Conte ha parlato ieri di giustizia con il premier Draghi. Enrico Letta avrebbe potuto restare a guardare ma si è inserito subito nel “gioco”, dicendo che pure lui avrebbe chiesto modifiche a quanto i ministri del M5S e del Pd avevano approvato in Consiglio dei ministri. Si è inserito in un complesso “gioco” a più livelli e su più tavoli con in palio le poste della popolarità e della reputazione. Il commento di Giuseppe Pennisi

Quando, circa trent’anni fa, Enrico Letta lavorava per Beniamino Andreatta, allora ministro degli Esteri, si rivolse ad alcuni economisti per avere libri di economia; sapeva che nei suoi studi di scienze politiche, aveva trascurato la “triste scienza” e che doveva apprenderne i rudimenti.

Gli vennero dati in prestito manuali di macroeconomia e soprattutto di economia internazionale – i più pertinenti per chi lavorava alla Farnesina. Leggiucchiò anche un paio di saggi di Paolo Guerrieri e Pier Carlo Padoan, i quali qualche anno prima avevano portato in Italia la international political economy, disciplina che fa ampio uso della “teoria dei giochi”. L’allor giovane Enrico Letta ne fu affascinato perché coniugava economia con scienza della politica, ma non avendo quelle che al liceo si chiamano le basi (di matematica) ne colse unicamente gli aspetti più superficiali.

Lo si è visto nei giorni scorsi quando è intervenuto nel “gioco” tra il Capo “in pectore” di quel-che-resta del Movimento Cinque Stelle (M5S), prof. avv. Giuseppe Conte e il presidente del Consiglio, prof. Mario Draghi.
Riassumiamo in breve i precedenti, Conte, forte di uno statuto del M5S (peraltro non ancora approvato) che pare stilato avendo a modello la Costituzione dell’Iran (Garante Supremo, Presidente politico, Consiglio degli Ottimati, Guardiani della Rivoluzione), ha annunciato che si sarebbe recato a Palazzo Chigi con l’intenzione di fare cambiare lo schema di legge delega sulla giustizia per re-introdurre elementi che il Garante Supremo e gli Ottimati considerano parte essenziale della loro fede.

Enrico Letta avrebbe potuto restare a guardare ma si è inserito subito nel “gioco”, dicendo che pure lui avrebbe chiesto modifiche a quanto i ministri del M5S e del Partito Democratico (PD) avevano approvato in Consiglio dei ministri. In tal modo – ha probabilmente pensato – sarebbero aumentate le probabilità di un’”alleanza strutturale” tra PD e M5S alle prossime elezione, all’elezione del Capo dello Stato, e alle elezioni politiche del 2023. E nell’immediato ci sarebbe stato un maggior supporto dei parlamentari M5S alla proposta di legge Zan (vistose le loro assenze alla votazione sulla calendarizzazione).

Si è inserito in un complesso “gioco” a più livelli e su più tavoli con in palio le poste della popolarità e della reputazione. Nel “gioco”, Draghi, senza fare una sola mossa, teneva salde popolarità e reputazione. Conte e Letta, invece, si giocavano popolarità e reputazioni non solo tra loro ma su molteplici tavoli: la galassia dei gruppi del M5S, anche quelli sorti spontaneamente sul territorio e che il nuovo statuto vorrebbe abolire – impresa ardua in uno Stato la cui Costituzione sancisce la libertà di associazione – e le correnti del PD. I giochi erano tanti che ci sarebbe voluto un sistema di equazioni alle differenze finite per trovare un punto di equilibrio (ancorché instabile).

Sistema che Letta non conosce e di cui, comunque, non c’è stato bisogno perché nella migliore tradizione persiana, uscendo dallo studio di Draghi, Conte ha letteralmente tolto il tappeto sotto i piedi di Letta. Dopo avere mostrato ai suoi e alla stampa il viso duro, è uscito sorridente senza dire di avere chiesto e ottenuto un bel nulla in materia di riforma della giustizia.

A quando il prossimo gioco? Gli italiani attendono con impazienza: i giochi del Letta sono diventati i migliori sorrisi di mezza estate.

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