Solo dieci elezioni delle 88 analizzate hanno visto un sindaco uscente ottenere meno del 33% al primo turno. Di questi, sette casi si sono verificati da quando il M5S è entrato in Parlamento. L’analisi di Francesco Cianfanelli e Alessio Vernetti (YouTrend)

In autunno, in una data ancora da definire tra il 15 settembre e il 15 ottobre, milioni di italiani si recheranno alle urne per le elezioni amministrative. Sono sei i capoluoghi di regione al voto: le quattro città più popolose d’Italia – Roma, Milano, Napoli e Torino – insieme a Bologna e Trieste.

Tra queste sei città, in tre il sindaco uscente si ricandida: a Roma, Milano e Trieste si presentano infatti gli uscenti, rispettivamente Virginia Raggi, Beppe Sala e Roberto Dipiazza. A Napoli e Bologna, invece, i primi cittadini uscenti Luigi De Magistris e Virginio Merola non possono ricandidarsi in virtù del limite dei due mandati, mentre Chiara Appendino a Torino aveva già annunciato nell’autunno 2020 la sua volontà a non ricandidarsi.

Ma quanto è facile farsi rieleggere per un secondo mandato per un sindaco uscente che si vuole ricandidare? Per capirlo abbiamo analizzato i dati sulle elezioni comunali di tutti i capoluoghi di regione di tutte le città con almeno 150.000 abitanti: si tratta di 33 comuni in tutto. L’analisi parte dal 1993, anno in cui è stata introdotta l’elezione diretta del sindaco – che prima di allora veniva invece eletto in via indiretta dal consiglio comunale.

Nel 75% dei casi analizzati, il sindaco uscente ricandidato per un secondo mandato è stato rieletto. Si tratta di un dato molto alto, anche se in realtà, dopo un periodo tra fine anni Novanta e inizio anni Duemila in cui la rielezione era diventata una formalità, questa percentuale si è poi abbassata.

Questa percentuale, inoltre, cresce all’80% per i sindaci che la prima volta sono stati eletti al primo turno, mentre cala al 70% per chi, alla prima elezione, era dovuto passare per il ballottaggio. Un’altra differenza riguarda la coalizione di elezione: i sindaci del centrosinistra che si sono ricandidati hanno infatti ottenuto un secondo mandato nell’83% dei casi, contro il 63% dei sindaci di centrodestra.

Ovviamente le percentuali di rielezione variano da caso a caso. Per esempio, nel 2019 Andrea Romizi, sindaco di Perugia, è stato rieletto con il 59,8% dei consensi, oltre 33 punti in più rispetto al primo turno di cinque anni prima. Un risultato avvicinato solo da Antonio Bassolino, rieletto a Napoli nel 1997 con 31 punti in più del 1993, sfiorando il 73% dei consensi. Federico Pizzarotti è il sindaco che è invece riuscito a ottenere un secondo mandato avendo ottenuto il risultato più basso alla prima elezione (appena il 19,5% al primo turno).

Per quanto riguarda i risultati più deludenti per un sindaco uscente, va citato il caso di Luigi Di Bartolomeo, che venne eletto sindaco di Campobasso nel 2009 con oltre il 56% al primo turno, ma cinque anni dopo ottenne solo il 9% per via dello svuotamento della coalizione di centrodestra che lo aveva sostenuto nel 2009. Qualcosa di simile è accaduto per Adriano Sansa, che ottenne solo il 13,8% quando nel 1997 si ricandidò a primo cittadino di Genova senza però avere l’appoggio dei partiti di centrosinistra.

In generale, solo dieci elezioni, fra le 88 prese in considerazione, hanno visto un sindaco uscente ricandidato per un secondo mandato ottenere meno del 33% al primo turno, e sette di questi casi si sono verificati dal 2013 in poi, proprio da quando il Movimento 5 stelle è entrato in Parlamento. Ancora meno, solo quattro, sono i sindaci uscenti che hanno ottenuto meno del 25% per un secondo mandato: oltre ai due casi sopra citati, si tratta di Renato Accorinti a Messina nel 2018 (che ottenne il 14%, ma cinque anni prima fu eletto con appena il 24% al primo turno) e di Marco Formentini a Milano, eletto sindaco del capoluogo lombardo nel 1993 ma sconfitto da Gabriele Albertini quattro anni dopo, quando si fermò al 19%.

Condividi tramite