La stabilità politica di Russia e Bielorussia dipende sempre più dalla rete. La circolazione dei dati impatta il controllo sul sistema, i due dittatori lo sanno. Gli oppositori pure. Mentre i regimi autoritari del Ventunesimo secolo tentano di imbrigliare la rete, l’opposizione la sfrutta a suo vantaggio

Russia e Bielorussia del XXI secolo sono due regimi autoritari imperfetti. Non hanno saputo o potuto ricreare il controllo ferreo che la Cina mantiene sulla propria rete essendo entrambi sono troppo integrati con gli apparati web occidentali. Sia Vladimir Putin sia Alexander Lukashenko stanno cercando di mantenere l’assoluto controllo dei dati sensibili – ossia qualunque tipo di informazione che contraddica la loro versione, opportunamente distorta e propagandata, della realtà. E il terreno di lotta digitale, la sfera pubblica 2.0 – immediata, tentacolare, immateriale – è diventato il non-luogo dove gli equilibri di potere possono essere ribaltati.

Russia: la rincorsa del probiv

L’approccio russo mostra che razza di sfida sia distorcere una forza di per sé democratica come internet. Da anni Mosca ha due direttrici, una tecnica e una legislativa, per asservire la rete ai propri scopi. La prima è spesso fallimentare e grossolana; a marzo, quando il regime provò a limitare la banda di Twitter (colpevole di ospitare contenuti scomodi e correlati alle proteste guidate da Alexei Navalny), l’autorità delegata Roskomnadzor oscurò per sbaglio il sito del Cremlino.

Non potendo ancora risolvere il problema alla radice, le autorità sfruttano la legge per criminalizzare dati e contenuti non graditi. Il regime mantiene dal 2012 una lista nera di domini che i fornitori di servizi internet sono tenuti a bloccare, ma la misura è facilmente aggirabile con una Vpn. Dunque si deve passare alla censura del contenuto. A luglio il servizio di sicurezza russo ha stilato una lista di argomenti che è meglio non trattare, pena essere bollati pretestuosamente come “agenti stranieri”. Questa sorte era già toccata a Navalny (in prigione) e alle organizzazioni che gli orbitano intorno (smantellate).

Il problema per il Cremlino è che i dati sono già fuori, e viaggiano. Scrive il Center for European Policy Analysis (Cepa) che i database in circolazione sono “il sottoprodotto della nascente sorveglianza digitale russa, standard di sicurezza laschi e corruzione endemica”. Studiare questi dati – probiv in russo – permette a schiere di reporter di fare il loro lavoro; recentemente i giornalisti di Novaya Gazeta hanno collegato il genero del ministro degli Esteri Sergey Lavrov a persone potenzialmente connesse al Wagner Group, la milizia privata che il Cremlino impiega surrettiziamente per le operazioni internazionali. In più, l’organizzazione investigativa Bellingcat ha fatto uso del probiv per identificare gli agenti russi dietro all’attacco chimico di Salisbury e i mancati assassini di Navalny.

Naturalmente le autorità russe sono al lavoro per arginare la piena del fiume digitale, al punto da ristrutturare le logiche di potere attorno al suo corso. In un’intervista a RBC Alexey Kudrin, capo della Camera dei conti, ha ammesso che l’accesso pubblico ai dati utili per la società era sempre più limitato, ma ha aggiunto che i database “sono accessibili agli esperti e ai deputati”. Per il Cepa, “questo essenzialmente crea una ‘aristocrazia dei dati’, in cui l’accesso alle informazioni è distribuito dal centro, con l’intesa che non sarà usato ‘slealmente’ […] ciò rende il governo l’unica istituzione in grado di condurre un’analisi approfondita dei processi sociali ed economici, [consentendogli] di scegliere quale problema risolvere – o quali standard modificare”.

Intanto che il Cremlino lavora sulla stretta, nulla gli impedisce di sfruttare il mare di dati a proprio vantaggio. In aprile un gruppo di hacker ha pubblicato la lista di iscritti alla campagna per la liberazione di Navalny. Questo database è poi stato arricchito da altri dettagli personali che secondo il sito Meduza non potevano che provenire dalle autorità. Le persone sulla lista sono state minacciate, alcune licenziate. Non a caso: documenti sottratti nel 2019 al servizio di sicurezza russo Fsb mostrano chiaramente i piani dell’organizzazione per identificare e deanonimizzare gli oppositori del regime.

Bielorussia: il campo dei ciber-partigiani

È passato un anno dalla brutale stretta del regime bielorusso sulla propria popolazione, insorta dopo le elezioni presidenziali che il batka Lukashenko (in carica dal 1994) ha manipolato per restare al potere. Dopo mesi (e oltre 27.000 arresti) le autorità sono riuscite a limitare le proteste in strada; talvolta controllano il telefono delle persone e le arrestano per accertamenti se queste hanno installato Telegram. L’attivista Roman Protasevich, arrestato a maggio con un atto di pirateria aerea, era la mente dietro al canale di controinformazione Nexta. Perché è da Telegram che passa la rivolta, fattasi carsica.

Oggi in Bielorussia ci sono due tipi di ribelli, quelli fuggiti all’estero e quelli in incognito. Questi ultimi devono fare i conti con un’architettura di sorveglianza di massa affinata negli anni. Ma un piccolo gruppo di hacktivisti, che si fa chiamare Cyber Partisans, sta lavorando in concerto con un gruppo di ex spie e agenti governativi emigrati (BYPOL) e con un numero incerto di aiutanti ancora nel governo per ritorcere questo sistema di raccolta dati contro il regime. E tanto hanno fatto, che tra gli esperti del settore c’è chi definisce il loro lavoro “l’hack di uno Stato più completo che si possa immaginare”.

“Il mese scorso hanno hackerato i server della polizia bielorussa e del ministero dell’Interno”, ha scritto su Twitter l’attivista bielorusso Tadeusz Giczan. Ma non solo: i partigiani digitali sono penetrati nel database contenente tutti i dati personali di tutti i cittadini (servizi segreti inclusi); nelle telecamere delle stazioni di polizia, delle prigioni e persino dei droni; nei server di coloro che gestiscono i canali filogovernativi; nelle liste di telefonate registrate, comprese quelle tra esponenti del governo. Il gruppo sostiene di aver hackerato praticamente tutta l’amministrazione Lukashenko e che i dati diffusi finora sono solo una minuscola parte di quelli in loro possesso.

Tra i dati esfiltrati e pubblicati regolarmente su Telegram ci sono contenuti molto imbarazzanti per il regime, tra cui le prove della sottostima della mortalità del Covid-19, quelle di abusi da parte della polizia e registrazioni di ordini illegali dati dal governo per contenere l’opposizione. In una di questi audio la portavoce di Lukashenko chiede a un comandante delle forze dell’ordine di coprirla mentre lei è fuori “a caccia di attivisti”. In un’altra, risalente ai giorni prima del voto +ììùpresidenziale, due ufficiali discutono di “arresti preventivi” tra gli oppositori – tra cui membri dello staff della leader dell’opposizione, oggi in esilio, Svetlana Tikhanovskaya.

Gli obiettivi del Cyber Partisans spaziano dalle operazioni di disturbo alla diffusione delle prove che attestino la vera natura del governo di Lukashenko. “Quello che vogliamo è fermare la violenza e la repressione del regime terroristico in Bielorussia e riportare il Paese ai principi democratici e allo stato di diritto”, ha detto al MIT Technology Review un portavoce anonimo. “Abbiamo un piano strategico che include attacchi informatici per paralizzare il più possibile le forze di sicurezza del regime, per sabotare i punti deboli del regime nelle infrastrutture e per fornire protezione ai manifestanti”.

A fronte del potere militare di Lukashenko, è difficile stabilire se le azioni destabilizzanti dei ciber-partigiani possano davvero invertire il declino democratico in Bielorussia, che per ora rimane fermamente nell’orbita russa. A ogni modo, il malcontento popolare che queste alimentano via Telegram può rivelarsi decisivo – il regime di Minsk non ha alle spalle lo stesso apparato di Mosca, né i cittadini bielorussi sembrano disillusi come la maggioranza di quelli russi. Del resto c’è ancora chi – come Navalny – crede che persino l’era autoritaria di Putin finirà per cedere il posto a un processo di democratizzazione.

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