Il Paese è pronto per il futuro disegnato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per un punto di vista tecnico sullo stato della transizione digitale abbiamo parlato con Stefano Rebattoni, Ad di IBM Italia, per capire le opportunità del Piano e il futuro del settore

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“Vorrei cominciare citando l’evento organizzato da Formiche, dal titolo evocativo Italia siamo pronti al futuro?, cui ho partecipato nei giorni scorsi. Sono queste le buone iniziative, che portano lucidità e spunti di riflessione per il dibattito tra i diversi stakeholder attorno al tema centrale dello sviluppo di un sistema forte”, così Stefano Rebattoni, Amministratore delegato di IBM Italia, ha dato inizio alla nostra conversazione.

Ingegner Rebattoni, IBM ha pubblicato il position paper “Un Paese pronto al Futuro”, dimostrandosi ottimista sulle possibilità offerte dal Pnrr. Qual è la strategia per la crescita digitale?

Diversi fattori ci permettono di essere ottimisti sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il primo e più importante è certamente la grande credibilità di cui gode l’attuale governo anche in sede Ue. Il governo Draghi è stato in grado di produrre un Piano estremamente serio e concreto. Un altro fattore positivo sono le linee-guida attorno a cui il Piano, che merita un chiaro apprezzamento, è stato definito; l’Italia è inoltre destinataria della fetta più grande dei finanziamenti previsti dal Next generation Eu.

Per chi come noi lavora sui temi dell’innovazione e della trasformazione tecnologica, è importante anche che il Piano esprima la consapevolezza del decisore pubblico riguardo al contributo che l’information technology può apportare alla ripartenza del Paese. Sono convinto che grazie a queste forze convergenti e alle risorse, che sono tante (240 miliardi di euro di cui 40 e più solo sul digitale), si possa scrivere una storia di successo.

È con questi stimoli che IBM Italia, in collaborazione con IBM Europa, ha creato una task force dedicata a costruire un punto di vista condiviso e concreto sul Pnrr, che metta insieme le competenze del nostro ecosistema sulle diverse tecnologie esponenziali. Il nostro position paper “Un Paese pronto al Futuro” nasce quindi come contributo per le istituzioni. Si tratta di 24 idee progettuali nate con il fine di offrire un aiuto per accelerare l’implementazione delle sei missioni del Pnrr, attraverso progetti per la trasformazione digitale del Paese.

Dal vostro position paper emerge che la pandemia ha sottolineato la necessità di modelli di business e di servizio più tech e resilienti. Serve per questo una visione sistemica. Come si raggiunge questo risultato?

Il risultato è raggiungibile attraverso un lavoro aperto agli stimoli e un dialogo tra gli attori rilevanti, le istituzioni, le imprese, il lato della domanda, il mondo dell’accademia e quello dei soggetti attuatori. Il lavoro di sistema sarà essenziale per valutare regole e riforme, tenendo sempre in considerazione la timeline: abbiamo infatti cinque anni per giungere a dei risultati, altrimenti rischiamo di non ottenere i finanziamenti. È perciò fondamentale e importante anche avere degli strumenti, come ad esempio la riforma del codice degli appalti, che possano permettere di portare a termine le progettualità nei tempi idonei e concretamente. Infatti, dopo la credibilità degli intenti espressa con le dimensioni di lavoro identificate e descritte nel Pnrr, ora serve quella dei fatti.

Il report parla anche di sovranismo sul digitale in sede Ue. Cosa può fare l’Italia per potenziare a pieno le proprie risorse industriali e rafforzare così la propria leadership? Ue-Usa, davanti alla forza produttiva di Cina e Taiwan possono costruire una “supply chain delle democrazie”?

La sovranità digitale è un tema centrale e IBM è molto attiva al riguardo a livello Ue. Pur essendo una multinazionale americana opera in ossequio alle regolamentazioni ed alle legislazioni europee. Da questo punto di vista e con riguardo al tema del Cloud act e quindi a quello della gestione dei dati sensibili, rispettiamo e rispetteremo sempre le norme locali e quelle dell’Unione.

Sono convinto che si dovrebbe riuscire a ragionare con modalità operative e migliori pratiche sulle infrastrutture e le tecnologie, per operare con fiducia, etica e trasparenza in tutti quei servizi che i clienti ci affidano in gestione o su cui chiedono supporto. Su questo abbiamo una lunga storia. Infatti, non più tardi di due anni fa, abbiamo firmato la Call for AI Ethics lanciata dall’Accademia Pontificia per la Vita, ragionando sul tema, a mio avviso estremamente rilevante e sensibile, dell’implementazione etica degli strumenti di Intelligenza artificiale.

IBM continua a portare avanti questa impostazione supportando da tempo i clienti nella gestione delle attività, aiutandoli ad estrarre dai dati il loro contenuto informativo affinché possano ottenerne un beneficio ed un vantaggio competitivo. Non faremo mai business sui dati dei nostri clienti. Il nostro è un codice etico, condiviso e che distingue IBM sul mercato.

Il Piano finanzia con molte risorse la creazione di un Cloud nazionale definendolo un intervento abilitante per il rafforzamento del servizio pubblico. In che maniera il Paese dovrà affrontare le sfide che questo progetto comporta?

Il cloud è una realtà. È un mezzo (e non un fine) per ottenere ottimizzazione sui costi operativi, flessibilità nella gestione delle attività e dei workload e soprattutto coincide con una qualità migliore dei servizi. Diversi studi confermano che esiste una diretta correlazione fra una strategia di implementazione cloud ed un ritorno a livello Paese in termini di produttività e incremento del Pil.

Si stima che, a livello Paese, un’efficace messa a terra di una strategia cloud nel quinquennio di implementazione del Pnrr possa portare ad una crescita dell’1% sul Pil, rispetto all’aumento inerziale che il Piano già di per sé apporterebbe. Si tratterebbe di 620 miliardi di euro di indotto per le nostre imprese. Ma anche sul versante della Pubblica amministrazione i vantaggi di una piena adozione del cloud sarebbero sensibili: oltre 1 miliardo di risparmi l’anno, derivanti da minori spese energetiche e da una maggiore produttività del personale, che l’utilizzo del cloud permetterebbe di reimpiegare, dopo appropriata formazione e riqualificazione, in altre attività.

Il Polo strategico nazionale è un punto importante da cui partire, su questo il ministero per l’Innovazione tecnologica sta andando in una buona direzione. Ovviamente il percorso è molto sfidante, sarà necessario affrontare una serie di complessità tecniche e tecnologiche che dovranno essere gestite con cura, perché più gli ambienti sono ibridi più serve la creazione di interoperabilità, trasversalità e sempre più si rende complessa la progettazione, la manutenzione e la sicurezza delle piattaforme.

In conclusione, la costruzione di un cloud della Pa mette in evidenza la necessità di progettare un’architettura multi-cloud che affidi gli ambienti più critici alle strutture capaci di supportarli, come il Polo strategico nazionale, e che invece indirizzi verso il cloud pubblico ambienti meno critici e meno sensibili da un punto di vista dei servizi che si prestano. È esattamente questo il terreno in cui, come IBM, stiamo investendo a livello di strategia e competenze. Attraverso l’acquisizione di Red Hat, IBM si sta posizionando sull’orchestrazione e sulla gestione di ambienti complessi, appunto multi-cloud, in una logica fruibile, più sicura e aperta.

Il modello governativo del cloud, che affida il primo livello a operatori italiani ma che ha a monte infrastrutture americane, è suo avviso auspicabile? Quale può essere una strada coerente tra la protezione delle informazioni e dei dati da un lato, e un’innovazione tecnologica che resti estera dall’altro?

Il cloud per sua natura è uno strumento che deve essere implementato con logiche che vanno calate sulle singole situazioni. Il “one size fits all” in questo caso non può esistere. E ciò perché si parte da una struttura sedimentata nei decenni con certe caratteristiche particolari. Una strategia cloud pubblica o mono-cloud per l’informatizzazione della Pa è un approccio che avrebbe difficoltà ad indirizzare le complessità di questo ambiente.

Il riposizionamento che il governo sta attuando con il fine di costruire delle categorie di servizi e gestione dei dati per governarli al meglio secondo, da un lato, le esigenze del caso e dall’altro tenendo conto anche della realizzabilità e il ritorno che si può ottenere da una strategia di trasformazione verso il cloud, è a mio avviso positivo. La modernizzazione delle applicazioni, infatti, rimane un elemento fondante per una corretta valutazione della convenienza e dei benefici di una trasformazione verso il modello cloud.

Comunque non è detto che esso sia sempre la soluzione. Ci saranno degli ambienti che per regole di sicurezza, di resilienza o di economia mal si prestano. Il cloud non è solo un tema tecnologico, ma afferisce a processi, dati, applicazioni e regole, per questo è fondamentale incoraggiare un confronto con i policy maker e i soggetti attuatori.

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