L’Occidente converge sul green, c’è slancio comune. Ma è un processo che richiederà più ricerca, trasparenza, accortezza, collaborazione e azioni condivise. Nei giorni della conferenza G20 sull’ambiente Katie Jereza, vicepresidente degli affari aziendali all’Electric Power Research Institute (Epri), esplora la miriade di sentieri percorribili per raggiungere gli obiettivi climatici

People, planet, prosperity. Questi i temi chiave alla base degli incontri del G20 a guida italiana che saranno intessuti nella Conferenza ministeriale su ambiente, clima ed energia, in programma a Napoli il 22 e 23 luglio. E mentre le economie più avanzate tentano di conciliare la decarbonizzazione con il suo impatto sulla società, spetta alla scienza e all’industria energetica mostrare la strada.

Per Katie Jereza, esperta del settore e vicepresidente degli affari aziendali all’Electric Power Research Institute (Epri) con sede negli Stati Uniti, la transizione energetica rappresenta sia uno dei momenti più emozionanti della sua carriera sia un obiettivo ambizioso, carico di problemi “troppo grandi, troppo complicati” se affrontati singolarmente. Motivo per cui la convergenza tra Ue e Usa (delineata nei rispettivi Green Deal) va nella giusta direzione.

“C’è così tanto slancio al momento”, ha detto Jereza durante un’intervista esclusiva a Formiche.net. “Ci sono istituzioni pubbliche, aziende, governi, Ong” che corrono verso gli ultimi, e più ambiziosi, obiettivi ambientali, che per diversi paesi del G20 includono il dimezzamento delle emissioni entro il 2030 e la neutralità carbonica (ossia, zero emissioni nette) entro il 2050. In campo ci sono anche miliardi in finanziamenti, uniti alla consapevolezza diffusa riguardo alla necessità di fare più ricerca.

In sostanza, le tecnologie che abbiamo sottomano non basteranno per arrivare alla neutralità. Per di più, nelle parole di Jereza, “semplicemente non esiste una soluzione unica per la decarbonizzazione”. Oggi i ricercatori energetici si trovano nella stessa situazione di un bambino in un negozio di caramelle. Con la differenza che le loro scelte non sono solo urgenti, ma possono curare o distruggere il pianeta come lo conosciamo.

Epri, che lavora con più di 400 organizzazioni e in oltre 40 Paesi, si propone di attutire il rumore di fondo e promuovere le soluzioni più promettenti. La vicepresidente dell’Istituto ne ha illustrato le quattro direttrici: generazione di energia più pulita, efficienza energetica (ossia come utilizzarne di meno), elettrificazione più efficiente fino all’utente finale (trasporti, edifici, industrie) e combustibili alternativi a basse emissioni di carbonio (soprattutto idrogeno “pulito”, ma anche bioenergia e gas naturale rinnovabile).

Alcune industrie, come la produzione di acciaio, saranno molto difficili da elettrificare. Inoltre i produttori devono affrontare la transizione energetica fornendo energia in modo conveniente, affidabile e resiliente. C’è consenso sul fatto che l’inverdimento delle nostre economie non debba andare a scapito delle parti più svantaggiate delle nostre società e dei paesi in via di sviluppo.

Quindi, ha affermato l’esperta, è fondamentale concentrarsi sulla trasparenza, che a sua volta consente di comprendere ciò che è disponibile in termini di tecnologia e risorse, le differenze tra policies, processi e standard tra le nazioni. “Capire che tipo di gruppi saranno maggiormente interessati [dal cambiamento] e consentire anche a loro di orientare il processo può aiutare a garantire che nessuno venga trascurato”.

Inoltre, Jereza ha osservato che circa l’80% della tecnologia disponibile oggi ci aiuterà a raggiungere l’obiettivo del 2030. Ma guardando oltre, l’obiettivo 2050 – la neutralità – è un’impresa ancora più difficile. Proprio per questo “si tratta di tenere tutte le tecnologie sul tavolo”. La cattura e lo stoccaggio del carbonio, per esempio, potrebbero diventare un’aggiunta trasversale alla cassetta degli attrezzi della decarbonizzazione, anche se tale tecnica è ancora agli inizi. Jereza ha indicato anche gli impianti nucleari avanzati esistenti come una risorsa chiave, una fonte di energia a zero emissioni che non deve essere abbandonata.

La vicepresidente dell’Epri ha anche parlato della necessità di concentrarsi sulle energie rinnovabili (eolica, solare e idroelettrica) ed esplorare altre soluzioni promettenti – come la miscelazione di gas naturale e idrogeno – per dimezzare le emissioni entro il 2030. Gli sviluppi nei settori dello stoccaggio di energia (batterie a stato solido e a volano, ammoniaca, cemento, solo per citarne alcuni) e la tecnologia digitale (reti intelligenti, caricabatterie interoperabili per veicoli elettrici, cybersicurezza capillare) saranno anch’essi fondamentali per aumentare l’efficienza energetica.

Jereza è fiduciosa che il prossimo decennio produrrà progressi significativi, anche nelle aree tecnicamente più complesse. Ha guardato al tempo in cui l’epidemia di Hiv/Aids sembrava un problema insormontabile e ha attirato più futuri scienziati verso l’industria biotecnologica e sanitaria, cosa che a sua volta ha portato all’innovazione. Oggi, ha affermato, sempre più menti brillanti si stanno muovendo verso la generazione di energia pulita, e crescono insieme ai progressi nei campi dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, dati più granulari e digitalizzazione diffusa.

C’è un ma. L’esperta ha avvertito che nulla di quanto sopra è veramente realizzabile senza un’azione concertata e collaborativa. “L’industria energetica tende ad essere un po’ lenta nell’adottare nuove tecnologie, non per mancanza di tentativi, ma per la necessità di essere affidabili, sicuri, convenienti e ora sostenibili dal punto di vista ambientale”. Un peso sul già faticoso sforzo per superare le sfide tecniche a venire.

In definitiva, “se vogliamo davvero risolvere questi problemi, dobbiamo fare il crowdsourcing del pensiero e dell’azione, in modo da essere in grado di disegnare e imparare gli uni dagli altri, testare rapidamente e distribuire il più velocemente possibile [oltre a] scalare rapidamente in modi finora impensabili”. Ed è qui che entrano in gioco i paesi del G20, responsabili, peraltro, di circa l’80% delle emissioni globali.

Come ha affermato Jereza, la neutralità non può essere raggiunta senza liberare il pieno potenziale delle diverse organizzazioni – come il World Energy Council, l’Agenzia internazionale per l’energia o IRENA -, oltre a tutte le loro partnership, e sfruttarle per garantire il flusso ininterrotto di informazione e conoscenza. “Non possiamo farlo da soli e tutti abbiamo un ruolo da svolgere. Se tutti si faranno avanti”, ha concluso, “penso che potremo raggiungere il futuro che ci siamo prefissi”.

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