Riceviamo e pubblichiamo il commento di Elisabetta Trenta, docente alla Link Campus University, già ministro della Difesa, al discorso di commiato dell’ammiraglio Paolo Treu (che ha lasciato il comando della Squadra navale) e ai suoi dubbi sul futuro della Marina militare

Qualche giorno fa, il 16 luglio, a bordo della portaerei Cavour ormeggiata nella Stazione navale Mar grande di Taranto, l’ammiraglio di squadra Paolo Treu ha passato il timone della Squadra navale all’ammiraglio di squadra Enrico Credendino. La sua allocuzione di commiato è stato un discorso emozionante, che ha rivelato ancora una volta l’onestà intellettuale di un grande comandante, integerrimo servitore dello Stato, instancabile difensore della Marina, leale collaboratore del capo di Stato maggiore della Forza armata, che non è mai venuto a compromesso con la sua coscienza ma ha saputo sopirla, per amore dei suoi uomini e donne, nel periodo della pandemia.

L’ammiraglio ha “denunciato” alcune decisioni che possono influire negativamente sul ruolo della Marina nella Difesa dell’Italia, di fronte alle quali sarebbe stato pronto a salutare la bandiera, ma non l’ha fatto, per non abbandonare la squadra navale nel difficile momento della crisi Covid. “Stranamente” nessun grande giornale ha ripreso i temi da lui trattati, certamente non la Difesa e, allora, vorrei farlo io perché condivido ogni singola parola pronunciata dall’ammiraglio.

Sull’assegnazione del terzo F-35B all’ Aeronautica, l’ammiraglio Treu ha detto: “Ho sofferto per l’assegnazione ad altra forza armata del terzo F-35B, ritenendola il primo tassello di un’evidente strategia che mira a spostare il termine della rinascita della Portaerei oltre il 2030, annichilendo di fatto tale preziosa capacità di proiezione”.

L’Italia ha in programma l’acquisto di trenta F-35B, quindici per la Marina e quindici per l’Aeronautica. A ogni aereo pronto per l’assegnazione inizia una vera e propria lotta tra le due Forze armate, di fronte alla quale credo debba prevalere l’interesse del Paese. Ma non sempre è così e la politica deve prendersi le sue responsabilità.

La non assegnazione alla Marina del terzo F-35B (Stovl, a decollo corto e atterraggio verticale), costruito per essere impiegato prevalentemente dalle portaerei, è indice del fatto che, ancora una volta, abbia vinto l’interesse di parte su quello del Paese. Io sono profondamente convinta che, quando risulta difficile fare delle scelte a causa di una situazione conflittuale, è necessario decidere usando il “cannocchiale”, anziché attraverso la “lente di ingrandimento”, guardando cioè all’interesse generale. È questo che ci chiedono i cittadini.

Che senso avrebbero le Forze armate se non fossero strumento di realizzazione di un interesse supremo di Difesa e Sicurezza? Che senso avrebbero se non fossero strumento di politica estera e proiezione del Paese? Che senso avrebbe se lo Stato investisse nell’ultimo ritrovato dell’industria degli armamenti, che poi non venisse impiegato prioritariamente per lo scopo per cui è stato concepito, progettato, costruito (e nel caso di specie consegnato) per fare fronte alle minacce con cui il Paese deve confrontarsi?

Come dichiarai anche in una intervista di circa un anno fa, il primo momento di tensione sul tema F-35B si ebbe nel 2019, quando fui costretta a intervenire politicamente più di una volta prima che il secondo aereo, al pari del primo, fosse consegnato giustamente alla Marina. E dico giustamente non perché io abbia delle preferenze, ma per delle precise motivazioni strategiche, peraltro presentate e condivise dal Consiglio supremo di Difesa, che è il massimo organo consuntivo in materia di Difesa previsto dal nostro ordinamento costituzionale. In particolare, il Consiglio convenne che era necessario per la difesa e sicurezza dell’Italia completare la “capacità portaerei disponibile”, esigenza che ho poi tramutato in una delle priorità del mio Atto di indirizzo come ministro della Difesa per l’anno 2019, consultabile sul sito web della Difesa. Per cui se quelle motivazioni strategico-politiche erano valide e necessarie fino al 2019, lo sono ancora di più oggi, che il completamento della capacità portaerei disponibile nei tempi previsti è a rischio.

Senza il mare non è possibile lo sviluppo di tutte quelle attività necessarie all’esistenza e alla sussistenza dello stesso genere umano, dall’ approvvigionamento di cibo ed energia, ai commerci, ai collegamenti trans-oceanici.

Per rendere meglio il concetto, guardiamo qualche numero. Il Mediterraneo è una “cerniera” tra tre continenti, quello europeo, quello africano e quello asiatico. Esso, pur rappresentando soltanto l’1% della superficie acquea globale, è interessato dal 19% del traffico marittimo mondiale, che sale al 30% per quanto riguarda il petrolio e al 65% per le altre risorse energetiche comprese quelle trasportate dai gasdotti sottomarini ed è nel mediterraneo che l’Italia – una Penisola stretta e lunga – si protende con i suoi oltre 8.000 km di coste. Il mare è, per il nostro Paese, il mezzo attraverso cui si muovono i principali flussi di import/export, per cui il saldo commerciale nel 2018 ha registrato un attivo di circa 40 miliardi di euro, ponendoci tra i primi Paesi al mondo. Il cluster marittimo dà occupazione a mezzo milione di lavoratori e a 5 milioni di lavoratori nell’indotto; contribuendo al Pil per il 2,6%. Abbiamo la quarta flotta mercantile mondiale, la seconda flotta peschereccia europea e tra le prime flotte di traghetti al mondo. Per non parlare poi della rete internet, posata sul fondo del mare, ormai vitale e, in quanto tale, anche fragile.

Dal mare ci giungono oggi le principali sfide. La prima, la più importante, la crisi in Libia. Un Paese diviso in due, con due governi che si combattono attraverso le milizie che li supportano e con l’appoggio finanziario, in termini di armamenti e di presenze militari di altre potenze regionali e non. Il rischio per noi è grande e si esprime in termini di aumentata insicurezza energetica, crescente instabilità a 2000 km dai nostri confini, aumento del rischio migratorio (la Libia assorbiva anche molti migranti che venivano dall’Africa), crescente rischio terroristico, riduzione delle opportunità per le nostre imprese.

Ricordo che ai tempi della guerra in Libia del 2011, cui l’Italia partecipò nell’ambito dell’operazione della Nato “Unified Protector”, il dispositivo navale era tutto a guida italiana: il Comandante della Forza navale della Nato era l’ammiraglio comandante il Comando marittimo alleato di Napoli (poi chiuso nel 2013), mentre il Comandante delle operazioni tattiche in mare era un altro ammiraglio italiano imbarcato sulla nave di bandiera della nostra Marina (inizialmente sull’Etna e poi sul Garibaldi). L’unica portaerei del dispositivo Nato era la nostra Nave Garibaldi con i suoi Harrier imbarcati. Vi era un’altra portaerei, ma in missione nazionale, e si trattava della francese Charles De Gaulle.

Tornando a oggi, sulla base di un conflitto geopolitico regionale, già sufficientemente pericoloso, si aggiunge il nuovo protagonismo della Turchia che, con i due accordi firmati con la Libia il 27 novembre 2019, uno di collaborazione militare e l’altro sulle risorse marittime, ha reso ancora più complicate le relazioni nel Mar Mediterraneo orientale. Con il secondo accordo sono state infatti delimitate le aree di competenza dei due Paesi e la Turchia ha potuto dividere quello che la Grecia considera il territorio marittimo delle sue isole e ha dato un’ulteriore giustificazione alle proprie esplorazioni petrolifere nell’area di Cipro.

Oggi la Turchia è presente in Libia, dopo aver sostenuto militarmente il governo di Tripoli nella guerra contro Haftar ed è responsabile anche della formazione della Guardia Costiera libica, che prima formavamo noi e dovremmo tornare urgentemente a farlo. Quella Guardia Costiera che oggi non mostra più il rispetto nei confronti dei migranti che mostrava quando collaborava con noi.
Le tensioni nel Mediterraneo crescono sempre di più, anche collegate ai progetti energetici, e sono comparsi altri soggetti, come la Russia, presente in Libia oltre che in molte zone africane, con la propria compagnia di mercenari, il Gruppo Wagner.

Dall’estate 2019 si è fatta concreta anche la crisi nello stretto di Hormuz a causa dell’assertività degli iraniani e quest’anno l’Italia ha aderito alla missione europea Emasoh. In questo quadro è chiaro a tutti che l’essere dotati di una portaerei al massimo delle sue capacità permetterebbe al nostro Paese di poter esercitare azione di deterrenza, nonché di proiezione di potenza necessaria a tutelare i nostri interessi geostrategici.

Mi sembra evidente che in questo contesto l’espressione effettiva della capacità portaerei è indispensabile per una efficace diplomazia L’Aeronautica ha già raggiunto la IOC (Initial Operational Capability) dei propri F-35A (a decollo convenzionale) e a breve conseguirà la FOC (Final Oparational Capability). Affinché l’investimento che il Paese ha fatto sull’intera flotta F-35 (60 a decollo convenzionale e 30 a decollo corto/atterraggio verticale) porti al più presto i suoi benefici in termini di utilità per la difesa e sicurezza del Paese, è necessario che anche la Marina raggiunga al più presto la sua piena capacità operativa (FOC), e questo è possibile solo quando riuscirà a completare il primo gruppo di volo imbarcato (15 aerei).

Distribuire gli F-35B uno a Marina e uno ad Aeronautica è un modo per allungare senza motivo questi tempi. O forse il motivo c’è, ma non è chiaro e comprensibile anche ai cittadini normali, che con le tasse che pagano rendono possibili queste acquisizioni, per la loro stessa difesa e sicurezza attraverso le Forze armate. Come cittadina oggi, come ministro ieri, mi preoccupo quando si sprecano risorse, o tempo (che è la stessa cosa) senza motivazioni, forse apparentemente, poco plausibili.

Gli interessi nazionali nel dominio marittimo extra-territoriale posso essere ricondotti a tre macro-ambiti: energetici (con particolare riguardo all’estrazione e al trasporto petrolifero), traffico commerciale e attività di pesca. Cosa può dunque minacciare questi nostri interessi? Minacce che spaziano da quelle militari convenzionali, a quelle portate da attori sia statuali che non-statuali lungo le linee di comunicazione marittima (ad esempio gli attacchi contro petroliere nel Golfo Persico), al fenomeno della pirateria marittima in alcuni chock-point di rilevanza strategica nazionale (come le acque al largo del Corno d’Africa dove da tempo l’Unione europea ha avviato un’operazione militare marittima (Atalanta) cui l’Italia partecipa con una Unità navale della Marina), al terrorismo (ad esempio il sequestro dell’Achille Lauro), ai traffici illeciti, che comprendono anche quello degli esseri umani e delle armi.

C’è anche un’altra motivazione che addussi due anni fa al generale Vecciarelli: la Brexit. Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, i Paesi europei in possesso di una portaerei restano solo due, Italia e Francia, perché la Juan Carlos, spagnola, anche se dotata di ponte di volo, non è una portaerei. A questo punto è aumentato anche il nostro “valore” nell’ambito delle capacità di difesa europee e questo conferisce una maggiore forza al nostro Paese. Infine c’è una motivazione pratica: abbiamo fatto un grande investimento per realizzare le modifiche necessarie all’integrazione sul Cavour del suo sistema d’arma costituito dal Jsf, perché ritardare ancora nell’acquisizione degli aerei da imbarcare?

Ma c’è anche di più. “Il mio cuore subì un nuovo duro colpo: la cessione delle nostre ultime due fregate Fremm all’Egitto”, ha detto nel suo discorso l’ammiraglio Treu. Attenzione, ha aggiunto, “a seguito di ciò, l’Italia ora dispone di un numero totale di unità di prima linea, ossia di caccia e di fregate, inferiore persino all’Algeria, oltre che all’Egitto e alla Turchia”.

Stiamo attenti a sottovalutare il rango dell’Italia nel Mediterraneo. Oggi la Turchia ha 26 unità di prima linea (caccia e fregate) contro 14 dell’Egitto, 15 dell’Algeria e 12 dell’Italia, mentre per quanto riguarda le corvette/pattugliatori, la Turchia ne ha 37, l’Egitto 40, l’Algeria 6 e l’Italia 10. Credo che questi dati parlino da soli. E bisogna considerare anche il sottodimensionamento della marina in termine di Personale. È ora di capire che l’Italia non può permettersi una Marina depotenziata, come non può permettersi il depotenziamento di nessuna delle Forze armate. Il momento non lo permette. Le scelte siano ispirate da priorità strategiche.

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