L’Italia può offrire alla Tunisia un sostegno che in questo momento è più utile di quello politico o militare: coordinare un programma europeo che fornisca dispositivi di protezione, tamponi, respiratori, team medici, vaccini. Per affrontare l’emergenza più grave e sostenere le fragili istituzioni del Paese nel processo verso uno Stato democratico e stabile

Mentre la democrazia viene messa in un pericolosa fase di sospensione, la curva dei nuovi contagiati da SarsCoV-2 in Tunisia continua a correre. Il Covid infesta un paese le cui condizioni sono in fase di sofferenza da anni. Sofferenza che ha prodotto uno stato sociale pesantemente ferito, con i servizi che lo governo riesce a fornire ai cittadini ridotti al minimo (o meno).

Da qui dunque, la pandemia come in tante altre situazioni, rimarca, approfondisce, faglie esistenti. Davanti alla crisi epidemica lo stato tunisino non riesce a rispondere: condizione che si pone a valle di anni complicati. Se la Comunità internazionale intende proteggere la fragile democrazia tunisina, allora è da qui che deve ripartire.

L’Italia ha gli strumenti e l’esperienza per coordinare un grande piano di aiuti europei da far arrivare a Tunisi nei prossimi giorni. Perché al paese a poche miglia dalle nostre coste, ancor prima di ogni altro genere di sostegno (politico o militare), serve assistenza sanitaria. Servono respiratori per assistere le migliaia di persone ospedalizzate. Servono medicinali, mascherine, guanti e kit medici per far lavorare le équipe ospedaliere. Servono i tamponi per individuare i positivi e cercare di gestire quarantene e cluster.

Servirebbero anche medici, advisor sanitari per affiancare gli operatori locali nella gestione dell’emergenza sia dal punto di vista logistico che clinico. E poi servirebbe che in Tunisia iniziassero ad arrivare in modo corposo i vaccini, che come si è visto sono l’unico fattore determinante per contenere prima e sconfiggere poi la pandemia.

Se la crisi sanitaria è l’elemento che sta esasperando la situazione nel Paese, allora rendere ordinata a funzionale la sua gestione può servire da vettore per una più ampia risoluzione delle complessità tunisine. È una forma di assistenza emergenziale, sicuramente, che allo stesso tempo ha la possibilità di raggiungere obiettivi più ampi.

L’Italia ha tutti gli interessi ad attivarsi direttamente – come per altro su questo fronte ha già iniziato a fare – e a promuovere iniziative all’interno dell’Unione europea. La crisi tunisina, saldata non solo geograficamente alla delicatissima situazione in Libia (dove per altro le condizioni legate al Covid sono comunque preoccupanti per l’assenza di vaccini), non è sostenibile in un quadro come quello del Mediterraneo Allargato. Teatro aggravato da altri complessi disequilibri in cui l’obiettivo è invece la ricerca di una stabilità generale che faccia da base a una crescita prospera delle relazioni di quella regione con l’Ue.

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