Molti Paesi, gli Usa ma non solo, hanno investito ingenti risorse economiche per promuovere una riflessione strutturata relativa al coinvolgimento militare in Afghanistan. Il professor Fabrizio Coticchia, professore associato di Scienza politica all’Università di Genova, spiega perché l’Italia dovrebbe fare lo stesso

Il conflitto in Afghanistan è stato tristemente segnato, negli ultimi mesi e anni, da un constante buio mediatico, parallelo a un crescente disinteresse verso il Paese. Nelle ultime settimane, però, l’attenzione complessiva è improvvisamente aumentata, principalmente a causa del ritiro delle forze internazionali e della preoccupante avanzata militare dei talebani. Anche la missione militare italiana, la più impegnativa, costosa e drammatica della storia del nostro paese dalla fine della seconda guerra mondiale, è giunta a conclusione. L’8 giugno si è infatti svolto, alla presenza del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, l’ultimo ammaina bandiera del contingente. Più di 50.0000 membri delle forze armate si sono avvicendati in Afghanistan. Più di 700 sono stati i feriti e 53 le vittime. Decine di migliaia di civili hanno perso la vita nel Paese negli ultimi 20 anni. A fronte di questi numeri, e della inquietante realtà sul terreno, la comprensione di cosa sia avvenuto negli ultimi quattro lustri tra Kabul e Herat appare una pressante necessità, quasi un dovere morale.

Tre sono gli aspetti che devono essere messi in evidenza. In primo luogo si tratta di capire le ragioni di quello che è lecito considerare – alla luce dell’impegno internazionale di risorse umane e materiali profuse – un fallimento. Infatti, al di là dei progressi in alcuni ambiti, dei progetti realizzati, e dei risultati ottenuti sul piano operativo, gli obiettivi prefissati non sono stati raggiunti, come ben dimostrano gli eventi recenti, ben lungi da fotografare l’immagine di un Paese stabile e pacificato. Secondariamente, occorre analizzare in dettaglio le “lezioni apprese” accumulate in anni di intenso impegno militare (e civile). Un periodo che ha segnato profondamente le nostre forze armate, favorendo un processo di trasformazione notevole, anche a causa degli ardui compiti svolti sul terreno. Mezzi, addestramento e dottrina hanno subito un processo di significativa evoluzione e adattamento, proprio grazie all’esperienza on the ground, specialmente all’interno del framework multilaterale della Nato. Infine appare cruciale comprendere come si sia sviluppato, lungo il tortuoso e complesso percorso della missione italiana in Afghanistan (o meglio, delle missioni), il rapporto tra esecutivo, parlamento e opinione pubblica. Nonostante un coinvolgimento considerevole sul terreno, con azioni e compiti particolarmente impegnativi, il livello di dibattito – fuori e dentro le aule parlamentari – è stato sempre molto limitato, e la narrazione delle “missioni di pace” ancora paradossalmente dominante. Anche alla luce dello scarso tempo dedicato alla discussione legislativa sulle operazioni militari – nonostante l’approvazione (attesa per quasi trenta anni) di una legge comprensiva in materia (la 145/2016) – pare davvero vitale interrompere definitivamente questa disattenzione istituzionale verso la politica di difesa italiana e le sue missioni oltre confine.

Il contesto storico, politico e culturale che ha portato a tale disinteresse non viene certo scoperto oggi e, come la letteratura ci insegna, la cultura strategica di un paese non può essere modificata di colpo. Al contempo, però, la fine della missione in Afghanistan rappresenta una grande opportunità che non può essere non colta, per favorire anche una riflessione strategica volta a imparare le lezioni del passato e ad evitare che in altri contesti (il pensiero al Sahel è chiaramente voluto) si compiano errori analoghi.

La Difesa italiana possiede al momento la sensibilità politica (questa è la speranzosa convinzione di chi scrive) per comprendere la rilevanza di tale compito, per il suo presente e il suo futuro. A tal proposito, due sono gli aspetti davvero fondamentali. Primo, occorre osservare cosa hanno fatto e stanno facendo gli alleati. Naturalmente gli Stati Uniti (la vicenda degli “Afghan Paper” nasce proprio dal lavoro dello Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction volto a collezionare lezioni apprese) hanno avviato da tempo una ampia e dettagliata analisi delle lessons learnt, ma anche Stati che non sono grandi potenze come Paesi Bassi o Australia hanno dedicato considerevoli risorse economiche per promuovere una riflessione strutturata relativa al coinvolgimento militare in Afghanistan.

In secondo luogo è davvero fondamentale che tale studio venga promosso e sostenuto al livello istituzionale coinvolgendo un numero ampio di soggetti, date le diverse esperienze e conoscenze, ma – soprattutto – che venga realizzato rispettando i canoni della ricerca scientifica. In altre parole, opinioni, idee e vissuto personale sono certamente molto utili, ma ciò che serve è una ricerca rigorosa, a partire da una approfondita analisi empirica. La letteratura in materia di relazioni internazionali, studi strategici (si pensi al dibattito ampio sulla trasformazione militare), foreign policy analysis, storia militare e cooperazione allo sviluppo fornisce gli strumenti concettuali per esaminare le lezioni apprese, al di là di superficialità o determinismo che spesso caratterizzano i commenti nostrani in materia.

Chi scrive non vuole fare una difesa corporativa dell’Accademia, soggetto spesso ignorato (anche per suoi demeriti) dalla discussione politica e strategica nazionale (si guardi alle audizioni in Camera e Senato), ma semplicemente mettere in luce l’importanza di coinvolgere finalmente i saperi dell’Università e della ricerca, promuovendo un dibattito ampio, con una vasta pluralità di attori, guidato dalle istituzioni e realizzato per le istituzioni.

Alla luce degli ultimi venti anni, tale riflessione strutturata appare una necessaria e non più rimandabile necessità, anche per dovere morale verso chi in Afghanistan ha speso molto, verso chi ha speso tutto.

*Fabrizio Coticchia è professore associato di Scienza politica all’Università di Genova, dove insegna Foreign policy analysis e Security studies. La sua ricerca riguarda in particolare l’evoluzione della politica estera e di difesa italiana

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