L’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi climatici estremi è uno degli effetti più evidenti delle condizioni ambientali critiche nel breve periodo. Un messaggio ai ministri del G20 Ambiente che si riuniscono la prossima settimana. L’allarme dell’ex ministro dell’Ambiente

Nel 2006, all’inizio del Sustainability Science Program che avevo organizzato con l’Università di Harvard, John Holdren presentò un aggiornamento delle valutazioni scientifiche e delle previsioni sui climate tipping points, ovvero le condizioni ambientali critiche dalle quali possono derivare cambiamenti rapidi e irreversibili del clima, insomma “punti di non ritorno”.

Holdren, che è stato il chief scientist dell’amministrazione Obama, aveva individuato almeno tre tipping points – connessi all’aumento della temperatura – in forte avvicinamento con conseguenze significative sull’emisfero Nord: lo scioglimento dei ghiacci e del permafrost nella regione artica, l’indebolimento della corrente del Golfo, la riduzione dei ghiacciai perenni nel plateau del Tibet.

Holdren aveva messo in evidenza il circolo vizioso tra energia e clima, ovvero tra le emissioni provocate dall’impiego dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale) e l’aumento della temperatura.

L’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi climatici estremi è uno degli effetti più evidenti dei tipping points nel breve periodo. Mentre, nel medio periodo, l’aumento del livello del mare, la riduzione progressiva della disponibilità di acqua per la riduzione dei ghiacciai perenni e l’acidificazione degli oceani sono destinati ad avere grandi impatti sulle città costiere, sulla qualità della vita e sulle economie che dipendono dalla disponibilità di acqua, sulla sicurezza alimentare.

Sono passati 15 anni. Nonostante le molte e ripetute segnalazioni da parte delle agenzie governative – quelle statunitensi prima di tutte – e delle istituzioni scientifiche, nonostante l’accordo di Parigi del 2015, il pericoloso avvicinamento ai tre tipping points indicati da Holdren è ben visibile.

Nelle ultime settimane il caldo torrido nel Canada e nel Nord degli Stati Uniti, la siccità e gli incendi della California, le devastazioni per gli uragani in Germania e nel Centro Europa, ma anche le alluvioni nelle provincie del Centro e del Sud della Cina, così come le devastanti inondazioni delle ultime ore a Mumbai in India, ricordano ai ministri dell’Ambiente del G20 che siamo vicini al punto di non ritorno.

Gli eventi drammatici delle ultime ore in Europa mettono in evidenza che gli eventi climatici estremi non riconoscono confini ed hanno effetti devastanti sulle economie più sviluppate.

L’adattamento ai cambiamenti climatici, ovvero la modificazione degli usi, delle infrastrutture e dei servizi per la protezione dei territori è una sfida che riguarda tutte le grandi economie, e che richiede programmi e investimenti di lungo periodo su scala nazionale e continentale.

La Commissione europea, con un rapporto del febbraio 2021, ha stimato che sulla base del trend attuale di aumento della temperatura, senza misure per l’adattamento, il costo annuale dei danni provocati dagli eventi climatici estremi potrebbe raggiungere 170 miliardi di euro anche tenuto conto che “ bloccare tutte le emissioni di gas serra non previene gli impatti climatici che sono in corso e che continueranno ancora per decenni”.

I ministri del G20 potrebbero promuovere una piattaforma comune per favorire la convergenza verso obiettivi e standard comuni di adattamento dei programmi di cooperazione internazionale avviati dai rispettivi Paesi, anche se in competizione tra loro (per esempio “Silk Road “e “Build Back Better World”).

 

Neutralità climatica e sicurezza energetica

I ministri dell’Economia del G20 hanno riconosciuto per la prima volta il ruolo del carbon pricing come leva per la progressiva riduzione dei combustibili fossili e la contestuale competitività delle tecnologie/soluzioni a emissioni zero.

L’applicazione di un prezzo del carbonio è coerente con gli impegni già assunti per la decarbonizzazione delle rispettive economie entro la metà del secolo da Unione europea, Cina, Giappone, Canada, Corea, Stati Uniti.

Tuttavia, il G20 non ha concordato un valore minimo comune, ovvero non è stato individuato il percorso per una carbon tax globale che è la condizione per evitare distorsioni nella concorrenza e nei costi dell’energia fossile.

La decisione rimane nelle mani delle singole economie, e dunque carbon pricing rischia di essere un puro auspicio e nello stesso tempo una fonte di conflitti. Ne abbiamo avuto un esempio nei giorni scorsi, quando si è aperta una discussione molto serrata in ambito europeo in merito all’estensione ed all’aumento dei costi dei permessi di emissione (Ets) nel mercato europeo in assenza di misure corrispondenti nelle altre economie.

Così come è all’origine di tensioni tra l’Unione europea, gli Stati Uniti e la Cina, l’introduzione da parte della prima di una carbon tax sui prodotti importati (carbon adjustment mechanism).

Nello stesso tempo l’entrata in vigore in Cina di un mercato dei permessi di emissione simile a Ets europeo, se rappresenta da un lato un formidabile driver per la riduzione dei consumi di carbone e prodotti petroliferi nel mercato cinese, è dall’altro un supporto alla competizione globale delle tecnologie e dei sistemi a zero emissioni made in China se associato agli incentivi per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e del nucleare di nuova generazione.

Sarebbe dunque opportuno che il G20 mettesse con i piedi per terra un programma di lavoro per concordare una carbon tax globale, che avrebbe tra l’altro l’effetto concreto di stabilire una prospettiva convergente di fiscalità energetica in particolare con Stati Uniti e India, che ancora non hanno definito una strategia su carbon pricing.

Come è evidente, carbon pricing è strettamente connesso alle opzioni in merito ai combustibili e alle tecnologie da impiegare nella transizione energetica verso la decarbonizzazione.

Tutti sono d’accordo sulla necessità di valorizzare le fonti rinnovabili, che secondo “Net Zero 2050” dell’Agenzia internazionale dell’energia entro il 2030 dovrebbero passare globalmente dagli attuali 200 GW di capacità ad almeno 1.100 GW. L’obiettivo potrebbe essere facilmente raggiungibile se venissero applicate le soluzioni individuate dal programma per la Global Energy Interconnection, che prevede la produzione di elettricità da fonti rinnovabili nelle zone ad alto potenziale solare o eolico e la sua trasmissione con reti ad altissimo voltaggio e alta capacità: per esempio dal Nord Africa o dal Medio Oriente all’Europa. In questo modo sarebbero anche superate le molte problematiche legate alla localizzazione degli impianti nei territori ad alta densità abitativa o ambientalmente sensibili dell’Europa. Le tecnologie per l’interconnessione sono disponibili (prevalentemente europee come ABB, Siemens o l’italiana Prysmian), così come quelle per l’energia solare ed eolica.

Ma le grandi imprese energetiche che oggi trasportano gas e petrolio da Nord Africa e Medio Oriente in Europa sono disponibili a una progressiva riconversione rinnovabile ed elettrica?

Forse la visione e il programma della Global Energy Interconnection, inizialmente proposta dalla Cina e oggi condivisa da oltre 250 università imprese e associazioni di tutto il mondo, potrebbero essere inseriti nell’agenda del G20 Energia e del G20 Ambiente.

Senza considerare che Global Energy Interconnection potrebbe essere l’infrastruttura “politica” e tecnologica della cooperazione per la decarbonizzazione dell’economia globale. “Net Zero 2050” stima che senza cooperazione l’obiettivo del 2050 sarà rinviato ad almeno il 2080, forse troppo tardi per tutti.

Così come nelle agende dovrebbe essere inserita una valutazione sulle prospettive del nucleare. Sempre “Net Zero 2050” mette in evidenza che il nucleare, e in particolare quello di nuova generazione, è “fondamentale” per assicurare il backup a zero emissioni delle fonti rinnovabili sia nella transizione sia nel lungo termine.

Stati Uniti e Cina indicano esplicitamente il nucleare come supporto alla decarbonizzazione e alla stabilità della generazione di elettricità da fonti rinnovabili.

Gli incubi di Chernobyl e di Fukushima certamente non aiutano, ma gli sviluppi nella progettazione e realizzazione dei piccoli reattori (300 MW) modulari con tecnologie di riciclo del combustibile dovrebbero entrare nella agenda delle soluzioni possibili per la decarbonizzazione.

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