L’obiettivo 2024 per il ritorno dell’uomo (e l’approdo della prima donna) sulla Luna si allontana sempre più. La Nasa certifica il nuovo ritardo per le tute che serviranno ad arrivare in superficie: non saranno pronte prima del 2025. Elon Musk corre in aiuto: “SpaceX ce la può fare”

“Potremmo farlo noi, se necessario”. Così, con una risposta su Twitter, Elon Musk ha teso la mano alla Nasa per realizzare in tempo le tute spaziali necessarie a far tornare l’uomo sulla Luna. Lunedì, l’ufficio dell’ispettore generale dell’agenzia americana ha pubblicato un report da quaranta pagine in cui spiega perché il programma non sarà pronto “almeno” fino ad aprile del 2025, dunque l’anno successivo rispetto all’obiettivo 2024 dell’approdo della prima donna e del prossimo uomo sulla superficie lunare.

Il programma si chiama Exploration Extravehicular Mobility Unit (xEMU). Più che di tute, si tratta difatti di vere e proprie navicelle su misura, dotate di avanzati sistemi per garantire sopravvivenza e mobilità in un ambiente particolarmente ostile. Dal 2007, nell’ambito del programma Constellation, la Nasa ha iniziato a progettare tute di nuova generazione, spendendo nel complesso più di 420 milioni di dollari. Ne servono altri 625 per completare il progetto, e comunque non sarà possibile prima del 2025.

Le ragioni del ritardo sono molteplici: problemi tecnici (con requisiti che si sono modificati più volte), l’impatto della pandemia da Covid-19 e la riduzione dei budget, sensibile anche per l’anno fiscale 2021, per il quale si è registrato un taglio del 28% dei fondi destinati al Lunar Gateway, la piattaforma che orbiterà nell’orbita lunare.

Tutto ciò comporta un ritardo di dodici mesi per il programma xEMU. In questo modo, spiega l’ufficio dell’ispettore generale della Nasa, le prime due tute per la terza missione del programma Artemis non saranno pronte prima di novembre 2024. Poi serviranno ulteriori attività di preparazione al lancio, che spostano le lancette fino ad aprile 2025.

L’ispettore generale dell’agenzia punta il dito anche contro la modalità contrattuale scelta. Quando il programma partì, si optò per “un approccio ibrido”, con un solo prime contractor per l’integrazione delle tute, e più contraenti per il loro sviluppo e sostegno. Tutto è cambiato all’inizio del 2021, quando la Nasa ha deciso di passare a un approccio più commerciale, pagando lo sviluppo delle tute ad aziende private non obbligate a ricorrere ai passi intanto intrapresi dal programma xEMU. Sono così ben 27 le aziende coinvolte nella progettazione e realizzazione dei diversi componenti delle tute. “Troppi galli nel pollaio”, ha twittato Elon Musk, che con SpaceX fa delle avventure in solitaria (e della totale copertura dei programmi) un suo marchio di fabbrica.

In ogni caso, la sentenza è chiara: il ritorno in superficie non sarà possibile prima del 2024, anche qualora il lanciatore Sls, la navicella Orion e il modulo di discesa riuscissero nell’impresa di rispettare i tempi (strettissimi anche per loro).

C’è da dire che la data del 2024 è apparsa da subito piuttosto stringente, tanto da aver costretto la Nasa ad accelerare su formule contrattuali e richieste alle aziende. Ma l’obiettivo 2024 è stato voluto da Donald Trump per poter suggellare la chiusura di una sua eventuale seconda presidenza. L’amministrazione Biden ha fatto raramente riferimento al 2024, ma non è escluso che l’attuale presidente lo voglia far suo, magari condividendolo con Kamala Harris, che nel suo primo discorso da vice presidente ha fatto riferimento alla prima donna che arriverà sulla Luna. Magari potrebbe lanciare così una sua eventuale candidatura alla presidenza 2024, quando Biden avrà quasi 82 anni.

In tali dinamiche si inserisce la proposta di Elon Musk: “Potremmo farle noi, le tute”. La navicella StarShip della sua SpaceX (non senza le proteste dei concorrenti Blue Origin e Dynetics) è già stata scelta dalla Nasa per permettere agli astronauti di tornare sulla superficie lunare, e da lì ripartire verso la Terra. Il contratto per lo “Human Landing System” vale 2,9 miliardi di dollari, ed è tra i più rilevanti nell’ambito del programma Artemis.

Musk e SpaceX possono poi vantare i successi registrati nell’accesso di astronauti alla bassa orbita terrestre tramite la navicella Crew Dragon. I suoi utilizzatori indossano le tute a marchio SpaceX, che dallo scorso anno hanno rivoluzionato la moda spaziale: bianche, leggere, aderenti e, a detta di chi le ha provate, decisamente più comode rispetto a quelle necessarie a volare su ogni altra navicella.

Il casco è interamente realizzato in 3D, e comprende diverse valvole, sistemi di comunicazione e una visiera con funzionalità multiple. Un singolo punto di connessione sulla coscia permette di collegare la tuta ai sistemi di supporto vitale. I guanti, inoltre, sono progettati per la migliore comunicazione possibile con gli schermi touch della navicella. Certo, si tratta di tutte ben diverse rispetto a quelle necessarie per attività extra-veicolari, compreso il ritorno sulla superficie lunare. Musk, però, pare determinato a procedere anche su questo.

Condividi tramite