La guerra in Afghanistan rievoca spettri e paure in più di una generazione di russi che non ha voglia né le forze di imbarcarsi in una nuova avventura estera in mezzo alla crisi pandemica ed economica. Ecco perché la conquista talebana di Kabul non è una buona notizia per Putin. L’analisi del professore Giovanni Savino (Accademia presidenziale russa, Mosca)

In uno dei film russi più celebri degli ultimi 20 anni, Cargo 200 (Gruz 200) di Aleksej Balabanov, girato nel 2007 e ambientato nel 1984, vi è una scena che simboleggia cosa ha significato l’intervento in Afghanistan per la società sovietica: l’arrivo di un Ilyushin-76 carico di bare di zinco (in codice Gruz 200) da scaricare, mentre salgono in tutta fretta altri soldati da inviare al fronte di una guerra mai dichiarata ma fatale per i delicati equilibri dell’Urss.

Quando si parla di Afghanistan in Russia, la memoria di tanti corre alle immagini della cruenta pellicola di Balabanov, e ai ricordi e alle testimonianze di chi è sopravvissuto ai dieci anni dell’ultima avventura sovietica. Spesso si sprecano le analogie tra il conflitto sui monti e nelle valli del Paese asiatico e la quasi ventennale guerra vietnamita degli Stati Uniti, senza tenere conto di una differenza non da poco. I veterani americani tornarono dalle giungle in una società scossa ma stabile, di certo diffidente ma in grado di provare in vario modo a cauterizzare ferite e traumi degli eventi bellici. I ragazzi sovietici si trovarono invece ulteriormente travolti dal caos della fine dell’Urss e dello sgretolamento di valori e consuetudini considerate la norma fino al 1991.

L’avanzata vittoriosa dei talebani, a più di quarant’anni dall’entrata dell’Armata Rossa nel Paese, trentadue dal ritiro e venti dall’intervento statunitense e Nato, sembrerebbe dimostrare la vanità degli sforzi, prima di Mosca e poi di Washington, di condurre l’Afghanistan sulla strada di una “normalità” imposta con l’intervento militare.

Mentre gli “studenti del Corano” si accingono a conquistare Kabul, tra avanzate sospese e trattative con il governo afghano in carica, l’agitazione nelle capitali delle repubbliche centrasiatiche è comprensibilmente forte. La conquista delle province afghane ha già avuto come primo, grave, effetto la fuga di migliaia di persone verso l’Uzbekistan, il Tagikistan e il Kirghizistan, i cui posti di frontiera son stati travolti dell’ondata di disperati ancora una volta costretti a lasciare le proprie case verso un destino da rifugiati.

Un carico enorme per i Paesi centrasiatici, già invischiati in problemi sociali ed economici di lunga durata, aggravati dalla pandemia globale che ne ha limitato una delle principali risorse, le rimesse degli immigrati kirghisi e tagiki dalla Russia.

Mosca si trova di fronte all’ennesimo rebus di politica estera: trattare con i talebani, sostenere il governo di Kabul ormai sospeso in aria o appellarsi alla comunità internazionale per un intervento collettivo? L’ultima opzione oggi appare lontana, visto il ritiro americano, ma in futuro potrebbe riproporsi in qualche modo, perché se gli Stati Uniti sono lontani dalle frontiere afghane, Mosca e Pechino sono prossime (e la Cina confina per un breve tratto), l’Iran è un vicino di Kabul da decenni ormai luogo di asilo per centinaia di migliaia di rifugiati, mentre l’Unione Europea potrebbe trovarsi in una situazione simile al 2015, quando dalla Siria arrivarono migliaia di uomini e donne in fuga dalla guerra.

Il problema è che tipo di intervento prevedere per l’Afghanistan, perché ogni opzione militare ha dimostrato ampiamente i propri limiti nel corso dell’ultimo quarantennio, contribuendo solo a peggiorare la situazione. Un intervento richiede inoltre degli interlocutori, e Mosca, come già analizzato precedentemente qui, prova da qualche tempo a trattare sia con i talebani che con il governo.

Un’operazione che non è frutto di mosse spregiudicate o di una strategia complessiva, ma di una divisione tra Consiglio di sicurezza e Ministero degli Esteri sulle prospettive per l’Afghanistan. Le rassicurazioni dei talebani di non voler intervenire nella politica interna dei Paesi dell’Asia centrale e in Russia (dove vivono trenta milioni di musulmani) non sembrano però tener conto di quale dinamica emulativa possa scatenare la vittoria degli “studenti del Corano” tra le organizzazioni islamiste presenti nella regione eurasiatica, dal Caucaso allo Xinjiang cinese. Non basta ricordare l’accesa ostilità dei talebani verso l’Isis, perché in una situazione di caos generale focolai insurrezionali e “santuari” in grado di fornire rifugio ai jihadisti del Caucaso e dell’Asia centrale potrebbero crearsi indipendentemente dalle promesse enunciate in sede di trattativa.

Mosca al momento non è in grado, razionalmente, di poter assicurare un proprio intervento in solitaria in Afghanistan. La Russia è impegnata su vari fronti, dalla Siria all’Africa, dal peacekeeping nel Nagorno-Karabakh alla problematica Bielorussia, e l’apertura di un ulteriore settore implicherebbe un impiego di risorse umane, militari e economiche in grado di portare a una crisi senza precedenti del sistema putiniano.

La presenza nelle forze armate ai gradi più alti di veterani dell’intervento sovietico nel paese potrebbe frenare velleità di impiego militare, ben consci dell’eventuale prezzo da pagare. E la società russa non è pronta ad accogliere altri, pesanti, “carichi 200” di ritorno dalle montagne e dalle valli afghane nel silenzio.

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