Nell’estate 2021 in Italia sono stati superati tutti i record di temperatura. Il rapporto dell’Ipcc è più chiaro che mai: solo con azioni drastiche riusciremo a contenere gli effetti più disastrosi del cambiamento climatico. I fondi pubblici ci sono, le aziende si muovono anche più rapidamente dei governi. Scenari, numeri e prospettive secondo Erasmo D’Angelis

Clima è una parola inventata dai greci. Non indicava il banale “che tempo fa?”, ma lo studio di quell’insieme di complessi e allora inspiegabili fenomeni meteorologici che condizionano l’atmosfera e influiscono sulla vita terrestre. Al κλιμα, i primi astronomi e filosofi aggiunsero poi il logos, il pensiero, la parola “climatologia”.

Passati 2500 anni, alla conoscenza della Terra e dell’atmosfera il monitoring di tutti i parametri climatici ha fatto aggiungere ai climatologi la nuova parola chiave, l’inesorabile traumatico “Tipping Point”. È il punto di non ritorno delle quantità di carbonio sparate in atmosfera in un flash nella storia del pianeta, l’infinitesimo matematico di soli 150 anni di storia industriale. Con estrema chiarezza e senso della realtà, ciò che subiamo e potrà ancora accadere è nel sesto e più drammatico report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, la task force indipendente di 2000 scienziati dei maggiori centri di ricerca internazionali di 195 Paesi istituita dalle Nazioni Unite nel 1988 per valutare l’evolversi del clima a livello globale, con anche i nostri esperti del Cnr e del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici.

Il più autorevole centro di analisi climatiche del mondo ha lanciato un Sos come un ultimatum indicando le molte aree del mondo, compresa la nostra regione del Mediterraneo, che sono dentro la linea del fuoco, e dove “il peggio deve ancora venire”. Ci dicono che stando ancora fermi ad aspettare un Godot, a pagarne il prezzo saremo noi ma soprattutto saranno i nostri figli e nipoti.

Fanno davvero impressione i dati con l’aumento delle temperature, la frequenza e la violenza degli impatti dei peggiori eventi meteo-climatici in ogni continente, con la nostra penisola in mezzo al mare che si sta rivelando un hot spot di eventi un tempo considerati “estremi” e oggi con una normalità sempre più estrema. Il trend del clima pone a tutti il seguente quesito: vogliamo fare davvero la parte dei pinguini delle ultime quaranta colonie dell’Antartide che un aumento di altri 2° di temperatura globale lascerebbe senza più cibo né casa glaciale o, se preferite, quella degli orsi polari pelle e ossa in bilico sui lastroni di ghiaccio che si assottigliano, o non è giunta l’ora di darsi seriamente una mossa?

La pandemia climatica è anche peggio delle previsioni

Perché il fatto nuovo rilanciato dall’Ipcc è che il punto di non ritorno sta per essere raggiunto e forse superato, al punto da non riuscire più a tornare allo stato iniziale. Chi si illudeva, chi preferiva rinviare con la logica tipica del Made in Italy del “non nel mio mandato”, chi spargeva disinformazioni e sottovalutazioni ritardando i cambiamenti, ha sbagliato calcoli e bersaglio, perché la realtà affiora ogni giorno ed è un boomerang sulle teste di tutti, come dimostra l’ampia documentazione con l’alert più forte mai lanciato dai precedenti cinque rapporti scientifici.

Dopo la promessa solenne risuonata in 26 conferenze mondiali seguite all’Earth Summit di Rio de Janeiro del 1992, dopo le speranze sparse dall’accordo di Parigi solennemente firmato da 195 Paesi il 12 dicembre del 2015, aspettiamo ancora la fine della retorica delle emozioni e che la complessa macchina diplomatica-giuridico-negoziale mondiale non resti in tilt ma si muova e produca fatti ed effetti su scala globale e locale. Perché negli ultimi decenni, indica l’ipcc, ogni decade ha battuto i record di caldo precedenti.

Con il paradosso di una evoluzione di tutti gli indicatori climatici risultata molto più veloce degli stessi modelli previsionali della task force scientifica. I danni della “pandemia climatica”, in assenza di azioni, sono stati infatti peggiori e più diffusi di quelli previsti e annunciati dagli scienziati Onu. Proprio loro, sempre accusati di catastrofismo, hanno invece adottato un eccesso di ottimismo e di prudenza, oggi messi da parte di fronte alla spaventosa realtà di effetti meteo-climatici definiti come “inevitabili e irreversibili…molti senza precedenti in migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, e alcuni tra quelli già in atto, come il continuo aumento del livello del mare, irreversibili in centinaia o migliaia di anni”.

Il trend del calore globale, con l’attuale ritmo di immissione di gas killer in atmosfera vedrà infatti raggiunta in anticipo la soglia di sicurezza dell’aumento della temperatura media del pianeta calcolata a 1,5 gradi centigradi rispetto ai valori preindustriali. Era la soglia da non superare, come concordarono a Parigi. Ma senza concrete misure di riduzione di emissioni, lo raggiungeremo, avverte l’Ipcc, già intorno al 2030, una decina di anni prima del previsto e questo significa emergenze aggiuntive con perdite di vite umane e danni enormi a tutte le latitudini.

Da crisi a emergenza, secondo tutti gli indicatori

Ma il fatto è che anche non superando quel limite, le proiezioni scientifiche indicano comunque “un aumento senza precedenti di eventi meteorologici estremi”. La mole di analisi, dati, tabelle, grafici, modelli climatici sui quali hanno lavorato 234 scienziati di ogni continente, analizzando anche oltre 40mila studi scientifici pubblicati, individua stravolgimenti di ecosistemi, impatti anche su acque, città, infrastrutture, benessere, sicurezze, sistemi economici per il “rischio imminente di toccare 1,5 gradi” poiché siamo già a quota più 1,2, e tutte le nuove stime sono molto pessimiste.

Siamo dunque al passaggio da “crisi climatica” a “emergenza climatica”, come segnalano tutti gli indicatori degli ecosistemi terrestri – atmosfera, oceani, ghiacci – che mutano a velocità mai osservate. L’innalzamento del livello del mare con un più 20 centimetri nell’ultimo secolo con un’accelerazione più che doppia negli ultimi 10 anni, è direttamente proporzionale allo scioglimento dei ghiacci e all’aumento di temperatura media globale che nel solo decennio 2011-2020 è stata di 1,09 °C superiore a quella del periodo 1850-1900, mai così rapido da 200 anni e mai così elevato da 6.500 anni.

E le catastrofi climatiche non sono mai state così frequenti e gravissime in tutti i continenti con ondate di calore, siccità prolungate, furiosi incendi e tifoni, cicloni e alluvioni con il corredo di frane nel 90% delle regioni del mondo. Con un riscaldamento globale a 2°C, gli estremi di calore raggiungerebbero soglie di tolleranza critiche anche per larga parte dell’agricoltura e per la nostra salute, intensificheranno scioglimenti del permafrost, di ghiacciai e calotta polare e perdita della copertura nevosa stagionale e del ghiaccio marino artico estivo col conseguente innalzamento del livello del mare che “caratterizzerà tutto il XXI secolo con inondazioni costiere più frequenti e gravi nelle aree basse”.

Cosa possiamo fare: la Cop26 di Glasgow

Fermarci in tempo è però possibile e va fatto, ed è anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres a invocare ancora tagli immediati alle emissioni di CO2 per evitare che ogni obiettivo possa finire fuori portata: “Siamo al codice rosso per l’umanità. I campanelli d’allarme sono assordanti e le prove inconfutabili: le emissioni di gas serra dovute alla combustione di combustibili fossili e alla deforestazione stanno soffocando il nostro pianeta e mettendo a rischio immediato miliardi di persone”. Lo spiraglio realistico è riuscire a reggere assolutamente il livello 1,5°C con “riduzioni immediate, rapide e su larga scala delle emissioni nei prossimi 20 anni”, altrimenti anche i 3°C saranno probabili e forse saliremo verso i catastrofici più 4 o 5° a fine secolo.

Il giro di boa, senza più girarci intorno, sarà il problema numero uno da affrontare nella conferenza Onu sul clima, la COP26 di Glasgow dall’1 al 12 novembre 2021, necessariamente ricalibrata sul rapporto dell’Ipcc, dove si legge che “molti cambiamenti sono senza precedenti in migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, e alcuni tra quelli che sono già in atto, come il continuo aumento del livello del mare, sono irreversibili in centinaia o migliaia di anni“. Dovrà decidere l’inizio del calo delle emissioni a partite da CO2 e metano, che il report indica come responsabili del riscaldamento di +1,1°C rispetto al periodo 1850-1900. “È tempo di diventare seri” è l’appello degli scienziati, perché “solo pochissime Nazioni finora hanno presentato piani di azione mentre servono immediate, forti e costanti riduzioni di emissioni di anidride carbonica e di altri gas serra“.

Se il clima sta cambiando, dobbiamo cambiare anche noi e alla svelta. La nostra penisola hot spot di effetti climatici nella regione del Mediterraneo mostra una quarantina di aree costiere individuate dalle analisi Enea e Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici a rischio sommersione per l’aumento del livello dei mari anche fino a 80 centimetri a fine secolo, ma con problemi già dal 2030. Possono essere modifiche così radicali della morfologia attuale da rabbrividire, con previsioni di allagamenti dove si concentra oggi oltre metà popolazione italiana, industrie, agricoltura, turismo.

Ma il riscaldamento delle acque marine mediterranee di 1 grado fa sì che bolle di calore ristagnino in atmosfera scaricando piogge a carattere “esplosivo” in tempi e su aree sempre più ristretti. Se la temperatura dovesse sfondare 1,5 gradi su scala globale, il nostro termometro potrebbe salire di 2 gradi e tante zone rischierebbero un tracollo e gli esperti dell’Onu prevedono un aumento di desertificazione e di innesco di flash flood, uragani e cicloni extratropicali, e propagazione di incendi devastanti.

L’estate 2021 in Italia: superati i record degli ultimi 30 anni

Questa accelerazione è già evidente da due decenni, e nella bollente estate italiana 2021 i satelliti Copernicus già rilevano il superamento di ogni record di temperature medie degli ultimi trent’anni, ed è anche questo che rende più difficoltosa la lotta agli incendi provocati da criminali piromani che solo dal 15 giugno ad oggi hanno visto 44.500 interventi di protezione civile. I Canadair in queste ore sono in volo su 28 fronti di fuoco, e il capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio mette in guardia per le giornate più calde di questa settimana.

L’aumento in frequenza, intensità e gravità colpisce comunità fin troppo vulnerabili, avverte anche lo State of Climate Services, il rapporto della World Meteorological Organization dell’Onu, con problemi di carenza di allarmi precoci, servizi di previsione, sistemi di difesa e adattamento. I soli ultimi 20 anni di catastrofi naturali correlate al caos climatico, hanno provocato nel mondo oltre 2 milioni di vittime, colpito zone sulle quali vivono 4,4 miliardi di abitanti, e sono costate circa 4.000 miliardi di dollari per risarcimenti e ricostruzioni dopo vaste inondazioni, uragani e incendi, siccità e tornado. E finalmente anche gli economisti mettono in guardia il mondo dai pericoli dell’immissione senza limiti di CO2 in atmosfera, certificando la sua strettissima correlazione con le prossime bancarotte finanziarie di società e Stati.

I rifugiati del clima

E c’è sullo sfondo un altro bel problema molto sottovalutato. Arriva dalle Carteret e da Papua Nuova Guinea, dall’arcipelago di Kiribati tra le Hawaii e Tahiti e dalla Polinesia, dalle Maldive e da altre isole da sogno dove la king tide, la super marea di inizio anno ha ormai esteso il suo periodo d’azione sommergendo continuamente villaggi e spiagge di sabbia bianca; e da aree desertificate dell’Africa o perennemente alluvionate dell’Asia. Si annuncia la più grave crisi dei rifugiati dalla seconda guerra mondiale.

C’è uno spettro che s’aggira ai piani alti dell’Onu, ed è un dossier esplosivo firmato dai prudenti economisti della Banca Mondiale. Proietta il XXI° secolo come “il secolo dei migranti ambientali”. Calcola, nei prossimi trent’anni, fino a un miliardo di profughi in fuga da “terre inospitali per effetti di caldo, siccità, desertificazioni, alluvioni, aumento del livello del mare, mancanza d’acqua, degrado degli ecosistemi tra Africa, Asia e America Latina”. Sarà la più grande migrazione forzata della storia dell’umanità. Avverte che, senza azioni per il clima e aiuti internazionali, si metteranno in marcia milioni di profughi ancora oggi senza status giuridico e diritto d’asilo.

Quanti sono? Dove andranno? L’unica certezza è che già partono dalle aree più colpite e povere per condizioni di vita impossibili, da paesaggi esotici che sembravano immutabili e economie locali che dipendono dal turismo e dalla pesca ormai in balia delle emergenze climatiche. Il clamoroso report del 18 marzo del 2018 “Groundswell: Preparing for Internal Climate Migration” della Banca Mondiale fotografa un fenomeno di dimensioni enormi. Analizza tre territori – Etiopia, Bangladesh e Messico – e stima spostamenti per l’impatto del clima di 143 milioni di persone entro il 2050, avvertendo che “…solo politiche di riduzione di emissioni di gas serra e azioni di difesa potranno ridurre le partenze a 40 milioni di migranti climatici”.

Senza una robusta e permanente azione internazionale, i flussi migratori sono inevitabilmente destinati ad investire altri continenti e in particolare l’Europa a partire dall’Italia dove uno studio dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del CNR indica gran parte del flusso migratorio verso la penisola innescato da fenomeni meteo-climatici.  Problema che non fa notizia, ma colpisce tante popolazioni.

Dobbiamo difendere il nostro territorio. I soldi ci sono

La lotta all’emergenza climatica è sempre più una integrazione di politiche globali e locali. Per noi è di vitale importanza. I nostri territori devono essere difesi, le nostre città devono adattarsi al clima che cambia, e bisogna passare dall’inseguire sempre le emergenze alla prevenzione permanente con la certezza di poter ridurre i danni investendo molto meno di quanto potremmo spendere in futuro per ripararli.

Non è nemmeno più un problema di risorse. La Commissione europea ha deciso di accelerare e ridurre le emissioni del 55% rispetto ai livelli del 1990 entro fine decennio puntando a far crescere lavoro ed economie in modo sostenibile, con investimenti clamorosi sostenuti dai clamorosi pacchetti finanziari climatici “Fit for 55” e dal nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.  Complessivamente sul piatto italiano ci sono risorse mai viste per la transizione ecologica ed energetica.

Il Pnrr destina quasi 70 miliardi: 59,47 miliardi dal programma europeo del Next Generation Eu, 9,32 miliardi dal Fondo nazionale complementare e 1,31 miliardi dal progetto React-EU. Più 70 miliardi di risorse ordinarie gestite dall’Agenzia di Coesione Territoriale nel settennato 2021-17. Potremmo ridurre le nostre debolezze strutturali nella difesa climatica, nel settore idrico oggi Cenerentola negli investimenti e in quello del dissesto idrogeologico che da tre anni non ha più strutture operative, adattare le aree urbane ai cambiamenti, attivare nuovi processi produttivi, nuove tecnologie, energie rinnovabili, la mobility revolution a trazione ecologica, efficienza energetica, economia circolare, e molto altro.

Le aziende si muovono più velocemente dei governi

Gli ambienti finanziari calcolano il business-ambiente e il business-clima con un indotto di 26 trilioni di dollari per un piano di transizione energetica globale con molti milioni di posti di lavoro in più in una miriade di opere di mitigazione diffuse e strategie sistemiche di adattamento. Tanti manager di aziende non aspettano i passi da lumaca dei governi ma stanno avviando in proprio la transizione dalle fonti fossili. Che sia questa la sfida lo ha platealmente annunciato Joe Biden avviando dopo la sua elezione il primo vertice dei leader mondiali alla Casa Bianca sul clima:  “Combattendo i cambiamenti climatici vedo l’occasione di creare milioni di posti di lavoro“. Gli analisti climatici sanno bene che dimezzando le emissioni entro il 2030 e raggiungendo l’economia a “zero emissioni” entro il 2050 si accelerano anche investimenti innovativi che producono tanta occupazione, e tanto consenso.

Tutto il modello di sviluppo italiano, va allora reimpostato. L’ultima ricerca dell’Università di Oxford e della School of Entreprise and Environment piazza l’Italia, assieme a Cina, Stati Uniti e Regno Unito, tra i paesi hub dell’eco-business che potrebbero “vincere alla grande nella transizione verso un’economia green nei prossimi decenni”. L’Italia emerge addirittura come prima per “potenziale” di produzioni e occupazione.  E se è così, allora basta vivacchiare. Basta leggere i dati di Fondazione Symbola e Unioncamere che raccontano come oltre 432mila imprese italiane nell’industria e nei servizi hanno investito in prodotti e tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiando energia contenendo emissioni di CO2, occupando in green jobs oltre 3 milioni di persone, il 13,4% del totale degli occupati.

Tra annunci di catastrofi, questi sono almeno orizzonti invitanti che meritano quella mobilitazione operativa per il clima che ancora non si vede.

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