La stabilizzazione delle nomine del comparto intelligence è una buona notizia, ora bisogna metterlo al riparo dalle polemiche politiche e immaginare una riforma della legge 124 sui Servizi. Ecco da dove partire. Il commento di Mario Caligiuri, presidente della Società italiana di intelligence

“Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze”, diceva Oscar Wilde. Per questo ritengo che nel nostro Paese durante gli ultimi mesi sembra si stiano creando le condizioni politiche e culturali per discutere costruttivamente di intelligence, sottraendola all’intensità delle polemiche politiche, evitando le visioni ideologiche e limitando gli interessi corporativi.

Sono segnali oggettivamente positivi avere individuato quale delegato ai Servizi Franco Gabrielli; stabilizzato le nomine dei vertici dell’intelligence con Elisabetta Belloni, Mario Parente e Giovanni Caravelli; ricomposto la spinosa vicenda della presidenza del Copasir con l’elezione di Adolfo Urso; avviata l’istituzione dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn) affidandola a un professore universitario già vicedirettore del Dis come Roberto Baldoni.

Dagli interventi che si stanno susseguendo su Formiche.net sembra emergere la consapevolezza che l’intelligence rappresenti uno strumento fondamentale per stabilizzare le istituzioni democratiche e perseguire l’interesse nazionale. Questo richiede da un lato visione del decisore pubblico e dall’altro regole chiare e operatori con elevate competenze. Quindi è squisitamente un problema di scelte politiche.

Come ha scritto anni fa Giuliano Amato nella prefazione al libro “Nome in codice: Ulisse”, le memorie dell’ammiraglio Fulvio Martini, per lunghi anni capo del Sismi: “Il rapporto tra classe politica-Servizi è un punto dolente nella vita pubblica italiana [tanto che] in tutte le grandi crisi dei Servizi verificatesi nel nostro Paese queste hanno sempre interessato più la classe politica che non i Servizi che ne sono stati travolti”.

Le necessarie competenze di Draghi

L’attuale presidente del Consiglio, capo dell’intelligence e in precedenza Governatore della Banca Centrale Europea, non può non avere una spiccata sensibilità sui temi economici che rappresentano una centralità dell’intelligence a livello planetario. E l’aspetto economico è strettamente collegato a quello cyber, dove le logiche del mercato si scontrano, in un contesto in cui l’intelligenza artificiale determina anche operazioni di borsa.

Nello stesso tempo ha un peso rilevante la qualità degli annunci: si stima, ad esempio, che la famosa frase “whatever it takes” del 2012 abbia inciso per 5.000 miliardi di euro. Dunque, le competenze di Mario Draghi sono importanti per dare un assetto alle regole e agli indirizzi dell’intelligence nazionale, in modo da affrontare i difficili anni che avremo di fronte.

Definire il contesto

Prima di affrontare come organizzare l’intelligence occorrerebbe verificare di cosa essa si dovrebbe occupare, inquadrando le dinamiche sociali con le quali occorrerà confrontarsi, possibilmente per anticiparle. Com’è ovvio, i conflitti si sposteranno sempre di più sulla Rete, che nel 2030 coprirà tutto il pianeta, rappresentando il principale ambito economico e sociale, politico ed educativo.

L’intelligence dovrà essere sempre più impegnata in tale direzione, come i recenti attacchi alla Regione Lazio confermano. Bisognerà quindi confrontarsi con innovazioni tecnologiche quali la meccanica quantistica, che aumenterà la velocità e la sicurezza delle informazioni, e le piattaforme neurali, che consentiranno la trasmissione del pensiero tra le persone.

La dimensione geopolitica riguarderà il controllo delle menti, in una guerra dell’informazione che vedrà competere senza limiti Stati e organizzazioni legali e illegali. E si profila anche uno scontro di intelligenze dagli esiti incerti, con l’intelligenza umana da un lato e quella artificiale dall’altro, nella necessaria ricerca di un difficile equilibrio.

Altro aspetto rilevante è la trasformazione del potere, che verrà trasferito sempre di più dagli Stati alle megalopoli, alle multinazionali finanziarie e agli organismi internazionali. In tale quadro, l’intelligence può rappresentare uno strumento fondamentale per la difesa del “Washington Consensus” delle Nazioni democratiche e il mantenimento del predominio dell’intelligenza umana.

Altro tema rilevante è il contrasto alla diffusione della criminalità organizzata che sta sfruttando questa fase per infiltrarsi ancora di più nell’economia, in un gioco di specchi in cui diventa sempre più difficile distinguere il legale dall’illegale. Pertanto, da noi occorre presto riprendere il dibattito per regolare in modo più efficace il codice degli appalti e la golden share.

L’immigrazione, con il possibile corollario del fondamentalismo, è un processo inevitabile che non si può affrontare né con la propaganda né con i principi astratti. Quanto sta accadendo in queste ore in Afghanistan, con il disimpegno degli americani, certamente potrebbe incidere sulla ripresa del terrorismo in Europa.

Tema che si incrocia inevitabilmente con le politiche energetiche: non basta rivedere “I tre giorni del Condor” per avere chiaro come l’energia sia da decenni il perno delle politiche mondiali. Ultimo aspetto decisivo è quello del clima e dell’ambiente, destinato a incidere pesantemente sull’ordine mondiale e che è particolarmente rilevante per il nostro Paese immerso per tre quarti nel Mediterraneo.

“Una certa idea dell’Italia” per il XXI secolo

In uno scenario così complesso va perseguito l’interesse nazionale dell’Italia, che non a caso è stato definito per la prima volta nella legge di riforma dell’intelligence del 2007. Dopo il crollo del muro di Berlino, tutti gli Stati sono concorrenti, nonostante il nostro Paese operi in un quadro comune di alleanze tradizionali, come la Nato e l’Ue, che durante la Guerra Fredda non ha impedito ai nostri governanti di dialogare anche con l’Urss e le nazioni arabe.

Con tutte le contraddizioni, la tendenza è quella della prevalenza della collaborazione sul conflitto, pur con ruoli dominanti e subalterni. Infatti, soprattutto nei marosi della globalizzazione e della pandemia, bisognerebbe avere “una certa idea dell’Italia” per i prossimi decenni del XXI secolo.

Accanto alle dinamiche globali, alcune tendenze nazionali sono già chiare ma sistematicamente eluse: la riduzione demografica e l’indebolimento del sistema dell’istruzione, che incidono direttamente sulla qualità dell’economia e della democrazia.

Come tutti gli altri paesi, anche i nostri governi rispondono a questi problemi attraverso il meccanismo dello “Stato seduttore”, cioè con la propaganda istituzionale e la manipolazione delle informazioni, essendo consapevoli di avere come base di riferimento una popolazione che al 75 per cento non comprende una semplice frase nella nostra lingua e che per il 27 per cento è analfabeta funzionale.

È una situazione complicata per tutti, ma da qualche parte occorre comunque iniziare e le democrazie parlamentari non possono che ricostruire la democrazia partendo dalle regole.

Aggiornare la legge sui Servizi

Dal mio punto di vista, l’aggiornamento (come opportunamente lo definisce Franco Gabrielli nella significativa intervista di ieri su Formiche.net) delle regole sull’intelligence, può rappresentare una chiave di volta per dare ordine alle priorità politiche nazionali.

Prima di tutto, occorrerebbe chiarire per legge cosa rappresenti l’intelligence, cioè come viene intesa per tutelare l’interesse nazionale. E questo sia per salvaguardare che per valorizzare le nostre risorse, che discendono dalla storia e dalla geografia, le quali già ci indicano le direttrici del futuro: la cultura e il mare.

C’è bisogno dunque di regole. In un mondo sempre più interconnesso, la distinzione tradizionale tra un’agenzia dell’intelligence per l’interno e un’altra per l’esterno sembrerebbero in gran parte superate, per cui delineare una sola agenzia, a giudizio di alcuni, parrebbe l’architettura organizzativa più funzionale.

In ogni caso, occorre un raccordo stretto con l’istituenda Acn, definendo in modo preciso ed efficace procedure e competenze nelle politiche del cyberspazio, prestando attenzione non solo alle tecnologie ma anche all’educazione.

Inoltre, come suggerirebbe l’esperienza francese, sarebbe utile concentrarsi sull’intelligence economica magari con una struttura a parte, tenendo conto che in questo preciso ambito si contempla di tutto: gli scontri sul web, le mafie, il terrorismo islamico, il disagio sociale, la guerra normativa, i conflitti psicologici, i complicati rapporti con le intelligence straniere.

In ogni caso, occorre discutere a fondo su come ridefinire le regole dell’intelligence italiana, aspetto fondamentale che però espone a un rischio rilevante: quello di creare incertezza in un sistema assai delicato che ha bisogno di stabilità e chiarezza, con il coinvolgimento strutturale del mondo economico e accademico nella definizione delle politiche della sicurezza.

Partire dall’esistente

È utile partire da quello che c’è già. Il Dis potrebbe rafforzare il proprio ruolo di coordinamento d’intesa con l’Aisi e l’Aise, stabilendo fin da ora rapporti chiari e proficui con l’Acn, concentrando l’attenzione sull’intelligence economica e i suoi corollari, selezionando operatori al di fuori dagli attuali canali di reclutamento, orientando i contatti con le intelligence alleate in funzione dei problemi di preoccupazione universale come le pandemie.

Si tratta di un lavoro articolato e complesso dai cui esiti dipenderà la credibilità e la percezione dell’utilità dei Servizi di intelligence nei prossimi anni.

In questo quadro, occorre tenere conto che le competenze necessarie per queste attività non sono solo tecnologiche ma anche umanistiche. Non a caso “The intelligence Israel model”, un sistema assai diverso dal nostro, evidenzia come il Mossad stia assumendo contemporaneamente hacker e laureati in filosofia, entrambe figure umane utilizzate per affrontare il rischio e l’inatteso.

In definitiva, accanto a un dibattito politico e culturale, che va svolto con equilibrio e responsabilità da parte dei Parlamentari e in cui va fortemente rilanciata la funzione del Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (Cisr), si potrebbero anche adesso utilizzare le regole vigenti in attesa di una riforma organica.

Pertanto, si conferma la qualità dell’indirizzo politico in quanto nell’incertezza normativa e linguistica può sempre accadere di tutto.

Occorre quindi fare presto chiarezza “whatever it takes”, ad ogni costo, nel settore strategico dell’intelligence, perché può determinare effetti positivi a cascata su tutto il resto delle politiche nazionali in quanto la sicurezza è la premessa dell’esercizio di tutti gli altri diritti.

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