Le relazioni tra Stati Uniti e Cina prenderanno le sembianze di una “interdipendenza militarizzata”, nella quale le norme del mercato globalizzato e integrato verranno messe in discussione per far spazio a questioni di sicurezza nazionale, che al momento costituisce l’argomento dominante nelle discussioni di policy-making. La lezione di Jude Blanchette alla TO China Summer School

Per la lecture conclusiva della quindicesima edizione della TOChina Summer School, Jude Blanchette, titolare della Freeman Chair in Studi sulla Cina per il Centre for Strategic and International Studies (Csis, Washington D.C.), esamina l’impatto delle politiche e dibattiti domestici di Cina e Stati Uniti nelle relazioni tra i due paesi. Blanchette sottolinea che questo è un momento storico cruciale per la questione, dal momento che le relazioni Usa-Cina sono estremamente volatili.

È necessario, dunque, cercare di dare senso ai cambiamenti internazionali, bilaterali e interni, anche tenendo conto che i due attori in questione presentano, a contrario di quanto si può pensare, numerose somiglianze. Sia la Cina che gli Stati Uniti sono, infatti due paesi molto estesi (sia geograficamente che dal punto di vista dell’influenza globale), che, generalmente non si curano troppo della percezione che il resto del mondo ha di loro e che stanno affrontando gli stessi problemi in aree strategiche come tecnologia, sicurezza nazionale e delle catene di approvvigionamento e cambiamenti demografici.

Per quanto riguarda le politiche domestiche cinesi, Blanchette sottolinea innanzitutto che, seppur in un contesto altamente centralizzato attorno alla figura di Xi Jinping, il dibattito politico interno al Partito comunista cinese ha una grande importanza all’interno del sistema. Basta pensare che il Pcc conta più di 900 milioni di membri attivi e si suddivide in diverse fazioni interne, corpi consultivi e burocratici, industrie e corporazioni. In quest’ottica sarebbero dunque da leggere quelle che Blanchette definisce le “3 P di Xi”: “pride” (orgoglio), fomentato dalla propaganda di partito, ma anche “sentimento legittimo nato dai recenti successi della Repubblica popolare”, “purpose” (scopo), ad indicare l’insieme di iniziative atte a direzionare il progresso cinese (come Made in China 2025), e “paranoia”, legata principalmente alla reintroduzione del culto della personalità del leader.

La combinazione di questi elementi e la spinta centralizzatrice che caratterizza l’operato di Xi influenzerebbe, secondo Blanchette, anche la nuova percezione che la Cina ha degli Stati Uniti. Se, infatti, sin dalla ripresa dei contatti diplomatici nel 1980, le relazioni tra Pechino e Washington oscillavano tra lo scetticismo e il bisogno di mantenere dei rapporti stabili, dal 2008 e la crisi finanziaria globale, la Cina guarda agli Stati Uniti come una potenza economica in graduale ma inesorabile declino.

L’elezione di Donald Trump nel 2016 e le sue politiche revisioniste (ad esempio la decisione di ritirarsi dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità) e la cattiva gestione della pandemia di Covid-19 segnerebbero, inoltre, la fine dell’egemonia politica e diplomatica statunitense e “la vera minaccia all’ordine internazionale”.

Riguardo all’ambiguità strategica che Washington adotta in relazione a Taiwan, Blanchette sostiene che Pechino è perfettamente consapevole che, nel caso di un’aggressione contro l’isola, gli Stati Uniti non mostrerebbero alcuna esitazione a supporto di Taiwan. Tuttavia, il ricercatore suggerisce che non sia questo il deterrente per cui Pechino non interverrà, perlomeno non a breve, militarmente contro Taipei, bensì l’invasione di Taiwan non porterebbe alcun vantaggio strategico: la Cina verrebbe considerata un paria diplomatico, in quanto paese occupante, e l’azione militare distruggerebbe completamente l’economia dell’isola.

È molto più complesso, invece, delineare il punto di vista degli Stati Uniti rispetto alla Cina a causa, afferma Blanchette, della visibilità maggiore a cui sottoposte le politiche interne americane e alla frammentarietà delle posizioni delle diverse fazioni del sistema.

In generale, il rafforzamento del ruolo del Partito comunista all’interno del sistema cinese e la sua direzione illiberale si scontra con l’ostilità storica degli Stati Uniti nei confronti del comunismo e con la concezione americana dell’ordine globale. Secondo Blanchette, a ciò si aggiunge la graduale infiltrazione del settore industriale e commerciale cinese nel mercato statunitense, che, seppur in un certo senso limitato dalla guerra commerciale, continua ad avere un forte impatto nelle politiche industriali e nella gestione dei capitali statali americani. Questo andrebbe inoltre a cozzare con la concezione di Washington di rappresentare l’esempio più lampante di “eccezionalismo economico”.
Blanchette osserva che negli ultimi anni, il giudizio dell’opinione pubblica americana verso la Cina ha virato nettamente verso posizioni generalmente negative anche nelle aree in cui il Partito democratico, tradizionalmente più moderato nei confronti di Pechino, ha più influenzato (si stima che, ad oggi, il 67% della popolazione americana consideri la Cina come “una minaccia reale e diretta”).

In questo contesto, Blanchette espone i risultati dello studio The China Shock, pubblicato nel 2016 da un gruppo di economisti americani e che analizza l’impatto economico e sociale della crescita delle importazioni statunitensi dalla Cina. Lo studio mostra come le aree maggiormente colpite dalle nuove politiche di importazioni e delocalizzazione, che, come sottolinea Blanchette, hanno avvantaggiato le grandi aziende a discapito dei lavoratori, coincidano con una demografica tradizionalmente a tendenza repubblicana. Queste stesse aree hanno riscontrato poi il maggior tasso di consensi per l’amministrazione Trump.

D’altra parte, però, le grandi aziende americane non vedono di buon occhio la continuazione delle politiche anticinesi e in particolar modo chiedono la fine della guerra commerciale con la Cina, che le sottopone a gravi ostacoli e sfide (ad esempio, garantire la continuità delle catene di approvvigionamento per materie prime come i minerali strategici). Blanchette riporta che le politiche protezioniste anticinesi volute da Trump verranno probabilmente reintrodotte, seppur in un sistema più normalizzato, dall’amministrazione Biden, esacerbando la frustrazione delle grandi industrie.

A causa di questa atmosfera di profonda ansia e di crescente razzismo anti-asiatico, Blanchette prevede che le relazioni tra Stati Uniti e Cina prenderanno le sembianze di una “interdipendenza militarizzata”, nella quale le norme del mercato globalizzato e integrato verranno messe in discussione per far spazio a questioni di sicurezza nazionale, che al momento costituisce l’argomento dominante nelle discussioni di policy-making.

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