L’amministrazione Biden-Harris-Yellen vuole l’imposta globale per poter aumentare le tasse e finanziare il suo gigantesco piano di spesa pubblica, colpendo quei Paesi che sono riusciti a generare sviluppo economico grazie ad una leva fiscale agevolata e competitiva. L’opposizione di Lorenzo Montanari, vicepresidente dell’Americans for Tax Reform Foundation

La riunione dei ministri delle finanze del G20, tenutasi nei giorni scorsi a Venezia, passerà alla storia come il summit delle tasse. Il G20 ha adottato all’unanimità la global minimun tax al 15% elaborata dall’OCSE, appoggiata dai G7, e sottoscritta da ben 130 paesi che rappresentano il 90% del PIL mondiale. Una proposta fortemente caldeggiata dall’amministrazione Biden nella persona dell’influente segretario al tesoro Janet Yellen, che vede nella global minimum tax il potenziale economico per modificare la riforma delle tasse del 2017 di Trump. Ciò che si prefigura con l’accordo di Venezia è una sorta di OPEC delle tasse, ovvero un nuovo cartello economico contro la competizione fiscale tra stati. Entrata in vigore, previa approvazione dei singoli parlamenti, nell’anno 2023.

Il piano di riforma OCSE consiste in due cosiddetti pillars. Il primo è incentrato sulle modalità con cui gli stati potranno estendere e distribuire i ricavi e la tassazione tra paesi per quanto riguarda le multinazionali e le digital companies. È un pillar che non tiene conto del principio cardine della sede fiscale, e per cui sono previste entrate per più di 100 miliardi di dollari. Il cosiddetto secondo pillar definisce le linee guida della global minimum tax che avrà come tetto minimo del 15%. In questo caso, si prevedono più di 150 miliardi di dollari in entrate annue.

La ragione principale per cui l’amministrazione Biden-Harris-Yellen vuole a tutti i costi la global minimum tax è per poter aumentare le tasse e finanziare lo spropositato piano di spesa pubblica, senza perdere introiti fiscali che deriverebbero da un regime di pura competizione fiscale. Biden ha proposto un pacchetto di ben 30 tasse ad un costo di 2.9 trilioni di dollari spalmati nei prossimi dieci anni, che ricadrebbero principalmente sulle famiglie americane e sulle ’imprese.

Tra queste 30 tasse ci sarebbe l’aumento della minimum tax di Trump sui guadagni esteri derivanti dalla proprietà intellettuale (la cosiddetta GILTI) dal 10,5 al 21%, e l’aumento della corporate tax dal 21% al 28% che, sommata alla media delle corporate tax di ogni singolo stato americano, la porterebbe al 32% (un aumento di 857 miliardi di dollari) ben al di sopra di una media OCSE che è attorno al 23% e addirittura ben al disopra del 25% della Cina comunista. Correggere al rialzo il 21% di corporate tax, pilastro principale della riforma fiscale di Trump del 2107, significherebbe andare contro il trend degli ultimi 40 anni, che ha visto una costante riduzione della corporate tax a livello mondiale da un media del 40% negli anni ’80 ad un media attuale del 23,85 %, ovvero una riduzione del 41 %.

La riforma Biden-OCSE per funzionare dovrà essere approvata da tutti i paesi ma soprattutto dai grandi della terra. Stati Uniti, Unione Europea e Cina. Quest’ultima, se anche mai dovesse approvarla per ragioni politico diplomatiche, non perderebbe nessun vantaggio competitivo, proprio grazie alle ultime riforme approvate dal Congresso Nazionale del Popolo, massima autorità statale cinese, che prevedono deduzioni fiscali del 200% su tutte le spese legate a ricerca e sviluppo. Questo significa che il governo cinese si farà carico del 50% dei costi per ricerca e innovazione altrimenti a carico delle imprese.

Il pacchetto di riforma Biden-OCSE è l’ultimo colpo di coda della ondata neokeynesiana tornata alla ribalta alla Casa Bianca con l’Amministrazione Biden-Harris che vuole seppellire tout court i quattro anni di supply side economics di Trump e del suo teorico, l’economista Arthur Laffer. Da questa riforma il principio della competizione fiscale verrebbe, se non completamente annullato, svuotato di senso, dal momento che paesi con economia di scala ridotte non potrebbero più fare leva su una fiscalità agevolata per attrarre investimenti esteri.

Ma non è detta l’ultima parola dal momento che tutti i paesi firmatari dovranno sottoporsi all’approvazione parlamentare (salvo dittature come la Cina). Lo stesso Biden non avrà vita facile in casa, dal momento che si ritrova i repubblicani sul piede di guerra e con un Senato spaccato a metà, dove la riforma non passerà mai senza i 2/3 dei voti, al momento uno scenario impraticabile. Unica nota positiva risiede nella richiesta ufficiale della Yellen all’Unione Europea di sospendere momentaneamente l’attuazione della tanto criticata digital service tax che colpirebbe multinazionali americane come Google, Amazon, Facebook and Microsoft.

Per questo le multinazionali non hanno espresso una vera e propria opposizione alla global minimum tax. Al contrario, potrebbero addirittura trovare un certo vantaggio competitivo a discapito delle piccole imprese. Al momento gli unici veri oppositori restano l’Irlanda, l’Estonia e l’Ungheria: tutti paesi con una fiscalità sotto il 15%. Paesi che sono riusciti ad espandere la libertà economica interna e pertanto a generare sviluppo economico proprio grazie ad una leva fiscale agevolata e competitiva.

L’Ungheria di Orbán, con il suo 9%, vanta una corporate tax tra le più basse dell’Unione. La stessa Irlanda non si sarebbe mai potuta sollevare dalla povertà e generare crescita economica senza una tassazione al 12,5%. Una fiscalità che ha attratto miliardi di investimenti diretti esteri e che ha trasformato l’Irlanda da paese di “produttori” di patate ad un paese di produttori di microchip. Secondo la camera di commercio americana più di 800 imprese a stelle e strisce hanno creato più di 180,000 posti di lavoro in un Paese in cui gli investimenti diretti americani ammontano a 4,5 miliardi di dollari.

L’opposizione irlandese è guidata dall’attuale Ministro delle Finanze Paschal Donohoe, che ricopre anche il ruolo di presidente dell’Eurogruppo. “Bisogna trovare un accordo che garantisca la competizione e la sovranità fiscale. Paesi piccoli come l’Irlanda” secondo Donohoe “possono competere con le più grandi economie del mondo solo attraverso una tassazione competitiva compensando i limiti delle piccole economie di scala”. Per non parlare dell’Estonia che, secondo l’International Tax Competitiveness Index 2020 che misura la competitività fiscale di 34 paesi OCSE, risulta essere il paese più competitivo con una corporate tax al 20% ma applicata solo sui dividendi di una azienda e non sugli utili reinvestiti.

“La libertà economica” diceva l’ex presidente ed economista liberale Luigi Einaudi, “è la condizione necessaria della libertà politica.” Ed esattamente questo l’appello sottoscritto da 76 Think Tank liberali internazionali tra cui la World Taxpayer Association dove si chiede il rispetto della libertà economica, della competizione e della sovranità fiscale dei singoli stati, che “dovrebbero essere lasciati liberi di decidere democraticamente le proprie norme fiscali in rapporto alle proprie economie locali e non essere costrette a cedere pezzi di sovranità fiscale a gruppi o istituzioni che non sempre agiscono nel loro interesse.”

Il G20 del prossimo fine ottobre a Roma sarà sicuramente un’altra grande opportunità per raffinare il dibattito sulla global minimum tax, purtroppo non per metterla in discussione ma per accelerarne la sua attuazione. D’altronde come ci ricordava Karl Marx “C’è solo un modo per uccidere il capitalismo – con tasse, tasse, e ancora più tasse.”

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