Prosegue su Formiche.net il dibattito sul Motu Proprio di papa Francesco che modifica le norme delle celebrazioni in latino. L’intervento di Michele Ciccarelli, docente di Sacra Scrittura, ISSR Interdiocesano di Capua

Leggendo, qualche giorno fa, un articolo di Marcello Veneziani sul caso ormai noto della revoca pontificia alle concessioni fatte al tradizionalismo cattolico in ambito liturgico, si aveva l’impressione che, in fondo, l’iniziativa di papa Francesco fosse quella di desacralizzare e di demisticizzare la fede cattolica sposando il secolarismo e, di conseguenza, depauperare il patrimonio dottrinale cattolico ereditato da secoli passati. Ricordo che anche il compianto Franco Battiato, in un’intervista televisiva, giudicò papa Francesco di scarsa spiritualità, con la stessa superficialità con cui Giuliano Ferrara già all’inizio dell’attuale pontificato aveva sottolineato i modi poco ieratici che aveva il papa di comunicare.

È chiaro che un cambio di registro comunicativo si è notato fin da subito. Eccome! A partire dal suo esordio, quando, appena eletto, il papa si rivolse alla folla in piazza San Pietro salutandola semplicemente con “buonasera!” Eppure solo chi ignora la spiritualità ignaziana del gesuita e di coloro che dai gesuiti sono stati formati non riesce a cogliere l’ideale espresso nel motto “ad maiorem Dei gloriam”. In fondo, chi, come l’intellettuale Veneziani, si volge nostalgicamente alle dolci melodie del canto latino e agli arcani sussurri del celebrante il mistero dei misteri, al quale i fedeli in paziente attesa parteciperanno soltanto al momento della comunione, sembra avere un concetto statico di Chiesa, dove lo Spirito Santo non ha niente più da dire all’uomo di oggi.

A proposito del testo papale “Traditionis custodes”, con il quale il papa limita drasticamente l’uso del rito antico della messa e ribadisce la necessità di adeguarsi alla riforma liturgica conciliare, c’è una prima considerazione da fare. Il nuovo rito promulgato dal Concilio Vaticano II, come è noto, prevede anche la lingua latina (chiaramente per sacerdote e fedeli che la possono comprendere), accanto alle versioni in tutte le lingue del mondo. Si potrebbe vedere in questo sforzo di traduzione e di inculturazione un’altra forma di incarnazione. La “Parola” che “si fece carne” (Giovanni 1,14) è quel mistero che l’Eucaristia accoglie pienamente celebrando l’evento di morte e risurrezione di Cristo e che si trasforma di nuovo in parola, una parola umana annunciata in tutte le lingue degli uomini e che riunisce all’unica mensa di Cristo.

C’è poi un secondo aspetto da considerare a proposito dei cattolici tradizionalisti e di coloro che li guardano simpaticamente come degli eroi della resistenza alla presunta deriva della Chiesa. Cercando di restaurare il passato liturgico, essi, in realtà, vogliono rinnegare il fondamento ecclesiologico portato avanti dal Concilio Vaticano II. Come se alla crisi delle vocazioni religiose e al progressivo allontanamento dalla fede e dai valori morali cristiani si potesse rispondere non restando nel mondo e dialogando, discutendo, criticando e magari anche litigando civilmente quando è il caso, ma evadendo dal mondo e ricreando isole felici e autoreferenziali, dove niente è in discussione e tutto è già dato. Capisco che questa sia una posizione rassicurante per giovani preti in crisi d’identità e fedeli ai quali non dice proprio niente l’affermazione di San Paolo: “Mi sono fatto tutto a tutti pur di salvare ad ogni costo qualcuno” (1Corinzi 9,22); ma questa impostazione contraddice l’intrinseca natura missionaria della Chiesa.

Un terzo aspetto, infine, è da tener presente. Coloro che ritengono irrinunciabile la messa secondo il rito antico che, a loro parere, risponderebbe alla vera tradizione cattolica da cui si sarebbe allontanata la Chiesa del Concilio Vaticano II, marcano una netta separazione tra clero e fedeli laici. Qualche anno fa, in una chiesa di una nota località turistica del Sud, un giovane viceparroco, che tra l’altro studiava a Roma, aveva riservato una celebrazione eucaristica domenicale secondo il vecchio rito tridentino. Io, che mi trovavo per caso in quella stessa località, ci andai apposta per assaporarne l’effetto e sperimentare in prima persona quella che era l’ecclesiologia preconciliare. Quello che colsi non era il concetto di Chiesa come popolo di Dio radunato alla stessa mensa eucaristica. La piccola assemblea, formata da una trentina di persone, rimase in silenzio per quasi tutto il tempo e per buona parte della liturgia il sacerdote recitò parole sottovoce e con le spalle rivolte al popolo. L’assemblea, quindi, appariva come una semplice fruitrice di un bene celeste che scendeva dall’alto attraverso la mediazione del sacerdote.

Il concetto di partecipazione al sacrificio eucaristico, in questa prospettiva, era del tutto individualistico e intimistico. I fedeli sembravano più degli adepti a una religione esoterica che le membra di un solo corpo in Cristo di cui parla ancora San Paolo (Romani 12,4-5). Purtroppo, non c’è alcun passato glorioso a cui rifarsi come a una sorta di “aurea aetas “che possa colmare il vuoto identitario di preti che hanno smarrito il senso della loro vocazione apostolica o di fedeli laici che cercano il riparo dal mondo anziché scoprire il loro ruolo provvidenziale nella complessa società contemporanea.

Evitare la complessità della nostra società ha in genere come conseguenza derive populistiche che, a lungo andare, causano apnee di democrazia. Il rifiuto della modernità (che chiaramente è ben diversa dal modernismo) da parte di esponenti della comunità cristiana minaccia l’unità della Chiesa che, restando fedele al vangelo, è inserita nella storia. Il risultato non è per nulla entusiasmante. Tutto fa prevedere che le Chiese che si autoproclamano autentiche e fedeli alla tradizione assumano l’aspetto di roccaforti feudali, in cui il presbitero-signore alimenta il proprio potere con l’asservimento di fedeli sempre più fruitori e sempre meno attori protagonisti della vita comunitaria.

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