Nel decreto-legge approvato ieri dal Cdm c’è una modifica alla governance spaziale che consente a Mario Draghi di assegnare la delega anche a un ministro. La corsa dopo il passo indietro di Tabacci è aperta e tutti i partiti della maggioranza sono interessati. Per evitare nuovi conflitti nella coalizione, Palazzo Chigi starebbe pensando a Vittorio Colao

Tutti pazzi per lo Spazio. Il passo indietro di Bruno Tabacci ha lanciato la nuova corsa per la gestione della politica aerospaziale nazionale. Corsa che si preannuncia ancora più aperta, visto che, come apprende Formiche.net, nel decreto-legge licenziato ieri dal Consiglio dei ministri è stata inserita una modifica alla governance spaziale, che consente ora a Mario Draghi di assegnare la delega non solo a un sottosegretario di palazzo Chigi, ma pure a un ministro, “anche senza portafoglio”.

Tutti i partiti considerano questa materia politicamente rilevante, e non solo per la dimensione significativa dei budget destinati proprio allo Spazio. Da ciò che risulta a Formiche.net, il pressing verso palazzo Chigi si è fatto già molto intenso. Forse troppo. Il premier vorrebbe evitare nuovi contrasti fra le forze politiche che lo sostengono.

L’orientamento sembra dunque essere (sebbene nulla sia ancora confermato) di procedere per una rapida staffetta da Bruno Tabacci al tecnico Vittorio Colao, ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale. Vanta una lunga carriera manageriale (dal 2008 al 2015 è stato ad di Vodafone), la guida della task force “Fase 2” voluta lo scorso anno da Giuseppe Conte e ora il coordinamento governativo sul fronte della digitalizzazione, a partire dal Cloud. Di Spazio non si è mai occupato, ma è formalmente ministro “senza portafoglio”, e nel caso di delega permetterebbe alla stessa di rimanere nel perimetro sostanziale della presidenza del Consiglio.

Una candidata con tutti i requisiti formali potrebbe essere anche Fabiana Dadone, ministro per le politiche giovanili, fortemente sostenuta dal M5S. Il partito guidato ora da Giuseppe Conte può vantare l’esperienza maturata con Riccardo Fraccaro (sottosegretario delegato nel Conte 2) ed anche l’attenzione che Luigi Di Maio dedica al settore dalla Farnesina. Tra l’altro, affermano fonti vicine al Movimento, il dicastero ora guidato dalla Dadone non è certo tra i più impegnativi, e quindi la delega spaziale sarebbe ben più sostenibile anche in confronto all’agenda già fittissima e ricca di Colao.

Lega e PD, da parte loro, non vogliono restare alla finestra. Giancarlo Giorgetti si è occupato di Spazio da sottosegretario con delega nel Conte 1, e ora al Mise mantiene diverse competenze che toccano il settore (non a caso ha parlato a più riprese con l’omologo francese sul delicato tema dei lanciatori). Il profilo dell’esponente del Carroccio sarebbe ideale come quello di Lorenzo Guerini, punto di riferimento del Pd all’interno del governo per i temi aerospaziali.

Nell’uno (Giorgetti) e nell’altro caso (Guerini) l’unico limite è però la legge. La riforma spaziale introdotta nel 2018 ed elaborata, tra gli altri, dall’ex numero uno dell’Asi, Roberto Battiston, riconoscendo la centralità del comparto per industria e ricerca a livello nazionale, ne ha assegnato l’alta direzione e il coordinamento al presidente del Consiglio. La delega quindi deve essere nel perimetro di Palazzo Chigi. I diversi ministri, inclusi quello dello Sviluppo economico e della Difesa partecipano infatti al Comint, il comitato interministeriale che garantisce il coordinamento strategico del comparto spaziale.

Ecco perché il dossier resta nelle mani di Mario Draghi e del sottosegretario Roberto Garofoli, che pure nelle prime settimane di governo era stato dato come papabile delegato allo Spazio, prima dell’individuazione di Tabacci. In quel caso l’assegnazione della delega non era stata semplice, arrivata a oltre un mese dall’insediamento a palazzo Chigi, dopo diversi Cdm. Questa volta i tempi potrebbe essere più contenuti. La contestualità tra il passo indietro di Tabacci e la modifica alla governance lascia immaginare che il premier possa avere le idee chiare (il profilo di Colao sembra essere quello più calzante).

Di certo, lo Spazio ha bisogno di trovare con rapidità il nuovo riferimento politico. Il settore è dinamico e in crescita, ma le sfide sono notevoli. Prima di tutto c’è l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Circa l’1% delle risorse sono destinate allo Spazio, una cifra tra i 2 e i 3 miliardi di euro. Andranno spesi bene e fatti fruttare al meglio, amplificando i tradizionali ritorni che lo Spazio è in grado di generare a Terra.

Delicato anche il fronte internazionale. Tutta l’Europa è alle prese con un cambio di governance, frutto del potenziato ruolo di cui si è dotata l’Ue. A Bruxelles il dossier è gestito dal commissario francese Thierry Breton, nelle cui competenze rientra un programma spaziale da 14,8 miliardi di euro per i prossimi sette anni, per la cui attuazione è nata anche una nuova agenzia, l’Euspa.

L’Esa ha dovuto prendere le misure con tale ambizione. Il direttore generale Josef Aschbacher, che ha assunto la guida dell’agenzia a febbraio, ha per questo lanciato la sua Agenda 2025. A livello di governance, secondo la nuova impostazione sarà l’Ue ad avere la gestione strategica dello Spazio continentale nei prossimi anni, lasciando all’Esa il ruolo di esecutore. Lo scorso 22 giugno, Breton e Aschbacher hanno firmato il “Financial framework partnership agreement” (Ffpa), cioè il quadro normativo con cui le due organizzazioni dovranno collaborare per i futuri programmi.

In tale contesto si inserisce la ricerca di un nuovo equilibrio tra le maggiori potenze spaziali del Vecchio continente, gruppo in cui si inserisce di diritto anche l’Italia. Tabacci aveva lanciato il “tavolo a tre gambe” con Francia e Germania, con l’obiettivo di riequilibrare i rapporti di forza e contenere gli allunghi transalpini.

Lato americano, l’attenzione è tutta per Artemis, il programma lunare voluto da Donald Trump e confermato con determinazione dall’amministrazione di Joe Biden, che ne ha affidato l’attuazione all’esperto Bill Nelson, amministratore della Nasa. Per l’Italia si tratta di sfruttare al meglio il posizionamento maturato in ambito Esa e nei rapporti bilaterali con gli Usa, considerando che le ambizioni italiane coprono tutte le fasi del progetto, dalla stazione in orbita, ai moduli in superficie, fino alle telecomunicazioni Terra-Luna. Su questo sono già arrivati risultati importanti, da consolidare anche alla luce dell’accresciuto carattere geopolitico della sfida lunare.

Insomma, le sfide non mancano e lo Spazio corre veloce. Come dimostrano le mosse dei principali attori internazionali, il settore ha bisogno di una forte guida di matrice più politica che tecnica. Così è stato anche per l’Italia negli ultimi anni, con Giorgetti, Fraccaro e, seppur brevemente, con Tabacci. Ora l’auspicio è che lo scossone sulla governance nazionale possa ricomporsi rapidamente. A Draghi tocca fare una scelta che, pur non ostaggio dei partiti, tenga conto della priorità politica che lo Spazio rappresenta nelle grandi scelte che si stanno compiendo nell’ambito degli affari europei.

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