Conversazione con Luigi Iovino, deputato M5S, membro della Commissione Difesa, sulla delibera missioni approvata la scorsa settimana dalla Camera, non senza sussulti sul supporto alla Guardia costiera libica. Lo sfratto dalla base di Al Mihad? “Ora si dovrà coinvolgere il Parlamento per capire il da farsi e ristabilire le relazioni con gli Emirati Arabi”

“Finché non arriverà un aiuto concreto da Bruxelles, l’Italia non può permettersi di astenersi dalla collaborazione con le autorità libiche, compresa la Guardia costiera”. Ne è convinto Luigi Iovino, deputato M5S, membro della Commissione Difesa a Montecitorio, che la scorsa settimana è intervenuto in aula per la dichiarazione di voto del Movimento sulla delibera missioni, poi approvata non senza qualche sussulto sul supporto alla Guardia costiera libica. In tutto si tratta di 40 impegni all’estero, due in più rispetto al 2020, per una forza complessiva che potrà raggiungere al massimo le 9.449 unità (oltre 800 in più rispetto allo scorso anno), con consistenza media prevista di circa 6.500 unità.

Al netto del ritiro dell’Afghanistan, la delibera missioni conferma una sostanziale continuità nell’impegno militare dell’Italia all’estero, a partire dal focus su Mediterraneo allargato. Quale è il suo giudizio complessivo?

Il nostro impegno militare ci vede partecipi nell’Alleanza euro-atlantica. Questo è il nostro campo di azione. Nelle operazioni Nato siamo il secondo Paese contributore in termini di personale e quindi risulta fondamentale per i nostri interessi strategici convergere l’attenzione nel fianco Sud e nel Mediterraneo allargato.

Confermato anche il focus sul Sahel, con la missione bilaterale in Niger e la task force Takuba. Perché è importante attenzionare quest’area?

Il Sahel è la frontiera del Mediterraneo e quindi va favorita la stabilizzazione della regione per prevenire e combattere il terrorismo jihadista e le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di essere umani, droga e armi.

Per la Libia, si è puntato a un rafforzamento della missione europea Irini, coinvolgendo su questo gli alleati. Un obiettivo possibile?

La proroga del mandato dell’operazione Irini da parte del Consiglio dell’Unione europea fino al 2023 ha dimostrato una scelta politica molto chiara che vuole favorire l’implementazione dell’embargo delle armi imposto dall’Onu, dirette e provenienti dalla Libia. Questa missione di sicurezza marittima ha dimostrato di essere molto utile nel contrasto alla proxy war dello scenario libico.

Come l’anno scorso, si è discusso sul finanziamento della Guardia costiera libica. Alla fine è arrivato il via libera alla mozione di maggioranza, non senza qualche sussulto…

Il processo di stabilizzazione della Libia è ancora in corso e le autorità transitorie dovranno condurre la Libia fino alle elezioni di fine dicembre. Come affermato dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, la nostra iniziativa di sostegno alle autorità libiche si inspira al principio della tutela delle condizioni dei migranti e dei rifugiati nel Paese. Su questo, tra l’altro, va ristabilita la verità: non è vero che l’Italia non ha mai pensato di bloccare la collaborazione con la Libia sul tema dei migranti. Nel provvedimento è previsto che “si valuterà” dal prossimo anno se rivedere il rapporto con la Guardia costiera qualora ci sia intervento diretto dell’Unione europea. Ma finché non arriverà un aiuto concreto da Bruxelles – e quindi l’Italia sarà lasciata sola – non possiamo permetterci dall’astenersi dalla collaborazione con le autorità libiche. Intanto, grazie al voto sul rifinanziamento missioni, si è evitato che si creassero le condizioni per una situazione ancora più caotica con l’aumento di partenze dei migranti dalla costa libica e con imbarcazioni precarie e instabili.

Torniamo all’Afghanistan; c’è grande preoccupazione sulle sorti del Paese dopo la missione Nato. Il ritiro è stato troppo frettoloso?

Il ritiro del contingente Nato era stato già programmato dalla precedente amministrazione americana. Il presidente Biden ha poi posticipato il rientro definitivo delle truppe dal teatro afgano alla data dell’11 settembre come simbolo del vile attentato alle Torri gemelle. Il nostro impegno ventennale ha portato alla costruzione di scuole, pozzi, strade e strutture sanitarie a favore della popolazione afgana e continuerà attraverso progetti di cooperazione allo sviluppo. Purtroppo tutto questo oggi potrebbe essere distrutto dall’avanzata dei talebani.

Per gli impegni in Medio Oriente l’Italia non potrà fare più affidamento sulla base emiratina di Al Minhad. Gli Emirati Arabi sono indispettiti dalla gestione italiana dell’export della Difesa. C’è margine per ricucire secondo lei? Come?

La nostra relazione con gli Emirati Arabi è di lunga data. La nostra base presso l’aeroporto Al Minhad attiva dal 2015 ha garantito quale hub strategico il supporto a operazioni con compiti molto delicati. La questione relativa alla licenza dell’export di armi è legata a una risoluzione, anche da noi voluta, che era riferita alla guerra in Yemen. Ma adesso ci dovrà essere un coinvolgimento del Parlamento per capire il da farsi e per ristabilire le relazioni tra Italia ed Emirati Arabi.

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