorni fa ha “implorato” Biden di incontrarlo prima del vertice con Putin (previsto per il 16 giugno a Ginevra) “in qualsiasi momento e in qualsiasi punto del pianeta”. Zelensky afferma di aver appreso attraverso la stampa – e non direttamente – che il presidente Biden aveva deciso di smettere di cercare di bloccare il Nord Stream 2 che l’Ucraina vede come una terribile minaccia alla sicurezza nazionale.

Si può immaginare lo stupore americano a questa uscita fuori dal protocollo diplomatico. “Il Dipartimento di Stato si è regolarmente confrontato con i funzionari ucraini in merito a Nord Stream 2. Prima della trasmissione del rapporto più recente al Congresso, il Dipartimento di Stato ha notificato all’ambasciatore ucraino a Washington e agli alti funzionari a Kiev, compreso il capo dello staff del presidente, il contenuto del rapporto”, ha detto un portavoce della Casa Bianca.

Alla fine Zelensky ha ottenuto il suo scopo: un colloquio telefonico con Joe Biden, in vista del primo faccia a faccia tra il presidente statunitense e il leader del Cremlino Vladimir Putin, e la promessa di essere ricevuto alla Casa Bianca in estate.

L’Amministrazione americana rimane pienamente impegnata nel suo appoggio all’integrità territoriale ucraina. Non si capisce ancora in cosa si tradurrà all’atto pratico questo appoggio. Ma certo sarà dura placare le ansie del Presidente ucraino.

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