Le ambizioni verdi di Ue e Usa, comprese quelle “persuasive” nei confronti degli altri Paesi, si assomigliano sempre più. Nel maxi-pacchetto di ripresa di Biden compare una carbon tax modellata su quella europea. E se il verde diventa un’arma geopolitica…

Si va verso una convergenza Ue-Usa sul piano ambientale. Mercoledì il presidente statunitense Joe Biden e gli esponenti del suo Partito democratico hanno annunciato l’inizio dell’iter parlamentare di un maxi-pacchetto spese da 3,5 mila miliardi di dollari. Tra infrastrutture, welfare e misure ambientali ha fatto capolino una proposta embrionale inedita, che ricorda molto da vicino la carbon tax presentata mercoledì dalla Commissione europea.

Sempre mercoledì un funzionario della Casa Bianca ha fatto sapere che l’amministrazione Biden sta studiando le proposte della Commissione e “accoglie a grandi linee” l’idea di un meccanismo di aggiustamento delle emissioni al confine, pensato per evitare il dumping estero dato da standard ambientali più stringenti, proteggendo i produttori americani nel processo, e per mettere pressione sugli altri Paesi affinché si adeguino a questi standard. C’è chi sostiene che la carbon tax possa piacere anche ai repubblicani perché ammortizzerebbe in parte i costi di una politica energetica più ambientalista.

Da quando è salito al soglio presidenziale, Biden ha fatto del clima una priorità. Il Leaders Summit di maggio si è svolto in funzione della posizione di leadership globale per il clima a cui il presidente aspira. Però le proposte più strutturate dell’Europa, stavolta, stanno portando Washington a prendere esempio da Bruxelles.

L’idea di un possibile coordinamento tra Unione europea e Stati Uniti nel sanzionare chi non rispetta i requisiti richiesti dal concetto ampio di transizione energetica (come è già accaduto per i diritti umani) racconta quanto si tratti di una faccenda tanto di politica etica quanto di confronto geopolitico. E per quanto la carbon tax non sia una strada facile da percorrere insieme (quella americana è ancora lontanissima dal diventare realtà, quella europea preoccupa gli alleati a stelle e strisce), il lento ma costante allineamento suggerisce un ridimensionamento in funzione dell’energia verde.

La green economy, la ricerca di nuove tecnologie energetiche meno inquinanti, la decarbonizzazione, sono concetti che nascono anche da un’esigenza di carattere squisitamente strategico. Anni fa la nazione/impero non era in grado di provvedere alla propria indipendenza energetica, quasi subordinata a chi deteneva petrolio e gas, e lo slancio verso le energie alternative era necessario da una parte per trovare una via autonoma, dall’altra per andare a colpire le grandi potenze del settore. Su tutte, la Russia, la cui geografia immensa si estende su reservoir gasiferi e petroliferi che fanno da motore economico per il Cremlino.

La strategia era funzionante sul piano narrativo, raccogliendo il consenso di tutta quell’ampia parte di mondo che sentiva l’esigenza di sganciarsi (per etica, ma cogliendo anche la strategia) dagli idrocarburi. Al punto che anche con la scoperta delle riserve di shale gas – che hanno portato gli Usa a essere indipendenti sugli idrocarburi – la spinta è continuata. Difficile tornare indietro d’altronde, anche perché ormai le dinamiche si erano innescate. E tutto è tornato utile con lo sviluppo della competizione con la Cina.

La decarbonizzazione potrebbe mettere in ginocchio la Russia, e renderla così una non-più-potenza, e dunque molto più gestibile. Allo stesso tempo anche la Cina va in difficoltà, dato che è ancora dipendente dagli idrocarburi mentre rivendica il diritto di inquinare come hanno fatto gli altri, adesso che la sua crescita è più spinta; finora il Dragone ha resistito alla pressione degli altri Paesi green-minded, limitandosi a promettere che nel 2030 raggiungerà il picco di emissioni per poi arrivare alla neutralità carbonica nel 2060 (laddove Ue, Usa e diversi alleati vogliono dimezzare le emissioni nei prossimi dieci anni in funzione della neutralità nel 2050).

Pechino però ha studiato il mood, s’è messa all’opera per pensarsi a sua volta indipendente trovando la via nel diventare una potenza elettrificata. Passaggio che complica le cose per Washington, che davanti a questo ha la necessità di chiedere all’Occidente (concetto vasto, di condivisione di visioni del mondo, più che geografico) massima compattezza sul tema della transizione energetica come vettore geopolitico.

Qui si proiettano i prossimi trent’anni delle azioni globali, del confronto tra sistema occidentale e modelli che si propongono come alternativi, delle penetrazioni geostrategiche nelle regioni (si pensi all’Africa) che contengono i minerali necessari per le macchine della transizione, della competizione tecnologica mondiale.

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