Per Washington, la Giordania è un alleato molto importante nel contesto ampio della stabilità della regione mediorientale. Da Amman passa la lotta la terrorismo jihadista, la possibilità di un dialogo con Israele (e palestinesi) e il contenimento dell’Iran e dei suoi proxy regionali

Per buona parte dei suoi 22 anni al potere in Giordania, re Abdullah II ha rappresentato per gli Stati Uniti un punto di riferimento e un alleato affidabile in Medio Oriente. Qualcosa, però, è cambiato durante la presidenza di Donald Trump, che ha preferito il dialogo con l’Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo, con i quali ha realizzato, tra le altre cose, gli Accordi di Abramo per la normalizzazione con Israele di alcuni paesi del mondo arabo.

Con l’avvento di Joe Biden, l’amministrazione statunitense appare decisa a tornare indietro a prima dell’era Trump. In Medio Oriente, ma non soltanto. Basti pensare che il primo leader europeo invitato alla Casa Bianca dal nuovo presidente è stata la cancelliera tedesca Angela Merkel, i cui scontri con l’ex presidente sono arcinoti.

E così, accogliendo il re giordano alla Casa Bianca, Biden ha parlato del regno hashemita come di un Paese “amico leale e rispettabile”. “Abbiamo passato molto tempo insieme”, ha detto il presidente nello Studio Ovale prima del bilaterale. “È bello riaverlo alla Casa Bianca”, ha aggiunto parlando di Abdullah II.

“L’uscita di Trump è un enorme sollievo per lui”, ha detto Martin S. Indyk, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele ed ex inviato speciale per i negoziati israelo-palestinesi, citato dal New York Times. “Per quanto questa amministrazione cerchi di non farsi logorare dal Medio Oriente, è molto concentrata nel preservarne la stabilità”, ha aggiunto Lucy Kurtzer-Ellenbogen dello United States Institute of Peace al quotidiano della Grande mela. L’amministrazione Biden, per Kutzer-Ellenbogen, “ritiene cruciale il ruolo della Giordania”, grazie anche ai suoi rapporti con Egitto e Israele.

L’agenzia di stampa giordana Petra spiega che il vertice avrebbe affrontato il tema dell’ampliamento degli orizzonti di partenariato strategico tra Giordania e Stati Uniti, oltre agli sviluppi regionali e internazionali, tra cui la questione palestinese.

E forse non è una coincidenza che nelle stesse ore dell’incontro alla Casa Bianca, il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha parlato al telefono con il presidente palestinese Mahmoud Abbas, il primo colloquio telefonico dopo diversi anni tra un esponente del governo di Gerusalemme e il leader palestinese. La discussione è stata positiva ed entrambi hanno parlato della necessità di portare avanti misure di rafforzamento della fiducia tra Israele e l’Autorità palestinese, che andranno a beneficio dell’economia e della sicurezza dell’intera regione”, ha riferito il portavoce di Gantz in una nota.

Allo stesso modo, non sembra una coincidenza che il primo ministro israeliano Naftali Bennett sia il prossimo leader atteso alla Casa Bianca entro fine mese. Il tutto avviene dopo il suo viaggio “segreto” (ma rivelato da Axios.com) in Giordania a inizio giugno, avvenuto a distanza di pochi giorni dal suo insediamento alla guida del “governo del cambiamento” (così detto in chiave anti Benjamin Netanyahu).

Ma anche dopo la positiva telefonata tra il re giordano e il neopresidente israeliano Isaac Herzog, decisi a rafforzare le relazioni tra i due Paesi, e l’incontro alla frontiera di Allenby tra il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi e l’omologo israeliano Yair Lapid. Su quest’ultimo, come spiegato su Formiche.net, è forte l’attenzione statunitense, visto anche che secondo gli accordi di coalizione dovrebbe prendere il posto di Bennett alla guida del governo nell’agosto 2023.

Recuperare la Giordania, per Washington, è parte di una strategia ampia che riguarda l’intera regione. Il paese è un pilastro della lotta al terrorismo islamico, e ha fornito da sempre partnership militari e di intelligence agli occidentali (compreso a Israele, i cui caccia anche nelle scorse ore avrebbero sorvolato i cieli giordani di rientro dall’ennesimo attacco contro postazioni iraniane attorno ad Aleppo).

Biden, che ha focalizzato gran parte delle sue attività di politica estera su Cina e Russia, trova difficoltà nel far fluire le dinamiche mediorientali in modo oleato. Al di là di penetrazioni velenose pensate dai rivali americani per deviare la concentrazione su di loro, nella regione persistono situazioni di instabilità. Washington sta cercando di favorire l’appianamento di diatribe come quella che si era aperta tra Netanyahu e Abdullah (terreno di sfogo le forniture idriche israeliane alla Giordania), mentre fronteggia l’aumento di minacce di carattere securitario come gli attacchi delle milizie sciite filo-iraniane in Iraq. La ricostruzione di una relazione con la Giordania può essere utile nel grande schema di stabilità che rappresenta il pensiero strategico Usa per il Medio Oriente.

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