Nel Paese asiatico si vorrebbe procedere a un profondo condizionamento dei comportamenti della popolazione attraverso tre ordini di iniziative: la stretta sorveglianza dei cittadini, il sistema di social scoring, l’introduzione della valuta digitale. Cosa vuol dire per le già limitate libertà della popolazione cinese

Talvolta, le opere di fantasia mostrateci al cinema o nei romanzi d’avventura e di fantascienza hanno il pregio di essere semplicemente dei precursori rispetto al loro tempo: lo sono stati i romanzi di Jules Verne e in parte lo è anche “1984”, il celebre romanzo distopico di George Orwell spesso citato come esempio di Stato totalitario che opera uno stringente controllo di massa sulla popolazione.

La storia del XX secolo è piena di esempi simili, impregnati però più sull’indottrinamento che sul condizionamento dei comportamenti cosa che, invece, in epoca contemporanea e col supporto delle più moderne tecnologie, sta caratterizzando alcuni progetti avviati in Cina. Nel Paese asiatico, infatti, si vorrebbe procedere ad un profondo condizionamento dei comportamenti della popolazione attraverso tre ordini di iniziative: la stretta sorveglianza dei cittadini, il sistema di social scoring, l’introduzione della valuta digitale garantita dalla banca centrale.

Lungi dal voler indicare nella Cina uno Stato totalitario, l’aggregazione di queste e di altre iniziative potrebbero però portare a una stretta autoritaria in un Paese in cui, va ricordato, la dialettica e il contraddittorio politico è già ridotto al minimo.

Per quanto riguarda la sorveglianza, le città cinesi – in maniera per la verità non molto dissimile da quelle del resto del mondo – già da tempo stanno mettendo in piedi una fitta rete di videocamere di sorveglianza, anche con identificazione biometrica, alcune delle quali ultimamente gestite con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Sorprende però l’uso diffuso che ne viene fatto, ciò che vale anche un singolare record. La società di sicurezza Comparitech ha redatto una classifica basata sul numero di telecamere a circuito chiuso ogni 1.000 persone: la Cina detiene il primato con otto delle prime 10 città più sorvegliate al mondo e l’apice si tocca a Chongqing (con 2,6 milioni di telecamere).

I dati poi di 1,4 miliardi di persone sono custoditi dalla polizia che li gestisce a piacere, dal monitoraggio di attività criminose a quello dei dissidenti politici o delle minoranze come quella degli uiguri. Mentre nel mondo occidentale ci si interroga, ad esempio, riguardo l’uso del riconoscimento biometrico nelle videocamere di sorveglianza, in Cina questo rimane ancora limitato anche se è iniziato il dibattito sulla limitazione dei controlli a determinati contesti come corsie di ospedale, bagni e camerini di prova. Portato alle estreme conseguenze, tale sistema consente poi in alcuni casi non solo di stabilire l’identità dell’individuo osservato ma anche di determinarne le emozioni (che fa il paio con l’obbligo del riconoscimento facciale per chiunque possieda uno smartphone), ciò che consente un notevole arricchimento della raccolta e dell’analisi di dati sensibili.

Il secondo dei tre elementi citati inizialmente è per la verità anche il perno dell’intera questione: il sistema di credito sociale, creato nel 2014 ma avviato solo nel 2020 rappresenta nella sua cogenza il vero vulnus del sistema di controllo cinese. Attraverso i sistemi di videosorveglianza è stata avviata anche una banca dati che raccoglie lo storico dei comportamenti registrati e che permette alle imprese o alle autorità di stendere un punteggio attraverso il quale premiare o punire gli osservati. Il sistema del credito sociale è stato creato al fine di utilizzare i big data per assicurarsi che cittadini ed organizzazioni rispettassero la legge, monitorando e classificando ogni soggetto in base alla loro fedeltà.

Conseguenza inevitabile di questo sistema è la redazione di una sorta di classifica sociale in cui si possono guadagnare e perdere punti. Chiaramente, per chi rispetta le regole ci sono dei vantaggi mentre per chi scende in classifica le pene possono essere varie, dalla limitazione della connessione internet, alla progressiva emarginazione sociale o alla limitazione nell’accesso ad alcuni servizi come scuole o mezzi di trasporto. Inutile dire che il rispetto delle regole può variare arbitrariamente in base ai dettami della dottrina locale.

Il terzo elemento è dato dalla sempre più imminente introduzione dello Yuan digitale. Per quanto riguarda il suo ruolo esterno nella strategia geopolitica di Xi Jinping si è già detto molto, ed è uno dei motivi per cui è stato avviato il domino delle Cbdc (Central Bank Digital Currencies) dall’euro, al dollaro al rublo digitale; molto meno si è detto a proposito del ruolo interno che potrebbe ricoprire la moneta in un’economia dei pagamenti già fortemente digitalizzata e tra le più cashless del pianeta. La strategia che fa capo all’introduzione dello Yuan digitale rientra in quella più ampia che vede da un lato il ridimensionamento del potere dei colossi tecnologici e fintech, di cui i casi Ant-Alibaba sono i più famosi e dall’altro la nuova centralità che le istituzioni governative intendono ricoprire nella vita economica e finanziaria del Paese.

Secondo quanto riportato da accreditati media finanziari americani tra cui Bloomberg, l’introduzione del nuovo Yuan desta qualche perplessità. La quantità di dati raccolti, il cui controllo sarebbe sostanzialmente spostato dai privati allo Stato, permetterebbe alla banca centrale di effettuare analisi in tempo reale, ma potrebbero anche essere utilizzati per i servizi di sicurezza, monitorare i dissidenti politici – cui potrebbe essere “staccato” il wallet – oppure attività internazionali che competono con aziende statali cinesi. Sul piano interno, il governo ha pertanto avviato una strategia di accentramento del controllo delle attività e dei servizi finanziari sia per diminuire la dipendenza da piattaforme terze sia per dis-intermediare l’acquisizione dei dati degli utenti che sono sempre preziosi.

Gli esempi sopra elencati rappresentano un caso che viene seguito con molta attenzione da parte delle cancellerie occidentali. Tuttavia, la tutela della privacy e dei dati personali è un tema centrale anche per le nostre democrazie che non possono e non devono certo commettere l’errore etnocentrico di sentirsi né immuni da certe potenziali derive autoritarie né giuridicamente né istituzionalmente superiori rispetto ad altri sistemi politici, perché è proprio nell’abbassare la guardia di fronte a questioni simili che si celano i maggiori pericoli di cadere in errore.

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