La giornalista ha lasciato Mosca dopo essere stata espulsa perché considerata “una minaccia per la sicurezza nazionale”. Nel suo racconto la trasformazione della Russia, il piano di repressione (in vista delle elezioni) e il calore dei russi che si vergognano del loro governo

 

Cartoline, biglietti, peluche, il dolce cagnolino “Smudge” e tanta impotenza riempiono il bagaglio di Sarah Rainsford, la corrispondente della Bbc a Mosca, costretta a lasciare il Paese perché considerata una minaccia alla sicurezza nazionale. Dopo avere postato su Twitter la foto di “Smudge” sul metal detector dell’aeroporto, la giornalista ha pubblicato l’ultimo reportage prima dell’espulsione dal territorio russo.

“Sto scrivendo questo nel cuore della notte al tavolo della mia cucina a Mosca, guardando le stelle rosse e le cupole dorate del Cremlino. Ma quando lo leggerete sarò sulla via del ritorno in Inghilterra […] Dopo più di 20 anni di lavoro da Mosca, non riesco ancora a crederci”.

I primi sospetti di quanto stava per accadere, comunque, sono arrivati nel 2020, “quando il ministero degli Esteri russo ha iniziato a rilasciarmi visti a breve termine. E, anche quelli, approvati all’ultimo minuto”, scrive Rainsford. La donna cominciava a sentire nell’aria l’arrivo di una pesante repressione.

“A un certo punto mi è stato detto che mi era stato dato il mio ultimo visto – ricorda Rainsford – […] il 10 agosto sono stata preso in disparte al controllo passaporti all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca e mi è stato detto che ero stata esclusa dalla Russia dal servizio di sicurezza”. Non ci sono state particolari spiegazioni, tranne che il suo ingresso a tempo indeterminato era stato rifiutato per la protezione della sicurezza della Russia.

Quello stesso giorno Rainsford era volata a Mosca dalla Bielorussia, dove avevo riferito la repressione delle proteste di massa contro Alexander Lukashenko: “L’alleato di Vladimir Putin faceva il suo incontro annuale con la stampa e ho colto l’occasione per chiedermi come avrebbe potuto rimanere presidente dopo la tortura e l’imprigionamento di manifestanti pacifici”. Così, la giornalista è stata definita una “propagandista occidentale”, poi i sostenitori si sono rivolti contro di lei, in diretta sulla televisione bielorussa.

Successivamente, le autorità russe hanno annunciato una serie di espulsioni contro cittadini britannici. Per l’ex corrispondente, “è stata la risposta ritardata di Mosca alle sanzioni del Regno Unito per le violazioni dei diritti umani in Cecenia e la corruzione ad alto livello. Con l’ultimo visto sul mio passaporto vicino alla scadenza, ero nervosa”.

“La Russia è stata una parte importante della mia vita da quando sono andata a Mosca a 18 anni, quando l’Urss è crollata – scrive Rainsford -. Ho assistito in prima persona al caos: le file infinite e i negozi vuoti, persino le guerre. A metà degli anni ’90, da studente, ho vissuto i giorni dei gangster a San Pietroburgo quando il bar in cui lavoravo aveva gli uomini che controllavano le armi alla porta. Sono stati anni duri per molti russi, ma è stato anche un periodo di nuove ed esaltanti libertà”.

Poi, è arrivato Vladimir Putin: “Fin dalla sua elezione 20 anni fa, ho lavorato da Mosca, registrando la lenta erosione di quelle libertà, la crescente soppressione del dissenso mentre Putin manovrava per mantenere il potere […] La pressione sugli attivisti, i critici e ora i giornalisti si è intensificata nell’ultimo anno, da quando il politico dell’opposizione Alexei Navalny è stato avvelenato. In vista delle elezioni parlamentari del prossimo mese, questa repressione è ulteriormente aumentata”.

Il Cremlino sembra avere deciso di reprimere tutte le voci avverse, e silenziare la stampa indipendente è fondamentale per portare a termine il piano. “Parto con le etichette ‘anti-Russia’ e ‘minaccia alla sicurezza’ che mi risuonano nelle orecchie. Ma sto cercando di attutire quel rumore – conclude la giornalista -. Da quando la mia espulsione è diventata pubblica, sconosciuti mi hanno fermato per scusarsi da quanto è successo. Alcuni dicono addirittura di vergognarsi del loro governo. È alla gentilezza e il calore di quei russi a cui penso, mentre cade la pioggia ed è quasi ora di andare. Forse per sempre. Ma spero di no”.

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