Un volume quello di Mario Nanni, “Sulla giostra della memoria”, edito da Media&Books, che potrà essere apprezzato solo uscendo dalla gabbia dei generi. Perché la scrittura ne abbraccia diversi – narrazione, antologia, saggio antropologico, massimario di idee filosofiche, mémoire – senza lasciar prevalerne nessuno. Pino Pisicchio lo ha letto per Formiche.net

Nel ‘93 uscì un album in vinile, all’epoca si chiamavano LP, di Enrico Ruggeri, rocker italiano al tempo frontman dei Decibel, dal titolo poco rock e molto crepuscolare, “La giostra della memoria”. Il disco raccoglieva quindici tracce originali e un pezzo sanremese, addirittura reduce da una clamorosa vittoria.

Il pezzo si chiamava “Mistero”. Con un titolo che replica quasi perfettamente l’opera ruggieriana, Mario Nanni torna in libreria (e per gli amanti dell’immateriale anche in formato Kindle), con un libro che devia dal tracciato giornalistico usuale per imboccare l’inedito sentiero della narrazione.

Si chiama “Sulla giostra della memoria”, Media&Books 2021, (disponibile in versione ePub per Android/iPad/Amazon Kindl), l’ultimo lavoro del giornalista salentino, noto anche al pubblico più vasto per la sua lunga attività di cronista parlamentare per l’Ansa, la grande agenzia di stampa italiana.

Il racconto (382 pagine) si snoda attraverso la traccia dell’autobiografismo, mescolando storie, quadri bucolici, figure, aforismi, frame di una ineluttabile identità salentina, in una commedia della vita grondante di sapienza popolare. D’istinto, scorrendo le favole vive di questo autore, che brandisce il dialetto leccese rivendicandone orgogliosamente una dignità di lingua (alla maniera di Camilleri con la sua neolingua vigatese), mi è venuto da pensare a una narrazione illustrata per la gioia degli occhi: un film bertolucciano, in cui il collettivo del microcosmo di un cascinale padano racconta la Storia di un popolo intero. Qui però sono masserie pugliesi.

Diciamo subito che Nanni riesce a evitare con successo il rischio di un deragliamento verso le suggestioni memorialistiche, sempre in agguato quando si traffica con la (personale) memoria, approdando, con esiti molto interessanti, all’idea di un affresco all’apparenza territoriale – il Salento la fa da protagonista – in realtà universale, costruito con uno storytelling avvincente e scanzonato.

Dunque il personale vissuto, alla fine si fa pretesto narrativo – e il rischio dell’autocelebrazione è risolto adoperando dosi omeopatiche di sana autoironia – per raccontare di antropologie perdute. Di identità che si rendono leggibili attingendo dallo scrigno sapienzale del massaro Paolo, e prendono la forma di epigrammi, aforismi, poesie, pensieri, usando tecniche di scrittura che contaminano i generi con risultati sorprendenti. Così la “Masseria del Fiume” non sarà soltanto un luogo remoto nella distanza fisica e nel tempo, che riaffiora alla memoria matura del giornalista, ma “il luogo” in cui si svolge la pedagogia eterna del passaggio generazionale, attraverso il rito fascinoso dell’affabulazione.

Rito interrotto e forse oggi trasferito alla Rete: gli affabulanti oggi non sanno più raccontare e gli affabulati non hanno più voglia di ascoltare. Se il massaro Paolo fosse stato spagnolo piuttosto che salentino sarebbe stato un hidalgo, un uomo tagliato con l’accetta, come i suoi racconti pedagogici, in cui cronaca rosa, epica, e favola si mescolavano incistando nel giovanissimo Nanni il tarlo immaginifico della scrittura. C’è un intero popolo di “guide” che affolla le pagine di questo libro: insegnanti, preti, persone che abitavano una quotidianità in cui il rapporto interpersonale diretto, con tutti i sensi dell’umano sollecitati. Ogni guida era in grado di insegnare qualcosa della vita.

È un bel libro, questo “Nella giostra della memoria”, che potrà essere apprezzato solo uscendo dalla gabbia dei generi. Perché la scrittura ne abbraccia diversi – narrazione, antologia, saggio antropologico, massimario di idee filosofiche, mémoire – senza lasciar prevalerne nessuno. Alla fine forse ha ragione l’autore quando lo definisce come un lavoro che recupera un patrimonio orale passato da una generazione all’altra. La memoria del cuore che ruba pezzi di vita collettiva alla dimenticanza.

A proposito: il vinile di Ruggeri vendette nel 1993 300.000 copie. Nanni lo prenda come un augurio.

Condividi tramite