La storica visita del ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid negli Emirati Arabi Uniti rappresenta l’occasione per fare il punto sugli sforzi diplomatici degli Usa in Medio Oriente

A marzo Mohamed Al Khaja, presentate le credenziali al presidente israeliano Reuven Rivlin, è diventato il primo ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Tel Aviv. Eitan Na’eh, invece, è ancora in attesa dell’ultimo passaggio, quello da capo missione ad ambasciatore d’Israele negli Emirati Arabi Uniti. La storica visita del ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid, accolto dall’omologo Abdullah bin Zayed al Nahyan ad Abu Dhabi e a Dubai per l’inaugurazione di un’ambasciata e un consolato, rappresenta un passo in quella direzione.

Storica poiché è la prima visita di Stato israeliana negli Emirati Arabi Uniti dopo la firma degli Accordi di Abramo nell’estate scorsa. L’ex primo ministro Benjamin Netanyahu teneva molto a compiere lui, uno degli architetti della normalizzazione tra lo Stato ebraico e alcuni Paesi del Golfo, questo importante atto. Ma il suo viaggio è stato più volte rimandato a causa di tensioni con la Giordania e con il principe principe ereditario emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan.

Difficile pensare che possa essere un caso che Lapid sia andato negli Emirati soltanto dopo aver incontrato a Roma, nel fine settimana, il segretario di Stato americano Antony Blinken (e pure Abdullatif bin Rashid Al Zayani, omologo del Bahrein, altro Paese che ha firmato gli Accordi Abramo, oltre al “padrone di casa”, il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio).

In quel faccia a faccia, il primo tra l’amministrazione di Joe Biden e il nuovo esecutivo di Naftali Bennett, Lapid aveva tenuto a sottolineare la volontà di affrontare i disaccordi, tra cui le “forti riserve” di Israel sul rientro degli Stati Uniti nell’accordo nucleare Jcpoa con l’Iran, “attraverso conversazioni dirette e professionali, non in conferenze stampa”. Parole pensate per marcare le distanze rispetto alla precedente gestione di Netanyahu, che aveva fatto di quello diretto con Donald Trump il canale privilegiato del dialogo tra Israele e Stati Uniti.

E a Washington la scommessa su Lapid appare forte. Un po’ perché Bennett è più votato alla politica interna, un po’ perché secondo gli accordi di rotazione nella coalizione Lapid diventerà premier nell’estate del 2023 (nel secondo biennio dell’amministrazione Biden, ossia quando sarà più concentrata di quanto già non lo sia adesso verso la politica estera) gli Stati Uniti sembrano prestare molta attenzione all’attuale capo della diplomazia israeliana. Sembra quasi ci sia una spartizione: a Lapid il compito di dialogare con il Partito democratico, a Bennett con il Partito repubblicano e gli evangelici.

Su queste pagine abbiamo recentemente raccontato come, dopo l’incontro tra Blinken e Lapid a Roma e il ricevimento del presidente uscente Rivlin alla Casa Bianca, Washington e Gerusalemme stanno preparando l’incontro tra Bennett e Biden negli Stati Uniti. È un “altro segnale l’amministrazione Biden vuole aiutare a stabilizzare il nuovo e fragile governo israeliano”, ha spiegato Axios, ricordando che il presidente statunitense aveva chiamato il neo primo ministro israeliano appena due ore dopo la fiducia ottenuta alla Knesset.

Ed è proprio per questo, per evitare difficoltà al governo israeliano che si basa su una maggioranza di appena un voto ed è composto da otto partiti, che il ministero degli Esteri israeliano sta chiedendo al dipartimento di Stato americano di prendere tempo sulla riapertura del consolato a Gerusalemme, quello dedicato agli affari palestinesi, come rivelato da Axios.

L’attenzione a Israele — che nella visione strategica statunitense si assumerà un ruolo di viceré nell’ampia regione che dal Medio Oriente arriva fino alla spalla orientale del Mediterraneo — viene bilanciata dalle relazioni col mondo arabo. Là dove gli Accordi di Abramo sono la rappresentazione plastica di questa continuità, gli Emirati Arabi Uniti hanno un ruolo determinante. Abu Dhabi è firmatario dell’intesa di normalizzazione diplomatica con lo Stato ebraico (intesa accettata anche dall’Arabia Saudita, via Bahrein), e questo gli dà peso all’interno delle dinamiche nell’area sopra indicata.

Washington ha mandato messaggi chiari agli emiratini: se una delle prime decisioni sugli affari internazionali dell’amministrazione democratica è stato il blocco di commesse militari dirette negli Emirati Arabi Uniti, è altrettanto vero che una parte di quelle forniture sono state riattivate dopo tre mesi. Tenendo fuori i pezzi più importanti, ossia la vendita dei droni armati Reaper e soprattutto l’inserimento emiratino all’interno del programma F-35. La questione è aperta, Washington ha rassicurato Gerusalemme che anche davanti a queste forniture dal valore strategico la relazione con gli israeliani resterà privilegiata, e allo stesso tempo ha comunicato le condizioni ad Abu Dhabi.

Gli americani chiedono che la politica estera della “piccola Sparta” (come la chiamavano i generali al Pentagono) sia più misurata. E Abu Dhabi ha in parte accettato tatticamente per ri-orientare le proprie priorità. Vedere per esempio l’uscita formale dal fronte anti Houthi nello Yemen, ma anche una posizione meno aggressiva in Libia dopo aver dato sostegno per anni ai progetti di chi voleva rovesciare il governo onusiano. Ma anche il messaggio di congratulazioni inviato rapidamente a Teheran per la vittoria del conservatore Ebrahim Raisi (Emirati e Iran da tempo cercano un equilibrio), oppure la possibilità data ai contatti con Turchia (nemica intra-sunnismo), o ancora la timida riconciliazione con il Qatar. Temi di interesse sia per Stati Uniti sia per Israele.

Passaggi necessari perché gli Emirati Arabi Uniti ospiteranno il soft power globale con l’Expo 2020, o ancora per essere rappresentati della regione centro-asiatica nel seggio temporaneo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Due momenti a cui Abu Dhabi ha dato particolare peso, sia sul piano narrativo che operativo. Entrambi recentemente celebrati in un articolo con cui il Financial Times riconosceva loro la volontà di avviare una politica più controllata (simbolo: la sottolineatura degli investimenti nel settore culturale fine forma di differenziazione economica nel mondo decarbonizzato che, tra l’altro, Biden sponsorizza come necessità su cui allineare gli alleati). Resta il nodo Cina, con cui gli emiratini flirtano per lo sviluppo tecnologico, fronte enorme su cui Israele potrebbe sostituire in buona parte Pechino, facendo felici gli americani e garantendosi nuovi contratti e ulteriori legami.

(Foto: Twitter, @YairLapid)

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