Quattro anni fa il sottosegretario Amendola aveva partecipato all’insediamento del “moderato” Rouhani. Giovedì è il turno del “conservatore” Raisi, e per l’ambasciata di Teheran è “il momento migliore per l’Italia di approfondire le relazioni”. Aspettative deluse: parteciperà una delegazione solo diplomatica in linea con quanto deciso insieme ad altri Paesi europei. Vani i tentativi del senatore 5 Stelle Petrocelli di andare in missione ufficiale

A Teheran fervono i preparativi per l’inaugurazione della presidenza del “conservatore” Ebrahim Raisi, uscito vincitore dal voto del 18 giugno scorso grazie anche al sostegno della Guida suprema Ali Khamenei. Appuntamento giovedì 5 agosto al Majles, il Parlamento iraniano.

Alla cerimonia di quattro anni fa, quella per il secondo mandato del “moderato” Hassan Rouhani, aveva partecipato Vincenzo Amendola, allora sottosegretario agli Esteri, su delega del ministro Angelino Alfano. Nella sua missione a Teheran, Amendola, che oggi è sottosegretario a Palazzo Chigi con delega agli affari europei, era assistito dal direttore generale per gli Affari politici della Farnesina, l’ambasciatore Luca Giansanti, e dall’ambasciatore d’Italia in Iran, Mauro Conciatori, come risulta da un comunicato della Farnesina.

A maggio di quell’anno, Rouhani celebrava la vittoria elettorale e la sua riconferma alla guida dell’Iran proprio mentre il rivale saudita ospitava, per la sua prima visita di Stato, l’allora presidente statunitense Donald Trump, che un anno dopo avrebbe annunciato l’uscita dall’accordo nucleare Jcpoa. “Gli iraniani vogliono vivere in pace e in amicizia con il resto del mondo, ma non accettano minacce o umiliazioni”, disse l’allora presidente. Poi un no agli estremismi: gli iraniani “hanno detto no a tutti coloro che ci invitavano a tornare indietro al passato o a frenare la situazione attuale”.

Sono passati quattro anni, ma sembrano molti di più. Specie se si pensa che Rouhani aveva sconfitto proprio Raisi. L’Iran di Rouhani aveva firmato il Jcpoa e sembrava potesse uscire dalla condizione di Stato-paria agli occhi dell’Occidente. Ora, invece, con Raisi e l’allineamento del policentrismo della Repubblica islamica verso le varie sfumature del conservatorismo, tutto sembra più complicato (anche per i tentativi di contatto provati dall’amministrazione statunitense di Joe Biden).

E così cambia anche la composizione della delegazione italiana al giuramento del presidente. A quanto risulta a Formiche.net, infatti, non ci saranno esponenti del governo. Rappresenteranno l’Italia l’ambasciatore a Teheran, Giuseppe Perrone, e l’ambasciatore Pasquale Ferrara, direttore generale per gli Affari politici e di sicurezza della Farnesina.

L’ambasciata iraniana a Roma ha spiegato a Formiche.net tramite un portavoce che sono stati recapitati inviti ad “alti funzionari” italiani. A richiesta di maggiori informazioni è stato precisato che si tratta dei presidenti della Repubblica, del Consiglio, del Senato e della Camera. “Pensiamo che se l’Italia vuole approfondire le sue relazioni con il nuovo governo iraniano, questo è il momento migliore per mostrare volontà di colloqui ad alto livello”, ha dichiarato il portavoce.

Questo tipo di inviti sono la prassi quando c’è un insediamento, spiegano fonti diplomatiche. A quanto risulta a Formiche.net né il presidente della Repubblica Sergio Mattarella né il presidente del Consiglio Mario Draghi voleranno a Teheran per l’occasione. Non lo faranno neppure i presidenti del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e della Camera, Roberto Fico. Né sono previste richieste di missioni ufficiali. Infatti, spiegano fonti parlamentari a Formiche.net, le istituzioni italiane hanno deciso di allinearsi con gli altri Stati europei decidendo di inviare all’evento soltanto i diplomatici.

Sono risultati vani, dunque, i tentativi di Vito Petrocelli, senatore del Movimento 5 stelle e presidente della commissione Esteri, di partecipare in missione ufficiale assieme ad altri due colleghi, come ci è stato confermato da più fonti parlamentari. Ciò, però, non esclude una partecipazione a titolo personale. Abbiamo contattato il senatore Petrocelli per alcune domande ma al momento non abbiamo ricevuto risposta.

La scorsa settimana questa testata ha raccontato un episodio con protagonista proprio il senatore pentastellato, che soltanto qualche settimana fa aveva detto a Repubblica che “a differenza di altri” lui non deve “ogni volta” ribadire la sua fede filoatlantica, ma pensa “che proprio all’interno del campo occidentale l’Italia debba essere il miglior riferimento per Russia, Cina e Iran”.

Martedì 20 luglio la commissione Esteri del Senato aveva incontrato l’influente commissione Sicurezza nazionale e politica estera del Majles, il Parlamento iraniano. A presiedere la seduta era toccato stranamente non al presidente Petrocelli bensì alla vicepresidente Laura Garavini di Italia Viva. In quell’occasione avevamo parlato di incontro “riparatorio” perché, a quanto ricostruito, ad aprile gli iraniani si erano tirati indietro dopo aver saputo che, a causa dell’indisponibilità di Petrocelli, la seduta sarebbe stata guidata da una donna.

Petrocelli non aveva presieduto la seduta, ma ha tenuto l’ultimo intervento da parte italiana. Il senatore aveva colto l’occasione per ricordare come la sua visita in Iran nell’aprile del 2019 sia stata “l’ultima” di “un esponente politico di rilievo italiano” e per citare tutti i rappresentanti della politica iraniana incontrati in quell’occasione. Petrocelli aveva ricordato, tra gli altri, il confronto sui casi dei prigionieri politici con Mohammad Javad Larijani, segretario generale del Consiglio dei diritti umani del potere giudiziario, noto per aver invitato il mondo a ispirarsi, nel contrasto ai reati di droga, all’Iran, che applica la pena di morte.

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