La sentenza è complessa e non lascia spazio a un chiaro vincitore. La giudice californiana ha concluso che Apple non è un monopolio (per poco) ma ha anche sovvertito uno dei principi basilari del funzionamento dell’App Store. Tutti i dettagli della battaglia legale alla frontiera dell’antitrust

Il caso Apple contro Epic non si è risolto in una sconfitta epocale e nemmeno in una vittoria schiacciante del colosso tecnologico, secondo lo spin della stessa Apple. Il verdetto di venerdì 10 settembre ha dato ragione all’azienda di Cupertino nove volte su dieci punti, ma ha anche causato uno dei cambiamenti più significativi nella storia dell’azienda, il cui titolo in borsa è crollato del 3% facendo evaporare miliardi di dollari.

Le implicazioni della battaglia legale in corso sono profonde e su larga scala. Quando collocato nel contesto globale, il verdetto della corte californiana segnala che l’attenzione dei regolatori antitrust nei confronti di Big Tech è sempre più alta – e che le prime crepe stanno comparendo sul muro attorno all’ecosistema chiuso (e assai redditizio) che Apple vuole difendere con le unghie e coi denti.

La vicenda ebbe iniziò così: Epic, produttore del popolarissimo videogioco Fortnite, aveva provato ad aggirare il sistema di microtransazioni in-app della Apple offrendo il proprio come alternativa, cosa espressamente vietata dall’azienda californiana (era persino proibito menzionare l’esistenza di tali sistemi alternativi). Apple bandì il gioco dall’App Store ed Epic si intestò la guida di una “crociata” di sviluppatori contro le tasse esorbitanti di Apple (fino al 30 per cento per ogni transazione); nell’estate del 2020 Epic portò il costruttore degli iPhone in tribunale.

Sembra un classico caso di antitrust, se non fosse che il mercato è tutt’altro che tradizionale. Per Epic Apple detiene un monopolio in quel bizzarro spazio in cui essa stessa fornisce hardware (i telefoni), software (il sistema operativo iOS) e agisce come unico distributore di contenuti (tramite l’App Store). L’abuso dello strapotere sul mercato si riconoscerebbe grazie alle tasse ineluttabili imposte agli sviluppatori e alla diffusione di iPhone (i quali costituiscono il 66 per cento del mercato negli Usa, e sono in crescita).

La domanda fondamentale, però, era questa: quale mercato? Per Epic, il pacchetto iPhone-iOS -App Store rappresenta una “struttura essenziale”, un mercato di per sé, in cui vuole competere liberamente con Fortnite. Per Apple si tratta di prodotti, i propri prodotti, dove il controllo ferreo che esercita (a pieno diritto) si traduce in qualità e sicurezza; Fortnite, dicevano gli avvocati della mela, può girare benissimo su altri dispositivi e sistemi operativi, e il consumatore può ricadere su questi.

Alla sbarra il Ceo di Apple Tim Cook diceva di non avere un’idea chiara, ma nel corso del processo è emerso che il 70 per cento della rendita dell’App Store arriva dalle microtransazioni in-app. Tutto ciò va a scapito degli sviluppatori, che sono comunque costretti a ricorrere al sistema chiuso di Apple per raggiungere i clienti. La giudice Gonzalez Rogers ha riconosciuto lo strapotere di Apple nel mercato in esame, il settore dei giochi per mobile, dove l’azienda fagocita il 55 per cento degli introiti e gode di “margini di profitto straordinari”. Ma non ha approvato la definizione di monopolio di Epic.

“Il successo non è illegale”, ha dichiarato la giudice. “Le prove suggeriscono che Apple è [prossima a essere] un potere monopolistico [per via della sua] considerevole quota di mercato” ma l’azienda si salva “solo perché la propria fetta di mercato non è superiore (lo Sherman Act definisce un monopolio sopra il 60 per cento, ndr), perché i concorrenti dei sottomercati correlati stanno facendo breccia nel sottomercato dei giochi mobili e, forse, perché [Epic] non si è concentrato su questo argomento”.

L’unico punto su cui Gonzalez Rogers ha dato ragione a Epic è la possibilità di offrire un sistema di pagamento alternativo. Adesso Apple dovrà consentire che gli sviluppatori possano inserire nelle loro app un link al proprio sistema di pagamento esterno, che comunque è il più grande cambiamento alla policy dell’App Store dalla sua creazione. Ma la “vittoria” di Epic (che infatti ha appellato la decisione) è tutta lì.

Il sistema rimane chiuso, per pagare da dentro l’app si passa solo da Apple, e l’azienda di Cupertino ha tuttora il controllo (quasi) assoluto sulla piattaforma. L’esperto Matthew Ball ha sottolineato che non poter integrare pulsanti di pagamento nelle app e forzare il consumatore a passare da una procedura più scomoda e meno immediata va comunque a detrimento dello sviluppatore. Appunto perché l’utente che sceglie Apple ed è abituato alla stretta integrazione di tutti i servizi (pagamenti inclusi) sarà restio a uscire dalla comodità che conosce e di cui si fida.

Apple non è ancora fuori dalla palude. Benché avesse ragione in punta di diritto nell gran parte dei casi, la giudice ha rigettato la sua versione di definizione di mercato, facendo notare che il mondo dei videogiochi su mobile (un fenomeno relativamente recente) si appoggia sul modello freemium (installazione gratuita e microtransazioni) molto più che altre realtà, come le console o i computer, dove in genere si compra una copia del gioco e basta. In quel mercato Apple e Google (produttrice del sistema operativo Android, l’unica vera alternativa a iOS) sono un duopolio.

Per di più va detto che Apple è perfettamente cosciente del proprio ruolo di gatekeeper, e che lo abbia usato finora a proprio vantaggio. Certo, è stata anche l’azienda ad aver creato il mercato di riferimento con l’introduzione dello smartphone moderno e dell’ecosistema di app, era normale che nei primi tempi ci spadroneggiasse. Ma oggi che il prodotto è ubiquo e i mercati di riferimento crescono, le autorità stringono le maglie.

È significativo che tra fine agosto e inizio settembre due cause antitrust (dalla Corea del Sud e dal Giappone) abbiano portato Apple (e Google) a consentire i pagamenti esterni all’App Store per i servizi di fruizione di contenuti scritti o multimediali (giornali, libri e riviste, ma anche streaming di musica e video). Essendo sotto esame in altri Paesi per motivi simili, la compagnia ha deciso di tagliare la testa al toro e applicare la misura a tutto il mondo.

Dunque ora Apple “ospita” Netflix o Spotify sull’App Store e permette che queste si avvalgano dei propri sistemi di pagamenti, ma non acconsente che la stessa logica valga per i videogiochi. Non è chiaro come “aprire” anche questi ultimi possa essere un problema di sicurezza, come sostiene la casa della mela (stesso argomento utilizzato anche per il caso dei servizi di fruizione).

Nel mondo sono parecchie le realtà istituzionali (Ue e Usa in testa) che stanno alzando il tiro sullo strapotere delle Big Tech americane nei rispettivi settori e nella fiorente economia digitale. Apple non fa differenza. “Penso che sia solo l’inizio”, ha scritto Mark Gurman su Bloomberg riferendosi al verdetto del caso Apple-Epic. “Potremmo vedere più cause legali da parte di sviluppatori di grandi nomi e spinte da parte dei legislatori per attuare ulteriori cambiamenti”.

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