Pubblichiamo la prima parte del saggio in cui Mario Caligiuri, presidente della Società italiana di intelligence, si interroga sull’impatto del ritiro delle truppe dall’Afghanistan sulla democrazia nel mondo

Premessa

Come nell’11 settembre, sulla vicenda del recente ritiro statunitense dall’Afghanistan viene insistentemente evocato il fallimento dell’intelligence. Ma sarà davvero così? 

Il mio punto di vista è che tale ricostruzione potrebbe invece rappresentare un comodo alibi per distrarre l’attenzione dal vero fallimento: quello della strategia politica dell’esportazione della democrazia. Infatti, per ragioni diverse ma con esiti simili, gli americani hanno replicato il Vietnam e, più recentemente, l’Iraq. 

L’Afghanistan si continua a confermare un tassello fondamentale del grande gioco anche nel XXI secolo, in cui tutto sta diventando imprevedibile e indistinto.

Sono in molti a sostenere che l’attuale prevalenza dei talebani, anche se nulla è definitivo per lungo tempo in quelle latitudini, potrebbe ragionevolmente preludere a una ripresa del terrorismo in Europa, investendo pure il nostro Paese.

In quasi vent’anni, nelle aspre lande dell’Asia centrale, l’intelligence occidentale ha operato costantemente, con esiti che approfondiremo in questo breve saggio e che in parte sembrano smentire l’opinione corrente.

Premesso questo, va comunque precisata la funzione delle comunità di intelligence all’interno degli stati.  

A proposito, Francesco Cossiga rilevava: “Ogni governo necessita di operazioni ‘covert’, coperte, che solo i Servizi di informazione e sicurezza possono fare. Esse non sono delegabili ai normali organismi diplomatici o di polizia. Infatti, pur essendo legittime, sono operazioni sostanzialmente illegali. Devono quindi essere affidate ad organismi del tutto particolari che non abbiano il dovere di riferire all’autorità giudiziaria, come avviene per le forze di polizia, o delle cui azioni i governi possano, se necessario, negare ogni responsabilità”.

In tale quadro, è importante approfondire il ruolo del nostro Paese nel grande gioco di questi anni. Sono problemi e quesiti che hanno necessità di essere contestualizzati, essendo questa oggi la principale funzione dell’intelligence di fronte alla dismisura delle informazioni irrilevanti, in cui bisogna individuare i dati significativi, sviluppando la lucidità che è probabilmente la più raffinata forma di potere. 

Proporrò, quindi, brevissimi spunti di riflessione scientifici, appunto perché sono senza alcuna pretesa di completezza e di verità. Pertanto, come conferma la pandemia, la scienza è un semplice punto di vista, nell’orizzonte delle probabilità.

Esportare la democrazia

Uno dei fenomeni più rilevanti di questo tempo potrebbe essere la crisi della democrazia. Il problema è generale e si manifesta anche nel nostro Paese, dove negli ultimi anni si è agitato un possibile itorno al fascismo, soprattutto nel periodo in cui la Lega era al governo con il movimento 5 Stelle. 

Dal mio punto di vista, non esiste neppure lontanamente questo pericolo, per lo meno per come lo abbiamo storicamente conosciuto. Esiste però di molto peggio: le condizioni che un secolo fa portarono all’avvento del fascismo e cioè la crisi del sistema democratico, che viene mantenuto in vita e reso credibile dalla disinformazione continua e dalla propaganda. 

In presenza della crisi della democrazia, che non è certamente un fenomeno recente, come si poteva ipotizzare di esportarla dopo l’11 settembre del 2001? Era ragionevole pensare di creare Stati funzionanti, aiutandoli a casa loro? 

Questo era il progetto che ha ispirato l’azione delle élite nordamericane, seguite da quelle europee, che hanno dichiarato la guerra sulla base di improbabili prove di intelligence, come aveva anticipato a suo tempo David Kelly, poi rinvenuto suicida.  

L’intervento bellico in Asia centrale è stato giustificato dalla reazione a caldo all’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono, il primo di grande entità che gli Stati Uniti ricevevano sul suolo nazionale. 

Altri fattori avranno probabilmente concorso: l’industria delle armi, il commercio dell’oppio, l’avvicinarsi verso i confini della Cina per fronteggiarne una prevedibile espansione. 

Samuel Huntington aveva ipotizzato che dopo la fine della guerra fredda i conflitti non sarebbero stati più ideologici ma culturali, prefigurando uno scontro di civiltà.

Non a caso, attualmente si stanno fronteggiando apertamente il ‘Washington consensus’ e il ‘Beijing Consensus’, due modelli opposti di sviluppo in cui sono variamente graduate le libertà democratiche e la crescita economica.

Si tratta di organizzazioni sociali che esprimono, o sono la conseguenza, di due distinte modalità di selezione delle élite. Secondo Daniel Bell, le democrazie in questo periodo storico sono inadatte a individuare delle classi dirigenti efficienti, ritenendo vincente il “modello Cina”, basato su meritocrazia, severa selezione e approfondita formazione.

Pur lontani nel tempo e nelle modalità, ulteriori tentativi esportazione della democrazia sono rappresentati dagli esempi della Turchia e delle primavere arabe, entrambi maturati in ambienti musulmani: il primo con Erdogan, che sta progressivamente imprimendo una visione tradizionalista utilizzando in modo efficace la comunicazione, e il secondo che ha fatto più emergere le contraddizioni che affermare la democrazia.

 “America First” Forever

A ben guardare, il motto degli Stati Uniti, dopo la dichiarazione di James Monroe del 1823, è “America First”, che solo Donald Trump ha affermato apertamente. 

C’è una sostanziale continuità nella politica americana, in cui sono molto importanti le sfumature, che a volte però comportano differenze decisive. 

Restando nello stesso campo (repubblicani) e nella stessa famiglia (Bush), George Bush sr., dopo aver liberato il Kuwait dall’assalto di Saddam Hussein, non si è spinto oltre i confini, mentre George W. Bush jr. per intervenire in Iraq ha avuto bisogno di improbabili informazioni di intelligence, identificate invece come “pistola fumante”. Forse, in queste differenti valutazioni non è stato irrilevante che il primo avesse ricoperto il ruolo di Direttore della CIA dal 1976 al 1977 durante la presidenza di Gerald Ford. 

  Il sistema politico americano a volte sembra lasci molto a desiderare, con esiti elettorali che vengono resi ufficiali dopo settimane, quasi come se fossimo in una repubblica delle banane (celebre il testa a testa nel 2000 tra Bush jr. e Al Gore, dove furono determinanti i voti della Florida, con un intervento decisivo della Corte Suprema) e l’individuazione nella carica di presidente nelle ultime elezioni di due ultrasettantenni, uno dei quali (Trump) indipendente e l’altro (Biden) già non brillantissimo Vice di Barack Obama. 

Infine, il problema dei costi. L’intervento in Afghanistan ha rappresentato la guerra più costosa di sempre, avendo assorbito 2.300 miliardi di dollari, una cifra enorme e, se confrontata con i risultati finali, praticamente buttata nel mare.

Possibili analogie?

Si sono rinvenute delle analogie nella storia recente con il ritiro americano dall’Afghanistan. Anche questa è una costante della politica statunitense? I casi del Vietnam e più recentemente dell’Iraq hanno confermato che, con un dispendio immane di uomini e risorse, l’America ha lasciato il terreno senza un nulla di fatto. 

Pure stavolta abbiamo assistito a uno scontro tra le grandi potenze, in cui prevale sempre la mossa del cavallo, quella più indiretta per antonomasia. 

Gli avversari principali degli States cambiano: prima l’Unione Sovietica, adesso la Cina. Già questa similitudine individua temporalmente il nemico principale: a un conflitto ideologico è subentrata una guerra economica, che è pure culturale e cognitiva.

  In ogni caso, l’Asia Centrale sembra confermare la validità delle vecchie teorie geopolitiche dell’Heartland, in base alle quali chi controlla il cuore del continente asiatico domina il mondo. 

Il grande gioco sembra riemergere e richiama in servizio, mettendolo in estrema evidenza, il ruolo delle spie, che ancora una volta sono chiamate a operare in un territorio che rappresenta sempre un nodo strategico, un luogo di transito della nuova Via della Seta, un crocevia di risorse energetiche, di affari di droga e di presenza delle mafie.

L’ombra lunga del terrorismo

Con il ritiro dall’Afghanistan, l’ISIS riprenderà vigore? Il fondamentalismo islamico proietterà nuovamente la sua ombra lunga sull’Europa? Alcuni ritengono questi scenari altamente probabili, ma è presto per formulare previsioni attendibili. 

Certamente tanti ambienti radicali dell’Islam stanno tuttora esultando per la conquista del potere dei talebani, ma la vita non è facile nemmeno per loro, perché le contraddizioni e le differenze a volte sono brutali.

Di sicuro sulla Rete si rafforzerà la propaganda fondamentalista, che non si è mai spenta neppure nei momenti di reflusso dell’ondata terroristica.

Altro elemento è quello collegato con l’immigrazione, al momento attenuata dalle sferzate della pandemia. È ovvio che non esista una correlazione diretta tra immigrazione e terrorismo, ma il rischio aumenta con l’aumento inevitabile dei flussi migratori.

Dopo l’abbandono da parte dei russi dell’Afghanistan, la teoria elaborata da Al Qaeda era quella del nemico lontano, individuato nei paesi occidentali, da opporre a quella del nemico vicino, rappresentato dai regimi islamici moderati.

Per analogia, potremmo capovolgere tale dialettica individuando come il nemico lontano i terroristi islamici che operano nei paesi di origine o emigrano in Occidente, mentre il nemico vicino potrebbe essere quello costituito dalle seconde e terze generazioni di islamici che sono nati e che vivono stabilmente nei paesi europei, in condizione di radicalizzarsi in modo assolutamente imprevedibile. E in tale contesto le banlieues vengono considerate come incubatrici del terrorismo jihadista.

Non so se le analisi di Oriana Fallaci siano troppo catastrofiche o eccessivamente realiste. In ogni caso, se ragioniamo in termini di intelligence, occorre rifletterci a fondo.

 

*** Fine prima parte – Continua ***

Il testo è contenuto all’interno del volume in corso di stampa: Alessandro Ceci (a cura), Afghanistan. Cambio di paradigma politico, Sossella, Roma 2021.

Condividi tramite