Il Consiglio affari esteri chiede alla Commissione europea di mettere a punto, entro la primavera, un progetto di connettività in Asia. Obiettivo: contrastare l’ascesa della Cina (mai citata però nei documenti ufficiali). Ghiretti (Iai): “L’Ue continua la sua rassegna di decisioni volte a posizionarla come attrice geopolitica di rilievo”. Ma la strada è in salita

Nove mesi per stilare una lista di “progetti evidenti e di forte impatto” in grado di creare un’alternativa europea alla Via della Seta cinese. È il tempo dato alla Commissione dai governi europei attraverso l’adozione da parte del Consiglio affari esteri delle conclusioni sul progetto “Globally Connected Europe” (Europa connessa a livello globale), pensato per contrastare l’espansionismo di Pechino, in particolare in Africa e America Latina. Termine ultimo: primavera 2022.

LE CONCLUSIONI

Le conclusioni, recita una nota, si basano sulla comunicazione congiunta del 2018 e sulle conclusioni del Consiglio sul tema “Collegare l’Europa e l’Asia – Elementi per una strategia dell’Unione europea”. Ribadiscono lo stesso principio fondamentale, ossia che la connettività dovrebbe essere sostenibile, globale e basata su regole. E ancora: sottolineano l’importanza della connettività per la crescita economica, la sicurezza e la resilienza, la necessità di investire sia nelle infrastrutture fisiche sia nei quadri normativi, di norme e standard internazionali prevedibili al fine di mantenere condizioni di parità e incentivare gli investimenti privati.

Inoltre, pone l’accento sui partenariati in materia di connettività con Paesi e regioni che condividono gli stessi principi, incoraggio a rendere operativi i partenariati esistenti con il Giappone e l’India e chiede ulteriori partenariati e cooperazione, anche con l’Asean e gli Stati Uniti, incoraggiando la cooperazione nell’ambito dei consessi multilaterali, fra cui il G7 e il G20.

CHI (NON) NOMINA PECHINO

Una parola non viene mai citata nelle comunicazioni né nei documenti ufficiali: Cina. L’unico ad avere dichiarato che l’intento del progetto è il contrasto all’espansionismo cinese è il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas. “La Cina sta cercando di aumentare la sua influenza ovunque nel mondo. Non dobbiamo lamentarci di ciò, ma offrire le nostre alternative europee e coordinarci strettamente con gli Stati Uniti”, ha dichiarato il capo della diplomazia tedesca, uomo di punta dell’Spd, partito alleato della cancelliera Angela Merkel che la scorsa settimana ha partecipato a una videocall a tre con i presidenti cinese Xi Jinping e francese Emmanuel Macron.

IL COMMENTO DI GHIRETTI (IAI)

“L’Unione europea continua la sua rassegna di decisioni volte a posizionarla come attrice geopolitica di rilievo”, commenta Francesca Ghiretti, ricercatrice dello Iai, a Formiche.net sottolineando come il nuovo progetto “si va ad aggiungere alle varie iniziative intraprese da Bruxelles per (ri)conquistare rilevanza sulla scena globale e far sentire la propria voce come distinta”.

DOPO IL G7

Il tempismo è tutto. “A poche settimane dal G7 e dall’appoggio all’iniziativa infrastrutturale a guida statunitense (Build back a better world – B3W), l’Unione europea mette i puntini sulle i e fa vedere che sebbene appoggi l’iniziativa statunitense, ne ha anche una sua”, prosegue l’esperta di Cina. “Sarebbe ingiusto però descrivere la Globally Connected Europe come una semplice risposta alla B3W. Infatti, nel documento vengono elencate chiaramente tutte le iniziative legate alla connettività sponsorizzate e finanziate dall’Unione europea nel tempo, non per ultima la strategia Collegare l’Europa e l’Asia”.

LA CONNETTIVITÀ AL CENTRO

L’Unione europea ha da tempo individuato nella connettività un tema importante, continua Ghiretti: “a un certo punto si era pensato di svilupparlo in armonia con la Bell and road ed ora sempre più come un’alternativa a essa. Elementi come i diritti umani, lo stato di diritto internazionale e la sostenibilità ambientale vengono sottolineati come alla base del progetto europeo (in linea con B3W e in opposizione implicita alla Bri per come si è sviluppato fino ad ora)”.

IL RUOLO DEL SOFT POWER

In questo progetto c’è una forte scommessa sul soft power: “La narrazione dovrebbe includere un marchio riconoscibile e un logo sviluppato insieme agli Stati membri e dovrebbe essere supportata da una campagna per una maggiore visibilità pubblica”, si legge nel documento. “Sappiamo che l’Unione europea ha un problema di pubblicità”, commenta Ghiretti: spesso “ciò che fa non viene attribuito all’Unione europea o comunque manca un’attribuzione organica. Questo problema diffuso affiancato a iniziative iper pubblicizzate come la Bri quasi impone all’Unione europea (ed evidentemente anche agli Stati Uniti) di contrapporre non solo finanziamenti ma anche una narrazione e un’etichetta che chiarisca da dove vengano tali progetti e a che appartengano”.

I PROSSIMI PASSI

Ma la strada è ancora in salita. “Date le difficoltà in passato il successo non è assicurato”, spiega Ghiretti. “Tuttavia, un elemento interessante (che manca, per esempio, nel B3W) è la pianificazione di scadenze per mappare esistenti progetti, identificare e avviare progetti pilota. Sembrano cose scontate, ma l’identificazione di progetti pilota che possano essere ad alto impatto, ma soprattutto di successo è un passo fondamentale per assicurarsi non solo la sopravvivenza, ma anche il successo del progetto europeo. I progetti pilota sono un elemento assolutamente decisivo”, aggiunge.

OBIETTIVO: PRIMAVERA 2022

“La scadenza posta al primo trimestre del 2022 può essere un po’ ambiziosa, ma con i classici tempi europei meglio porre la scadenza ideale presto, piuttosto che tardi”, continua Ghiretti. “A quel punto la presidenza del Consiglio sarà in mano alla Francia e non è detto che non faccia di tale progetto un suo cavallo di battaglia – dopotutto è una delle più grandi sostenitrici dell’autonomia strategica. Inoltre, in autunno dovremmo vedere una più dettagliata strategia dell’Unione europea per l’Indo-Pacifico, non è da escludere che le due si intreccino su alcuni punti. Innegabilmente restano numerosi problemi da superare e quello della raccolta fondi come sempre è tutt’altro che ignorabile – dopotutto gli stessi Stati europei fanno fatica a trovare fondi per i propri progetti infrastrutturali e non si può buttare tutto nel quadro finanziario pluriennale”, aggiunge. Sulla carta, dunque, “Bruxelles sembra esserne consapevole e avere, almeno in teoria, pensato a metodi alternativi di finanziamento, ma personalmente trovare ingenti finanziamenti privati mi sembra ben più arduo di quanto non trasmetta il documento”, conclude l’esperta.

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