La rinnovata consapevolezza internazionale del valore geopolitico delle attività spaziali ha bisogno di regole che ne disciplinino l’utilizzo, in modo che lo Spazio non si trasformi in un far west anarchico e pericoloso. Il G20 di Roma, in autunno, sarà l’occasione per affrontare il tema. Dalla rivista Airpress, l’analisi di Bruno Tabacci, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle politiche spaziali

Usque ad sidera, usque ad inferos. Pur non immaginando i razzi e le sonde spaziali, i romani avevano ben chiaro che il dominio della proprietà può estendersi dagli inferi alle stelle e che il proprietario ha il diritto di goderne e disporne fatti salvi i limiti e gli obblighi imposti dall’ordinamento. Nel caso del diritto spaziale l’ordinamento è la legge spaziale che trae le sue origini nella Guerra fredda. Nel giro di pochi anni, soprattutto Usa e Urss promossero una serie di trattati internazionali per regolamentare quello che era stato conclamato come l’ultimo dominio di confronto tra due visioni del mondo e i due blocchi antagonisti: si iniziò nel 1967 con la firma del trattato per l’esplorazione e l’utilizzazione dello spazio extra-atmosferico, seguito nel 1971 dalla Convenzione sulla responsabilità per i danni causati dagli oggetti spaziali e nel 1974 dalla Convenzione sulla registrazione degli oggetti spaziali.

Tutti, temendo che l’avversario avrebbe utilizzato lo spazio per scopi offensivi come l’uso di armi nucleari, s’impegnarono affinché la diplomazia promuovesse la pace e mantenesse lo spazio neutrale. Quel diritto spaziale internazionale e quel regime dei trattati sono rimasti in gran parte costrutti teorici, ma oggi con l’evoluzione della Space economy da una parte, e con le nazioni sempre più preoccupate per gli effetti del cambiamento climatico, della sovrappopolazione e dell’esaurimento delle risorse dall’altra, quelle leggi non sono più sufficienti. La conseguenza è che molti Paesi, Stati Uniti in testa, hanno cominciato a legiferare su questo tema tenendo ben presenti i propri interessi strategici e le proprie capacità tecnologiche.

Non a caso da quando negli ultimi anni della presidenza Trump c’è stato un forte impulso allo sfruttamento strategico, oltre che economico, delle orbite terrestri, il Congresso a Washington ha condotto una frenetica attività legislativa. Di pari passo, a causa dell’indurimento delle relazioni tra Washington e Mosca e la notevole affermazione spaziale della Cina, lo stesso comando della Space force Usa si è ritagliato un ruolo-guida nel definire il linguaggio e la posizione degli Stati Uniti sulla risoluzione in discussione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite che richiede “norme, regole e principi di comportamenti responsabili” nello spazio.

Il problema, come al solito, con le precedenti risoluzioni delle Nazioni Unite è che non erano vincolanti, nonostante per decenni fossero arrivate all’Onu e ad altre organizzazioni richieste e proposte per trovare una via d’uscita a questo stallo diplomatico. La Cina e la Russia, due potenze spaziali, nell’ultimo decennio hanno presentato proposte di trattato per vietare le armi nello spazio ma gli Stati Uniti le hanno respinte come inaccettabili. Che oggi a livello internazionale ci sia una rinnovata consapevolezza del valore geopolitico delle attività spaziali, e delle conseguenti opportunità di crescita economica, è stato dimostrato dal comunicato finale del G7 in cui si parlava anche di spazio. All’interno della cooperazione internazionale lo spazio ha rappresentato uno strumento formidabile di politica estera per perseguire diversi e rilevanti obiettivi di sviluppo socioeconomico, nonché di pace e di sicurezza.

La storia delle attività spaziali ha dimostrato, infatti, che chi ha investito nella ricerca e nei programmi spaziali ha potuto beneficiare di competitività economica ed eccellenza nel campo dell’innovazione e della ricerca scientifica e tecnologica. Nonostante viviamo in un tempo difficile per la cooperazione internazionale, spesso messa in discussione da più parti, questa rimane pur sempre una delle nostre migliori risorse per affrontare le sfide più complesse legate allo sviluppo dell’umanità, ricordandoci del destino comune del genere umano sulla Terra, la meravigliosa e fragile astronave sulla quale navighiamo e che dobbiamo preservare per le generazioni future.

C’è quindi bisogno di regole in materia di sicurezza spaziale, di meteorologia spaziale, mitigazione dei detriti e difesa planetaria, perché non solamente lo spazio non deve diventare un cimitero di rifiuti satellitari, ma l’avventura della sua esplorazione deve essere organizzata in maniera ordinata. Al G20 che si terrà in autunno, e che vedrà l’Italia presidente di turno, il tema dell’accesso allo spazio e del suo governo si porrà con forza rilevante.

Se i grandi operatori, come sono Europa, Stati Uniti, Cina e Russia, si limitassero a guardare allo spazio come a un nuovo far west, davanti a noi ci sarebbe un futuro gramo. Parlare di spazio, specie durante una crisi pandemica è anche antidepressivo ed è come ci librassimo in alto sopra le difficoltà quotidiane. Ma è compito dei governi tenere i piedi per terra: il tema dello spazio come bene comune per l’umanità è decisivo, perché nello spazio ognuno di noi vede la propria proiezione naturale, avvertendo un senso di profondità che va oltre la stessa condizione umana.

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