Il sottosuolo dell’Afghanistan è ricchissimo delle terre rare su cui si imperniano la transizione ecologica e quella digitale. E Pechino, che già ne controlla il mercato globale, sta già lisciando il pelo ai talebani per accedervi

Con la conquista di Kabul i talebani afghani hanno miliardi di motivi per gioire. Virtualmente, la loro presa di potere li rende i proprietari di un’immensa riserva mineraria, quasi intonsa, presente nel sottosuolo dell’Afghanistan. Nel 2020 il valore stimato oscillava tra mille e tremila miliardi di dollari, ma in un mondo agli albori della transizione ecologica – dove certi minerali e terre rare sono cruciali per lo sviluppo in chiave verde – quelle risorse sono molto, molto più importanti del loro valore monetario in termini di impatto sugli equilibri geopolitici globali.

Nel 2006, cinque anni dopo l’intervento militare statunitense, un gruppo di analisti dell’US Geological Survey produsse un rapporto con il risultato delle loro indagini: nelle viscere della terra si annidano 60 milioni di tonnellate di rame, 2,2 milioni di tonnellate di minerale di ferro, 1,4 milioni di tonnellate di terre rare oltre a oro, argento, zinco, litio e mercurio. Un tesoro praticamente mai sfruttato a causa dell’instabilità politica ed economica dell’ultimo ventennio, che ha anche degradato le infrastrutture di trasporto e generalmente reso il Paese poco attraente per gli investimenti esteri.

Se ne accorsero gli investitori cinesi quando persero $3 miliardi in un progetto di estrazione del rame che non produsse nulla, principalmente per problemi infrastrutturali. Eppure proprio la Cina ha accolto con entusiasmo il nuovo regime talebano. A poche ore dalla presa di Kabul la portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha affermato che Pechino era pronta a “cooperare amichevolmente”.

“Sulla base del pieno rispetto della sovranità dell’Afghanistan e della volontà di tutte le fazioni del paese, la Cina ha mantenuto contatti e comunicazioni con i talebani afgani e ha svolto un ruolo costruttivo nel promuovere la soluzione politica della questione afghana”, ha aggiunto Hua in una conferenza stampa lunedì. Nella stessa occasione la portavoce ha affermato che i talebani avrebbero detto “in più occasioni” di “aspettare con trepidazione la partecipazione della Cina alla ricostruzione e allo sviluppo dell’Afghanistan”. A fine luglio il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha incontrato a Tianjin una delegazione guidata dal leader talebano Abdul Ghani Baradar.

Va da sè che Pechino tragga vantaggio dal sostenere, come la mettono loro, la “sovranità” e la “volontà” locali (elementi che rinfaccia all’Occidente quando arrivano critiche sull’assertività cinese in Hong Kong, Taiwan e Tibet). È altrettanto chiaro che, data la posizione strategica dell’Afghanistan come crocevia dell’Asia, la Cina sia interessata a mantenere buone relazioni (ed estendervi la Nuova Via della Seta). Ma quando si considera che il Dragone controlla la stragrande maggioranza dell’estrazione di terre rare a livello globale, ecco che inizia a emergere un quadro di più ampio respiro, un progetto di influenza economica – e dunque geopolitica – pensato per i prossimi decenni.

Il contesto è quello della transizione ecologica, unitamente a quella digitale. Elementi come il litio e cobalto sono essenziali per le batterie moderne necessarie al processo di decarbonizzazione, altri servono per i pannelli solari e le pale eoliche, altri ancora sono impiegati nella costruzione dei semiconduttori, i “cervelli” elettronici necessari per la digitalizzazione.

I giacimenti cinesi ammontano al 35% delle riserve globali di terre rare e nel 2018 hanno soddisfatto il 70% del fabbisogno mondiale. A queste riserve si aggiungono le operazioni di estrazione che Pechino conduce altrove nel mondo e specialmente in Africa. ANSA riporta che “sia Usa che Europa [dipendono] rispettivamente per l’80% e il 98% dalla Cina per la fornitura di terre rare”. L’International Energy Agency stima che la domanda globale aumenterà di quaranta volte tra il 2020 e il 2040, assieme a quella di altre terre rare, rame, cobalto e altri elementi di cui il sottosuolo afghano è ricchissimo.

“I talebani ora siedono su alcuni dei più importanti minerali strategici del mondo”, ha detto a Quartz Rod Schoonover, capo del programma di sicurezza ecologica presso il Council on Strategic Risks, un think tank a Washington, aggiungendo che la vera domanda è se questi saranno in grado di sfruttare tali risorse. Oggi le infrastrutture del Paese (come strade, binari, centrali energetiche) e la situazione economica impediscono la creazione di un’industria di estrazione salutare. Ma se l’avvicinamento tra Cina e l’Emirato islamico dell’Afghanistan annunciato ieri dai talebani si traducesse in investimenti cinesi su infrastrutture e scavi, il potere commerciale (e dunque geopolitico) del Dragone agli occhi dell’Occidente si gonfierebbe esponenzialmente.

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